Stava lì sul tavolo, col francobollo, il timbro postale e tutto il resto. Sedetti e notai il mio nome sopra l’indirizzo di casa mia, niente mittente. A quell’ora di notte potevo scegliere se dedicarmi a lei o a qualcun altro dei miei romanzi notturni.
Quando dico notturni, intendo quei romanzi che parlano della notte, quella vera, l’unico argomento appena interessante che si possa trovare al confine con l’apatia del caldo estivo. Io li amo quei romanzi. Il punto è che odio i loro autori. Céline è troppo impotente, McCarthy troppo americano, Cioran troppo bravo a scrivere dei miei pensieri, Caraco troppo una brutta copia di tutti gli altri.
Strappai la busta , saranno state dieci pagine scritte in corsivo fitto, inutile anche provarci. Accesi una sigaretta e girai i fogli per vedere chi avesse avuto il coraggio di scrivere così tanto.
Doveva essere qualcuno che non mi conosceva affatto, un estraneo, altrimenti avrebbe dovuto sapere che non avrei mai trovato la voglia di leggere tutto quello spreco di inchiostro.
Niente firma, tanto meglio. Tempo sprecato il suo. Tempo sprecato in generale. Tre tiri lenti e lasciai ricadere i fogli sulla scrivania. Se solo la mia chitarra non fosse stata nell’altra stanza avrei potuto pure suonare per un po’.
La sigaretta si consumava lentamente tra le dita, aspettai che smettesse di brillare, con la cenere caduta a terra e tutto. Tornai al tavolo con la chitarra in mano e suonai il peggior preludio di Bach degli ultimi vent’anni. Tedeschi di merda.
Dovevo aver dimenticato, per il caldo, il motivo per il quale suonavo sempre meno, dopo aver speso decine, che dico, centinaia di ore su quella chitarra: non ne valeva la pena. Tempo sprecato. Non avrei sopportato di dover sentirmi ancora suonare. Ritornai da lei.
Caro C.
tu odi tuo fratello dal profondo del cuore. Questo è un sentimento veramente vile.
Iniziava proprio così: tu odi tuo fratello dal profondo del cuore. Questo è un sentimento veramente vile. Svelato l’arcano. Doveva essere proprio lui il mittente, mio fratello. Inutile firmarsi quando la monotonia dei silenzi accumulati negli anni ti lega indissolubilmente a qualcuno. Il rancore non è come l’amore, che può essere universale. Il rancore ha sempre un volto. Piuttosto che chiamarmi aveva voluto scrivermi, che vigliacco, era una cosa da lui. Dieci anni di silenzio e cosa cercava ora con quella lettera? Nemmeno lui era così ottuso da farsi passare per la mente l’idea di una riconciliazione. Accesi un’altra sigaretta e gettai il secondo pacchetto della giornata, il terzo era a una distanza incolmabile, sul tavolo della cucina. Sapevo che sarei andato a prenderlo entro breve. C’è una sola cosa che batte l’apatia: la nicotina.
Non ti buttare giù, non ancora. Siamo solo all’inizio. Pensa, oltre a tuo fratello, a quanti altri hai calpestato e fatto soffrire nel corso della tua vita. La tua famiglia, le persone che ti hanno amato, M.
Te la ricordi M.? Ricordi quando ti urlò in lacrime “Mi hai rovinato la vita”? Era l’urlo di tanti, più di quanti tu stesso possa immaginare. “La nostra felicità ha un prezzo: la felicità degli altri”, parole tue. “La strada per la felicità è lastricata delle teste mozzate delle persone che ci camminano accanto. Per questo non mi fido di chi vuole essere felice. Un giorno o l’altro una di quelle teste potrebbe essere la mia. La felicità, alla fine, conta poco. Essere felice, in fondo, non mi interessa nemmeno. In fondo c’è solo la notte”. Te le ricordi queste parole? Guardati allo specchio, ora.
Ecco cosa voleva mio fratello. Farmi soffrire. Certo che mi ricordavo M., anche se non sapevo se l’avessi mai amata. Di sicuro non l’avevo mai capita fino in fondo. Ricordavo le urla, gli insulti, il suo pianto disperato. Mi hai rovinato la vita!
Ora M. ha i capelli lisci e biondi, allora li aveva ricci e scuri. Ha quindici anni in più, gli occhi un po’ più tristi e una figlia di otto anni che le somiglia in maniera indecente. Forse era vero che le avevo rovinato la vita. Me la immaginavo a partorire sua figlia per rivalsa, per vendetta, per farla soffrire come aveva fatto lei, per replicare il suo modello, perché venisse a questo mondo che mal comune è mezzo gaudio. La troia!
Ecco cosa si ottiene ad aprirsi a un fratello. Dopo dieci anni di rancori covati nel silenzio, vi scriverà una lettera col solo intento di farvi soffrire, armato di quelle confidenze. Mi trascinai fino al tavolo della cucina e mentre mi accendevo una sigaretta dal pacchetto nuovo mi affacciai alla finestra. Il caldo appiattiva la strada in uno stagno di solitudine e sopra, la notte.
Ci sei riuscito? No vero? Mi chiedo infatti come potresti…
Le pagine seguenti erano l’elenco più accurato, freddo e meticoloso delle vergogne di tutta una vita che avessi mai visto. Tutti i miei tradimenti, le bassezze, le mediocrità, i fallimenti ripetuti, le insicurezze, i respiri affannosi, le fughe vigliacche e i pianti strozzati nelle lunghe ore notturne. Un lama precisa che tagliava la mia vita in mille brandelli, uno più meschino dell’altro. Sangue dappertutto. Era veramente troppo, anche per me. La rabbia mi assalì cieca. Quel bastardo! Al posto di vivere la sua vita, per anni aveva soltanto osservato la mia. Aveva annotato tutto, gli eventi, le reazioni, gli sguardi, persino i pensieri. E ora, dopo dieci anni, mi serviva le mie budella fredde su un piatto d’argento. Come si può arrivare ad odiare qualcuno a tal punto? Con che coraggio si può giudicare così aspramente un uomo? Accesi una sigaretta cercando di calmarmi. Quasi non tirai nemmeno. La lasciai morire lentamente nel posacenere mendicando da quegli istanti quel coraggio che mi sarebbe servito per finire di leggere.
Siamo arrivati al piatto forte, alla portata principale. L. Almeno per lei riesci a piangere un po’? Mi ricordo quando mi parlasti di lei, di come avesse cambiato la tua vita in un istante. Quando tremante raccontavi del sesso sotto la pioggia fresca di fine estate, della tua vita segreta fatta di corse notturne in auto e di risvegli appannati di eroina e del suo profumo. “La tua tempesta perfetta”. Erano menzogne: lei era onesta, tu sei solo un vigliacco.
Mi sentivo soffocare, presi una sigaretta dal pacchetto ma si spezzò tra le mie dita, così rinunciai all’idea di fumare, per un minuto. L’ennesima sigaretta iniziò a bruciare tra le mie labbra e il fumo che mi entrava negli occhi almeno mi impediva di continuare a leggere. Per impedirmi di pensare invece sarebbe servito ben altro, così pensavo. Pensavo e non la smettevo.
L. era bellissima. Io non l’avevo mai amata. Avevo amato si, ma non lei. Avevo, in fondo, amato soltanto la sua immagine, in una parola: me stesso. Ero arrivato a un passo dallo spezzarmi in quell’autunno e in un certo senso spezzato già lo ero. Diviso in due perché a vivere due vite si perde una parte di se stessi. Capire cosa sia vivere per due non è facile. Significa rinunciare al sonno, per prima cosa, poi alla propria consapevolezza, al proprio equilibrio e infine alla propria sanità mentale. Non esiste un MrHide sano di mente. Il mio, di MrHide, era davvero grottesco, devo ammettere.
Eppure mi piaceva. Se guardare allo specchio il mio pigro Dr Jeckyll mi deprimeva, in quelle notti, quando MrHide sorgeva dal lato oscuro della luna era un piacere. Narciso che si specchia in una palude scura come un pozzo vuoto, come la notte. Amavo lui, non L.
Ti ricordi l’ultima volta che l’hai vista? Ti aiuto io se vuoi. Era la notte tra la festa di Tutti i Santi e il giorno della celebrazione dei morti. Una telefonata, tu che rispondi annoiato: ok, va bene, passo a casa tua. Ci vediamo sul tardi, dopo le due.
In quella casa, quella notte, trovasti due biglietti per il Venezuela, per volare al di là della notte e quegli occhi che ti guardavano. Quegli occhi erano stati la causa di tutto. Quegli occhi avevano fatto nascere il tuo MrHide, lo avevano acceso, e l’avevano amato. Le stesse due stelle verdi che ti inchiodavano al muro, circondate da quel viso gonfio e spaccato dai tuo pugni. “Non mi fai paura”. Come è stato guardare negli occhi di chi, anche a un passo dalla notte, non trema?
Io tremavo. Porco dio se tremavo. I fogli caddero e prima di ritornare coi ricordi a quella notte sentivo di dover fumare ancora, anche se la gola faceva male e a stento riuscivo a respirare mentre soffocavo nel pianto. L’accendino vomitò un’altra fiammata, il fumo rimase sospeso a mezz’aria, pesante come un’ombra cupa. Quella notte stracciai il mio biglietto. Se tu non parti, neanche io parto. Sarò un’altra. Staro qui, con te. Il fatto è che io non volevo un’altra. Volevo quegli occhi, volevo la mia doppia vita, volevo me stesso e vaffanculo il resto. Si, vaffanculo anche lei. Quella che voleva diventare una commessa o una segretaria o lo sa solo dio cosa e vivere in un paesino di provincia. Se c’era una cosa che non avrei mai potuto sopportare, la cosa della quale non ammettevo nemmeno la possibilità, era il vederla tornare a casa con gli occhi bassi, dopo dieci anni di lavoro e di mediocrità. La mia mediocrità. Io amavo solo me, il me creato da quegli occhi, da quel corpo, da quella donna. Da chi attraversava tre frontiere carica di eroina come un animale, occhiali da sole sul naso e trentotto millimetri sotto il gilet. Così per sempre la volevo, e perderla era l’unico modo per averla per sempre. Per sempre quelle notti bagnate di sesso e poi giù, con l’ago nelle vene e correre veloci verso la notte, per sempre mia. La mia tempesta perfetta. Uscendo da casa sua sentii le sue ultime parole per me: se non possiamo bruciare insieme, allora, brucerò da sola.
Era una citazione di un libro che non avevo ancora letto, ironia della sorte lo lessi quando era già troppo tardi. La differenza tra i libri e la vita è che i primi si amano e ti permettono di vivere, la seconda si odia e ti uccide.
Così L. bruciò. L’indomani volò sopra l’oceano e fu arrestata nove mesi dopo negli Stati Uniti. In attesa del processo in cui rischiava ventidue anni, si taglio la gola con un piatto rotto e morì dissanguata nella sua cella, nella prigione federale della città di Boston.
La disperazione è così, è staccarsi tutto a un tratto dal mondo e precipitare all’infinito in un istante.
Non avevo mai detto una sola parola di L. a mio fratello. Girai di nuovo i fogli e quel vuoto alla fine dell’ultima pagina era come uno specchio per la mia anima. Chi? Se non lui, chi?
Rilessi tutto e mi resi conto che nessuno poteva sapere così accuratamente tutto ciò che era successo nella mia vita. Un nemico senza volto si materializzò nel buio che vegliava fuori dalle mie finestre. L’accendino brillò ancora, i polmoni si strinsero.
Qualcuno mi conosceva tanto a fondo e mi odiava così sinceramente e non avevo idea di chi potesse essere. Rilessi ancora da capo e ogni riga urlava il suo disprezzo, ogni pagina trasudava odio, ogni frase era affilata per ferire, per uccidere. Chi?
Pensai a lungo a una risposta plausibile ma per quanto mi sforzassi mi perdevo in un labirinto di supposizioni folli e di ipotesi insensate. Il mio nemico era invisibile, vuoto, un niente fatto di odio. Odio nei miei confronti. Mi sentivo indifeso, minacciato, inerme, in balia di tanto disprezzo. Il cuore batteva come se stesse per scoppiare, le mani tremanti. Chi?
Volevo urlare ma la voce si strozzò in gola. L’unica cosa che volevo era uccidere quel nemico invisibile, l’odio si combatte con l’odio! Presi tutti i fogli e stracciai la lettera in mille pezzi, il mio urlo uscì dal petto come il sangue da una ferita viva. Muori! Urlai, un attimo prima di svegliarmi.
25 luglio 2011
16 giugno 2011
I hope you choke.
Suck and SUCK!
Due anni or sono si è scoperto che il governo greco aveva accumulato e occultato un deficit pari al quindici percento del pil, politica meglio identificabile come "mossa Craxi". Con quei soldi il governo greco si era comprato il consenso del suo popolo.
Quello stesso popolo che lo ha defenestrato quando i buoi erano purtroppo già scappati dal recinto.
E' da quel lontano 2009 che si sente parlare di default greco o di ristrutturazione del debito. Ad oggi non abbiamo avuto né l'una né l'altra cosa. Il perché si nasconde dietro la solita domanda di Medea: cui prodest?
Fat little parasite.
Due terzi di quel denaro era stato prestato a quel governo vergognoso da banche francesi e tedesche. In caso di default avrebbero perso tutti i loro soldi, in caso di ristrutturazione circa il 20% del loro capitale. Senza banche non si governa, si sà.
La generosa Merkel e il caritatevole Sarkozy sono così corsi immediatamente a dichiarare che, in base ai principi della solidarietà europea e della mutua responsabilità ovviamente, non sarebbe stato possibile abbandonare i poveri risparmiatori greci (noti azionisti di maggioranza delle banche francesi e tedesche) nell'oceano di una ristrutturazione del debito pubblico greco. Grazie alla loro influenza, la Francia e la Germania hanno fatto ottenere un finanziamento di centocinquanta miliardi di euro, presi in parte dalla casse della comunità europea e in parte da quelle del FMI, al nuovo governo di Papandreou in cambio della promessa di una manovra di lacrime e sangue per risanare i conti pubblici.
Alla compassionevole carità franco-tedesca è sfuggito però il fatto che un ulteriore prestito sarebbe stato sostenibile solo se il suo tasso fosse stato legato al tasso di crescita greco. Questa sfortunata dimenticanza portò questi centocinquanta miliardi di euro ad essere prestati ad un tasso maggiore di cinque punti rispetto al tasso medio europeo. Quando estrarre sangue da una rapa è una competenza specifica.
Taken all I can taken all I can, we can take. Taken all you can taken you can, we can take.
Grazie a quella mirabile finanziaria la Grecia ha perso il 6% del pil cadendo nella più profonda recessione del dopoguerra. Il debito pubblico aggravato dagli interessi sul nuovo prestito è aumentato anziché diminuire.
Capirete come la gente greca abbia stentato a capire le ragioni di una tale illuminata politica economica. Grazie a dio la polizia non ha esitato a spiegare pacatamente le regioni solidaristiche che stavano dietro a tali scelte, con manganelli e proiettili di gomma.
Hope this is what you wanted.
Hope this is what you had in mind.
Cuz this is what you're getting.

Take what you wanted and go.
Arriviamo ai giorni nostri. In questi due anni le banche tedesche e francesi hanno visto rientrare parte dei loro capitali, termineranno le operazioni di rientro nel 2013, appena prima dell'entrata in vigore del nuovo regolamento europeo per la gestione delle crisi finanziarie degli stati membri. Il precedente tentativo di introdurre un regolamento simile era stato affondato in commissione...immaginate da chi? I casi della vita vogliono anche che il regolamento entrerà in vigore poco dopo le elezioni politiche tedesche, nelle quali la caritatevole Merkel spera di raccogliere i frutti del suo seminato.
Got nothing left to give to you.
La Grecia si è ritrovata, in sostanza, nell'impossibilità di fallire o ristrutturare ora, ma con la certezza di fallire nel 2013. I compassionevoli speculatori non si sono fatti pregare per sedersi al banchetto. Ad oggi i titoli pubblici decennali greci sono contrattati ad un tasso di quindici punti superiore alla madia europea, il rating di solvibilità di questi titoli ha subito tredici "deranking" negli ultimi mesi. In queste condizioni ci si è accorti che non sarebbe stato nemmeno possibile arrivare al 2013 così l'asse franco-tedesco ha deciso di somministrare un'altra dose di morfina al malato greco: altri ottanta miliardi di euro dal fondo monetario internazionale e una nuova manovra da trenta miliardi da varare per il governo Papandreou (sempre se non verrà appeso a testa in giù prima firmare l'atto).
Pare che anche questa volta i greci non abbiano preso bene la notizia, incredibile quanto siano ottusi di fronte alla solidarietà...



Temo che gli sviluppi di questa situazione siano fin troppo scontati. Nel frattempo...
...I hope, I hope, I hope you choke.
Due anni or sono si è scoperto che il governo greco aveva accumulato e occultato un deficit pari al quindici percento del pil, politica meglio identificabile come "mossa Craxi". Con quei soldi il governo greco si era comprato il consenso del suo popolo.
Quello stesso popolo che lo ha defenestrato quando i buoi erano purtroppo già scappati dal recinto.
E' da quel lontano 2009 che si sente parlare di default greco o di ristrutturazione del debito. Ad oggi non abbiamo avuto né l'una né l'altra cosa. Il perché si nasconde dietro la solita domanda di Medea: cui prodest?
Fat little parasite.
Due terzi di quel denaro era stato prestato a quel governo vergognoso da banche francesi e tedesche. In caso di default avrebbero perso tutti i loro soldi, in caso di ristrutturazione circa il 20% del loro capitale. Senza banche non si governa, si sà.
La generosa Merkel e il caritatevole Sarkozy sono così corsi immediatamente a dichiarare che, in base ai principi della solidarietà europea e della mutua responsabilità ovviamente, non sarebbe stato possibile abbandonare i poveri risparmiatori greci (noti azionisti di maggioranza delle banche francesi e tedesche) nell'oceano di una ristrutturazione del debito pubblico greco. Grazie alla loro influenza, la Francia e la Germania hanno fatto ottenere un finanziamento di centocinquanta miliardi di euro, presi in parte dalla casse della comunità europea e in parte da quelle del FMI, al nuovo governo di Papandreou in cambio della promessa di una manovra di lacrime e sangue per risanare i conti pubblici.
Alla compassionevole carità franco-tedesca è sfuggito però il fatto che un ulteriore prestito sarebbe stato sostenibile solo se il suo tasso fosse stato legato al tasso di crescita greco. Questa sfortunata dimenticanza portò questi centocinquanta miliardi di euro ad essere prestati ad un tasso maggiore di cinque punti rispetto al tasso medio europeo. Quando estrarre sangue da una rapa è una competenza specifica.
Taken all I can taken all I can, we can take. Taken all you can taken you can, we can take.
Grazie a quella mirabile finanziaria la Grecia ha perso il 6% del pil cadendo nella più profonda recessione del dopoguerra. Il debito pubblico aggravato dagli interessi sul nuovo prestito è aumentato anziché diminuire.
Capirete come la gente greca abbia stentato a capire le ragioni di una tale illuminata politica economica. Grazie a dio la polizia non ha esitato a spiegare pacatamente le regioni solidaristiche che stavano dietro a tali scelte, con manganelli e proiettili di gomma.
Hope this is what you wanted.
Hope this is what you had in mind.
Cuz this is what you're getting.
Take what you wanted and go.
Arriviamo ai giorni nostri. In questi due anni le banche tedesche e francesi hanno visto rientrare parte dei loro capitali, termineranno le operazioni di rientro nel 2013, appena prima dell'entrata in vigore del nuovo regolamento europeo per la gestione delle crisi finanziarie degli stati membri. Il precedente tentativo di introdurre un regolamento simile era stato affondato in commissione...immaginate da chi? I casi della vita vogliono anche che il regolamento entrerà in vigore poco dopo le elezioni politiche tedesche, nelle quali la caritatevole Merkel spera di raccogliere i frutti del suo seminato.
Got nothing left to give to you.
La Grecia si è ritrovata, in sostanza, nell'impossibilità di fallire o ristrutturare ora, ma con la certezza di fallire nel 2013. I compassionevoli speculatori non si sono fatti pregare per sedersi al banchetto. Ad oggi i titoli pubblici decennali greci sono contrattati ad un tasso di quindici punti superiore alla madia europea, il rating di solvibilità di questi titoli ha subito tredici "deranking" negli ultimi mesi. In queste condizioni ci si è accorti che non sarebbe stato nemmeno possibile arrivare al 2013 così l'asse franco-tedesco ha deciso di somministrare un'altra dose di morfina al malato greco: altri ottanta miliardi di euro dal fondo monetario internazionale e una nuova manovra da trenta miliardi da varare per il governo Papandreou (sempre se non verrà appeso a testa in giù prima firmare l'atto).
Pare che anche questa volta i greci non abbiano preso bene la notizia, incredibile quanto siano ottusi di fronte alla solidarietà...
Temo che gli sviluppi di questa situazione siano fin troppo scontati. Nel frattempo...
...I hope, I hope, I hope you choke.
6 maggio 2011
Vanity fair.
"Ammettiamo che ci fosse qualcuno in ascolto e che tu stanotte morissi?
Mi sentirebbe morire.
Niente ultime parole?
Anche le ultime sono solo parole.
A me lo puoi dire, paradigma della tua stessa funesta genesi interpretato da una fiamma in una campana di vetro.
Direi che non sono stato infelice.
Non possiedi nulla.
Forse gli ultimi saranno i primi.
Tu ci credi?
No.
A che cosa credi?
Credo che gli ultimi e i primi soffrono alla stesso modo. Pari passu.
Allo stesso modo?
Non è solo nelle tenebre della notte che tutte le anime sono un'anima sola.
Di cosa ti pentiresti?
Di niente.
Di niente?
Di una cosa. Ho parlato con amarezza della mia vita e detto che mi sarei battuto contro l'infamia dell'oblio e della sua mostruosa assenza di volto e che in quel vuoto avrei eretto una stele dove tutti avrebbero letto il mio nome. Una vanità che ora abiuro in toto."
Suttre
Cormac McCarthy
Mi sentirebbe morire.
Niente ultime parole?
Anche le ultime sono solo parole.
A me lo puoi dire, paradigma della tua stessa funesta genesi interpretato da una fiamma in una campana di vetro.
Direi che non sono stato infelice.
Non possiedi nulla.
Forse gli ultimi saranno i primi.
Tu ci credi?
No.
A che cosa credi?
Credo che gli ultimi e i primi soffrono alla stesso modo. Pari passu.
Allo stesso modo?
Non è solo nelle tenebre della notte che tutte le anime sono un'anima sola.
Di cosa ti pentiresti?
Di niente.
Di niente?
Di una cosa. Ho parlato con amarezza della mia vita e detto che mi sarei battuto contro l'infamia dell'oblio e della sua mostruosa assenza di volto e che in quel vuoto avrei eretto una stele dove tutti avrebbero letto il mio nome. Una vanità che ora abiuro in toto."
Suttre
Cormac McCarthy
1 dicembre 2010
In loving memory (l'ultimo volo).
Mario Monicelli: Viareggio 16/5/1915 - Roma 29/11/2010.
A proposito del suicidio del padre disse: « Ho capito il suo gesto. Era stato tagliato fuori ingiustamente dal suo lavoro, anche a guerra finita, e sentiva di non avere più niente da fare qua. La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena. Il cadavere di mio padre l'ho trovato io. Verso le sei del mattino ho sentito un colpo di rivoltella, mi sono alzato e ho forzato la porta del bagno. Tra l'altro un bagno molto modesto. »
Ammetto di aver amato i suoi film ma di non avere una grande affinità di pensiero con Monicelli. Era un cinico ed io non lo sono, per niente. Pensava che la vita non valesse sempre la pena di essere vissuta, al contrario io ritengo che non valga mai la pena di essere vissuta.
Prima o poi a ogni uomo, come a re Mida, tocca di incontrare il suo Sileno. Di chiedere quale sia la miglior cosa che ci possa accadere, il desiderio più auspicabile. La risposta del satiro non può che essere sempre la stessa: "Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto. »
Sileno pecca di troppa compassione.
Per troppa bontà cerca di relegarci nell'ignoranza. C'è veramente "qualcosa che per noi è vantaggiosissimo non sentire"? Io credo di no. Camus scrive che esistono due categorie di uomini tristi, gli ignoranti e gli illusi. Per questo il medico pietoso Sileno ci nuoce, ci vorrebbe ignoranti. Nobile nelle intenzioni ma dannoso negli effetti, perché non guardare in faccia il mostro esistenziale non ci salva dai suoi artigli. Nascondere la testa sotto la sabbia al contrario ci nega la gioia dell'estetica e priva la vita dell'unica difesa che ha nei confronti della verità: l'arte.
Questa è la profonda contraddizione dell'uomo Monicelli, cinico nel pensiero ma capace di regalarci quell'arte che, se non a vivere, ci aiuta almeno a sopravvivere.
Se il saggio Sileno è onesto nel cuore della sua dialettica (Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente.), non riesce tuttavia a privarci definitivamente delle nostre illusioni ed eccolo ancora ad intristirci, a suggerirci una speranza. Una morte rapida e prematura.
Monicelli deve averlo preso in parola. Eccolo là: un moderno Kirillov. Lo immagino nella sua stanza d'ospedale a ripetere il monologo dell'eroe assurdo de "I Demoni": «Nella mia indiscutibile qualità di querelante e di rispondente, di giudice e di accusato, condanno questa natura, che, con impudente sfacciataggine, mi ha fatto nascere per soffrire - io la condanno ad essere annientata insieme con me. »
Lo immagino a saltare dalla finestra non per la sua età, non per il tumore che lo avrebbe portato a soffrire ancora di più, ma perché probabilmente era seccato dal cattivo gusto del pranzo dell'ospedale.
Un gesto di libertà, di rivolta. Questo avrebbe probabilmente voluto dire Monicelli a Sileno: non posso non essere mai esistito? Bene. Posso almeno morire, ora!
Purtroppo a Monicelli come a Kirillov è toccata una sorte che il vigliacco Sileno conosceva già, ma per troppa pietà ci ha taciuto: l'inutilità logica. Perché morire, è tanto inutile quanto vivere e non c'è peccato lavato dal suicidio del cristo Kirillov, non c'è nuova via di rivolta mostrata dalla sua morte. Non c'è nessuna dignità nel salto dalla finestra di un ospedale romano. La Russia, gli uomini, sono sempre lì, uguali, assurdi, perché in bilico tra la certezza di esistere e l'impossibilità di vivere.
Questo male, peggiore del tumore di Monicelli, perché non ammette rivolta o fuga è ciò da cui, inutilmente, Sileno ci voleva proteggere. Sia maledetto.
Se il suo suicidio è logicamente vano perché fisico e non logico, cosa ci rimane di Monicelli? E cosa ci rimane del Kirillov di Dostoevskij?
Degli splendidi film, un romanzo bellissimo e una vita che è arte in se stessa, perfettamente coerente con l'estetica del regista stesso. Ci resta la contraddizione di un cinico che non ci ha soltanto regalato dell'arte, ma ha reso la sua vita arte. Ecco, il suicidio di Monicelli non è significativo, è bello.
"L'arte è l'unica difesa della vita nei confronti della verità."
Friedrich Nietzsche
A proposito del suicidio del padre disse: « Ho capito il suo gesto. Era stato tagliato fuori ingiustamente dal suo lavoro, anche a guerra finita, e sentiva di non avere più niente da fare qua. La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena. Il cadavere di mio padre l'ho trovato io. Verso le sei del mattino ho sentito un colpo di rivoltella, mi sono alzato e ho forzato la porta del bagno. Tra l'altro un bagno molto modesto. »
Ammetto di aver amato i suoi film ma di non avere una grande affinità di pensiero con Monicelli. Era un cinico ed io non lo sono, per niente. Pensava che la vita non valesse sempre la pena di essere vissuta, al contrario io ritengo che non valga mai la pena di essere vissuta.
Prima o poi a ogni uomo, come a re Mida, tocca di incontrare il suo Sileno. Di chiedere quale sia la miglior cosa che ci possa accadere, il desiderio più auspicabile. La risposta del satiro non può che essere sempre la stessa: "Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto. »
Sileno pecca di troppa compassione.
Per troppa bontà cerca di relegarci nell'ignoranza. C'è veramente "qualcosa che per noi è vantaggiosissimo non sentire"? Io credo di no. Camus scrive che esistono due categorie di uomini tristi, gli ignoranti e gli illusi. Per questo il medico pietoso Sileno ci nuoce, ci vorrebbe ignoranti. Nobile nelle intenzioni ma dannoso negli effetti, perché non guardare in faccia il mostro esistenziale non ci salva dai suoi artigli. Nascondere la testa sotto la sabbia al contrario ci nega la gioia dell'estetica e priva la vita dell'unica difesa che ha nei confronti della verità: l'arte.
Questa è la profonda contraddizione dell'uomo Monicelli, cinico nel pensiero ma capace di regalarci quell'arte che, se non a vivere, ci aiuta almeno a sopravvivere.
Se il saggio Sileno è onesto nel cuore della sua dialettica (Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente.), non riesce tuttavia a privarci definitivamente delle nostre illusioni ed eccolo ancora ad intristirci, a suggerirci una speranza. Una morte rapida e prematura.
Monicelli deve averlo preso in parola. Eccolo là: un moderno Kirillov. Lo immagino nella sua stanza d'ospedale a ripetere il monologo dell'eroe assurdo de "I Demoni": «Nella mia indiscutibile qualità di querelante e di rispondente, di giudice e di accusato, condanno questa natura, che, con impudente sfacciataggine, mi ha fatto nascere per soffrire - io la condanno ad essere annientata insieme con me. »
Un gesto di libertà, di rivolta. Questo avrebbe probabilmente voluto dire Monicelli a Sileno: non posso non essere mai esistito? Bene. Posso almeno morire, ora!
Purtroppo a Monicelli come a Kirillov è toccata una sorte che il vigliacco Sileno conosceva già, ma per troppa pietà ci ha taciuto: l'inutilità logica. Perché morire, è tanto inutile quanto vivere e non c'è peccato lavato dal suicidio del cristo Kirillov, non c'è nuova via di rivolta mostrata dalla sua morte. Non c'è nessuna dignità nel salto dalla finestra di un ospedale romano. La Russia, gli uomini, sono sempre lì, uguali, assurdi, perché in bilico tra la certezza di esistere e l'impossibilità di vivere.
Questo male, peggiore del tumore di Monicelli, perché non ammette rivolta o fuga è ciò da cui, inutilmente, Sileno ci voleva proteggere. Sia maledetto.
Se il suo suicidio è logicamente vano perché fisico e non logico, cosa ci rimane di Monicelli? E cosa ci rimane del Kirillov di Dostoevskij?
Degli splendidi film, un romanzo bellissimo e una vita che è arte in se stessa, perfettamente coerente con l'estetica del regista stesso. Ci resta la contraddizione di un cinico che non ci ha soltanto regalato dell'arte, ma ha reso la sua vita arte. Ecco, il suicidio di Monicelli non è significativo, è bello.
"L'arte è l'unica difesa della vita nei confronti della verità."
Friedrich Nietzsche
9 maggio 2010
The importance of being Earnest
Bentrovati.
E' più di un mese che non ci sentivamo. Un problema al pc, qualche giorno lontano da casa e una brutta ricaduta nel gaming online mi hanno tenuto lontano dal blog.
In compenso venendo a mancare la mia mente condivisa ho avuto tempo e modo di dedicarmi a qualche lettura interessante, da qui a questo articolo il passo è stato breve.
Il vecchio Ozzy cantava "My Jakyll doesn't hide", ma il nostro?
Il nostro Jakyll quanto si nasconde? E il nostro Jack? Jack e Jakyll sono la stessa cosa? Cosa ne è dei nostri Ernesti, Onesti e Franchi Mr. Hide?
Cosa sappiamo dopotutto dei Jack e dei Jakyll del nostro tempo?
Beh, quasi tutto. Nascono, crescono, studiano, lavorano: admire me, admire my home, admire my son, he's my clone. Poi invecchiano e cala il sipario.
Ma cosa ne è stato dell'Onesto Ernesto?
Questo è più difficile da spiegare.
Mr Hide, l'Onesto, si è ribellato alla sua apparenza di Jack, ne ha distrutto la morale, ne ha indebolito il pensiero. Ha ridotto la religione a superstizione: via i crocefissi, al loro posto idoli dorati di tecné. Gli analisti sono diventati i nostri sacerdoti confessori, gli psichiatri i nostri inquisitori. Cercare la verità a ogni costo, fare della medicina e dell'igiene un'ontologia, del diritto una legge naturale. Quello che prima era peccato è divenuto malattia, devianza dallo stato di natura scientifica.
L'età della ragione. Noi, gli Onesti, abbiamo preteso di poter usare la ragione, abbiamo stabilito dogmi scientifici, abbiamo deciso di uccidere il mito a favore della scienza.
Questo ci ha dato l'illusione della possibilità di una società nella quale i Jakyll non fossero più necessari. Questi nostri Jack esistono ancora, ovviamente, ma sono visti come residui bigotti di un'ignoranza storica, di una stupidità individuale.
Ogni devianza dal modello protoscientifico e razionalista dei nostri tempi è visto come apostasia, perché il vero ha assunto un valore assoluto, prendendo il posto di quella che era la morale dei secoli preilluministici. Curioso scambio di persona.
Hyde è ora la faccia pulita di Jakyll. Ernesto è il falso, Jack l'Onesto.
Quello che abbiamo creduto e chiamato progresso si è rivelato essere una mera illusione. C'è stato solo un gioco delle parti, gli attori si sono scambiati la maschera. Cosa ci rimane alla fine dunque?
Io credo che ci rimanga ancora il piacere di essere Onesti. Onesti veramente, nel solo senso possibile, quello negativo. Nell'ammissione che l'unica verità è l'impossibilità di determinare la verità, che l'unica verità che ci è data è quella linguistico-storica, quella che si codifica secondo i binari dei rapporti di potere sociali e del pensiero storico contemporaneo.
E' più di un mese che non ci sentivamo. Un problema al pc, qualche giorno lontano da casa e una brutta ricaduta nel gaming online mi hanno tenuto lontano dal blog.
In compenso venendo a mancare la mia mente condivisa ho avuto tempo e modo di dedicarmi a qualche lettura interessante, da qui a questo articolo il passo è stato breve.
Il vecchio Ozzy cantava "My Jakyll doesn't hide", ma il nostro?
Il nostro Jakyll quanto si nasconde? E il nostro Jack? Jack e Jakyll sono la stessa cosa? Cosa ne è dei nostri Ernesti, Onesti e Franchi Mr. Hide?
Cosa sappiamo dopotutto dei Jack e dei Jakyll del nostro tempo?
Beh, quasi tutto. Nascono, crescono, studiano, lavorano: admire me, admire my home, admire my son, he's my clone. Poi invecchiano e cala il sipario.
Ma cosa ne è stato dell'Onesto Ernesto?
Questo è più difficile da spiegare.
Mr Hide, l'Onesto, si è ribellato alla sua apparenza di Jack, ne ha distrutto la morale, ne ha indebolito il pensiero. Ha ridotto la religione a superstizione: via i crocefissi, al loro posto idoli dorati di tecné. Gli analisti sono diventati i nostri sacerdoti confessori, gli psichiatri i nostri inquisitori. Cercare la verità a ogni costo, fare della medicina e dell'igiene un'ontologia, del diritto una legge naturale. Quello che prima era peccato è divenuto malattia, devianza dallo stato di natura scientifica.
L'età della ragione. Noi, gli Onesti, abbiamo preteso di poter usare la ragione, abbiamo stabilito dogmi scientifici, abbiamo deciso di uccidere il mito a favore della scienza.
Questo ci ha dato l'illusione della possibilità di una società nella quale i Jakyll non fossero più necessari. Questi nostri Jack esistono ancora, ovviamente, ma sono visti come residui bigotti di un'ignoranza storica, di una stupidità individuale.
Ogni devianza dal modello protoscientifico e razionalista dei nostri tempi è visto come apostasia, perché il vero ha assunto un valore assoluto, prendendo il posto di quella che era la morale dei secoli preilluministici. Curioso scambio di persona.
Hyde è ora la faccia pulita di Jakyll. Ernesto è il falso, Jack l'Onesto.
Quello che abbiamo creduto e chiamato progresso si è rivelato essere una mera illusione. C'è stato solo un gioco delle parti, gli attori si sono scambiati la maschera. Cosa ci rimane alla fine dunque?
Io credo che ci rimanga ancora il piacere di essere Onesti. Onesti veramente, nel solo senso possibile, quello negativo. Nell'ammissione che l'unica verità è l'impossibilità di determinare la verità, che l'unica verità che ci è data è quella linguistico-storica, quella che si codifica secondo i binari dei rapporti di potere sociali e del pensiero storico contemporaneo.
30 marzo 2010
The sound of silence.
Immagino sia capitato anche a voi.
Cena a due, una compagna muta, muti anche voi. Quel silenzio insistito che non è complicità, è disagio. Non aver niente da dire perché non si vuole aver niente a che fare con chi vi siede di fronte. Passano i minuti, i suoni sembrano accentuarsi. Sono un sollievo perché il silenzio è insopportabile ma anche una condanna perché, quel silenzio, lo sottolineano.
Che dareste per uscire da quelle situazioni. Non è così?
Oppure in un luogo affollato dove tutti parlano, ma nessuno in fondo ascolta. Qualcuno si rivolge a voi ma voi leggete, per distrarvi, la locandina che sta alle sue spalle, sempre più interessante della conversazione in atto. Sorridete, ma è un ghigno, è il disagio di voler essere altrove, di essere qualcun altro.
Basta essere uomini per provare questo disagio almeno una volta nella vita. Eppure ci sono uomini che sembrano esserne immuni: i nostri politici.
Da ieri notte il silenzio delle nostre case è rotto dalle dichiarazioni di tutti i politici che blaterano di aver vinto le elezioni.
Il mio partito ha aumentato i suoi voti. Il presidente eletto in questa regione è del mio partito: ho vinto. Partendo da una situazione così svantaggiosa abbiamo si perso, ma con onore, quindi abbiamo vinto. Siamo stati l'ago della bilancia in tutte le regioni, con il nostro 2.5 percento. Il merito di quella vittoria è nostra. Vinto. Vinciamo. Vincere e vinceremo!
Credo di aver esaurito tutte le locandine mai stampate in tutte le tipografie del mondo in questi due giorni. Ho letto le etichette dei vestiti, i volantini del circo, gli oroscopi, contato le bottiglie dietro i banconi dei bar, letto le targhe di tutte le automobili che mi sono passate di fronte. Perdio, credo di aver letto anche focus, per quanto mi annoiava il rumore di fondo di chi parla senza mai ascoltare.
Eppure i nostri politici non si sentono a disagio, anzi, non sentono proprio. Parlano, ma non ascoltano. Non sentono questo insopportabile silenzio.
Dicono di aver vinto, ma hanno perso. Il partito che ha raccolto più voti in praticamente tutte le regioni è stato quello dei muti, il partito del silenzio. Più di un italiano su tre ha deciso di stare zitto, indispettito, a disagio. Stiamo zitti non perché non abbiamo niente da dire, ma perché non c'è nessuno disposto ad ascoltare, e noi non abbiamo più intenzione di avere niente a che fare con chi non ha la volontà di ascoltare, con chi non è a disagio nemmeno nel silenzio, non ha più orecchie per ascoltare perché può coprire ogni voce, ogni silenzio, con la propria.
Io mi chiedo, vi chiedo: fino a quando potranno ignorare questa tensione? Fino a quando potranno calpestarci? Per quanto ancora potranno coprire e nascondere, con la loro voce, la nostra? Fino a quando potranno ignorare il suono del silenzio?
Cena a due, una compagna muta, muti anche voi. Quel silenzio insistito che non è complicità, è disagio. Non aver niente da dire perché non si vuole aver niente a che fare con chi vi siede di fronte. Passano i minuti, i suoni sembrano accentuarsi. Sono un sollievo perché il silenzio è insopportabile ma anche una condanna perché, quel silenzio, lo sottolineano.
Che dareste per uscire da quelle situazioni. Non è così?
Oppure in un luogo affollato dove tutti parlano, ma nessuno in fondo ascolta. Qualcuno si rivolge a voi ma voi leggete, per distrarvi, la locandina che sta alle sue spalle, sempre più interessante della conversazione in atto. Sorridete, ma è un ghigno, è il disagio di voler essere altrove, di essere qualcun altro.
Basta essere uomini per provare questo disagio almeno una volta nella vita. Eppure ci sono uomini che sembrano esserne immuni: i nostri politici.
Da ieri notte il silenzio delle nostre case è rotto dalle dichiarazioni di tutti i politici che blaterano di aver vinto le elezioni.
Il mio partito ha aumentato i suoi voti. Il presidente eletto in questa regione è del mio partito: ho vinto. Partendo da una situazione così svantaggiosa abbiamo si perso, ma con onore, quindi abbiamo vinto. Siamo stati l'ago della bilancia in tutte le regioni, con il nostro 2.5 percento. Il merito di quella vittoria è nostra. Vinto. Vinciamo. Vincere e vinceremo!
Credo di aver esaurito tutte le locandine mai stampate in tutte le tipografie del mondo in questi due giorni. Ho letto le etichette dei vestiti, i volantini del circo, gli oroscopi, contato le bottiglie dietro i banconi dei bar, letto le targhe di tutte le automobili che mi sono passate di fronte. Perdio, credo di aver letto anche focus, per quanto mi annoiava il rumore di fondo di chi parla senza mai ascoltare.
Eppure i nostri politici non si sentono a disagio, anzi, non sentono proprio. Parlano, ma non ascoltano. Non sentono questo insopportabile silenzio.
Dicono di aver vinto, ma hanno perso. Il partito che ha raccolto più voti in praticamente tutte le regioni è stato quello dei muti, il partito del silenzio. Più di un italiano su tre ha deciso di stare zitto, indispettito, a disagio. Stiamo zitti non perché non abbiamo niente da dire, ma perché non c'è nessuno disposto ad ascoltare, e noi non abbiamo più intenzione di avere niente a che fare con chi non ha la volontà di ascoltare, con chi non è a disagio nemmeno nel silenzio, non ha più orecchie per ascoltare perché può coprire ogni voce, ogni silenzio, con la propria.
Io mi chiedo, vi chiedo: fino a quando potranno ignorare questa tensione? Fino a quando potranno calpestarci? Per quanto ancora potranno coprire e nascondere, con la loro voce, la nostra? Fino a quando potranno ignorare il suono del silenzio?
22 marzo 2010
L'ultimo mondo.
Era chiaro come se ne sarebbe andato il primo. Ci aveva pensato a lungo. Tutto era stato preparato nei minimi dettagli: l'anestesia, il medico, quella stanzetta senza finestre. Era una vecchia sala prove. Per anni aveva tenuto il mondo lontano dalle urla del rock. Ora sarebbe stata testimone dell'ultimo atto, del primo mondo che muore.
Trovare il medico non era stato facile. Parlare a mezze frasi, cercare di scorgere qualcosa negli occhi dei vari candidati, prima che fosse troppo tardi. Prima di fare un passo che non avrebbe ammesso la retromarcia. Prima di lasciare un'orma incancellabile.
Era stato attento. Mai un passo falso. Mai quell'ultima parola. Finché un giorno aveva trovato quello che faceva al caso suo, la luce negli occhi di quello che sarebbe stato il suo medico. Fece l'ultimo passo verso il primo mondo che muore. Non si domandò se il medico fosse consapevole di stare per morire anch'egli, che quella luce nei suoi occhi non si sarebbe più accesa. In fondo non era importante.
Arrivò quel giorno: il primo mondo morì. Andò tutto come previsto. Si svegliò ed era rimasto solo quel suono: toc, toc, toc.
L'aveva messo in conto e non era un problema. L'aveva sempre saputo. Un mondo che muore lascia comunque un cadavere, fosse anche un suono: toc, toc, toc. Fosse metallo, pietra, legno o soffice erba, quando si trasformava in uno sfreghio, in un grattio di fili strappati...era solo un cadavere freddo. Un cadavere non fa male, soprattutto se hai sempre saputo che sarebbe stato lì, dopo la morte del primo mondo.
A interrompere il suono c'era solo la notte. Che a chiamarla notte è ironico, perché la notte faceva parte del primo mondo e con lui era morta. La si poteva chiamare sonno, stanchezza o riposo. Cessava il suono e arrivavano gli altri mondi.
Quando se ne rese conto fu terribile. Aveva pensato a tutto, perfino al suono, ma non a quegli altri mondi. Pensava di aver ucciso il mondo, invece aveva ucciso solo il primo mondo. Negli altri mondi c'erano quasi tutti: suo padre, le sue sorelle, i suoi figli. C'era la sua casa, la sua città, le altre città, anche quelle che non aveva mai visitato, anche quelle immaginate e immaginarie. Cessava il suono e arrivavano gli altri mondi, implacabili.
Provò per qualche tempo a rinunciare a quella che non poteva più essere chiamata notte, cammianava, e quel suono lo accompagnava: toc, toc, toc. Alla fine, ogni volta, crollava. Gli altri mondi tornavano, suo padre gli parlava, le sue sorelle giocavano di fronte a lui, i mille cieli di tutti i colori lo schiacciavano sotto i loro nomi. Con i loro nomi.
Pensò di tornare dal suo medico, ma non poteva. Era morto col primo mondo, non poteva più raggiungerlo, aveva solo un suono: toc, toc, toc.
Sembrava tutto perduto quando dopo una lunga camminata e un lungo concerto di toc, toc, toc, articolati su vari materiali come note emesse da strumenti diversi si lasciò andare ancora una volta al riposo. Quelle figure che lo venivano a trovare erano diverse, senza più nomi. Guardava i loro volti senza più riconoscere il padre e le sorelle, prima solo vuoti ovali al posto dei visi, poi neppure quelli. Sparirono una dopo l'altra le figure degli altri mondi. Sparirono i ricordi e con essi i nomi. Le città apparvero piatte, i muri sbiadirono perché aveva dimenticato cosa significasse la parola muro.
Toc. Toc. Toc. Poi di nuovo il sonno.
I cieli sparirono in un buco nero, poi fu il buco a sparire, perché buco non significa più alcunché. Sparirono i suoni, le voci, perché non c'erano più storie da raccontare. Le storie che sono l'unica storia di tutti i mondi.
Toc. Toc. Toc. Camminare. Poi abbandonarsi a quella che non poteva più essere chiamata notte.
Infine vide uno specchio che rifletteva la sua immagine, l'ultimo mondo. Vide lo specchio svanire, perché aveva dimenticato cosa significasse la parola specchio. Vide il suo volto diventare un ovale vuoto, la sua immagine sparì col suo nome, con la sua storia, che poi è l'unica storia di tutti i mondi. Non c'era più.
Si svegliò e cercò tentoni il bastone da passeggio, si alzò e fece due passi: Toc, Toc, Toc. Si passò lentamente le mani sul volto e toccò le orbite vuote che avevano ospitato i suoi occhi fino a quel giorno, in quella piccola sala prove.
Per la prima volta in vita sua, sorrise.
Trovare il medico non era stato facile. Parlare a mezze frasi, cercare di scorgere qualcosa negli occhi dei vari candidati, prima che fosse troppo tardi. Prima di fare un passo che non avrebbe ammesso la retromarcia. Prima di lasciare un'orma incancellabile.
Era stato attento. Mai un passo falso. Mai quell'ultima parola. Finché un giorno aveva trovato quello che faceva al caso suo, la luce negli occhi di quello che sarebbe stato il suo medico. Fece l'ultimo passo verso il primo mondo che muore. Non si domandò se il medico fosse consapevole di stare per morire anch'egli, che quella luce nei suoi occhi non si sarebbe più accesa. In fondo non era importante.
Arrivò quel giorno: il primo mondo morì. Andò tutto come previsto. Si svegliò ed era rimasto solo quel suono: toc, toc, toc.
L'aveva messo in conto e non era un problema. L'aveva sempre saputo. Un mondo che muore lascia comunque un cadavere, fosse anche un suono: toc, toc, toc. Fosse metallo, pietra, legno o soffice erba, quando si trasformava in uno sfreghio, in un grattio di fili strappati...era solo un cadavere freddo. Un cadavere non fa male, soprattutto se hai sempre saputo che sarebbe stato lì, dopo la morte del primo mondo.
A interrompere il suono c'era solo la notte. Che a chiamarla notte è ironico, perché la notte faceva parte del primo mondo e con lui era morta. La si poteva chiamare sonno, stanchezza o riposo. Cessava il suono e arrivavano gli altri mondi.
Quando se ne rese conto fu terribile. Aveva pensato a tutto, perfino al suono, ma non a quegli altri mondi. Pensava di aver ucciso il mondo, invece aveva ucciso solo il primo mondo. Negli altri mondi c'erano quasi tutti: suo padre, le sue sorelle, i suoi figli. C'era la sua casa, la sua città, le altre città, anche quelle che non aveva mai visitato, anche quelle immaginate e immaginarie. Cessava il suono e arrivavano gli altri mondi, implacabili.
Provò per qualche tempo a rinunciare a quella che non poteva più essere chiamata notte, cammianava, e quel suono lo accompagnava: toc, toc, toc. Alla fine, ogni volta, crollava. Gli altri mondi tornavano, suo padre gli parlava, le sue sorelle giocavano di fronte a lui, i mille cieli di tutti i colori lo schiacciavano sotto i loro nomi. Con i loro nomi.
Pensò di tornare dal suo medico, ma non poteva. Era morto col primo mondo, non poteva più raggiungerlo, aveva solo un suono: toc, toc, toc.
Sembrava tutto perduto quando dopo una lunga camminata e un lungo concerto di toc, toc, toc, articolati su vari materiali come note emesse da strumenti diversi si lasciò andare ancora una volta al riposo. Quelle figure che lo venivano a trovare erano diverse, senza più nomi. Guardava i loro volti senza più riconoscere il padre e le sorelle, prima solo vuoti ovali al posto dei visi, poi neppure quelli. Sparirono una dopo l'altra le figure degli altri mondi. Sparirono i ricordi e con essi i nomi. Le città apparvero piatte, i muri sbiadirono perché aveva dimenticato cosa significasse la parola muro.
Toc. Toc. Toc. Poi di nuovo il sonno.
I cieli sparirono in un buco nero, poi fu il buco a sparire, perché buco non significa più alcunché. Sparirono i suoni, le voci, perché non c'erano più storie da raccontare. Le storie che sono l'unica storia di tutti i mondi.
Toc. Toc. Toc. Camminare. Poi abbandonarsi a quella che non poteva più essere chiamata notte.
Infine vide uno specchio che rifletteva la sua immagine, l'ultimo mondo. Vide lo specchio svanire, perché aveva dimenticato cosa significasse la parola specchio. Vide il suo volto diventare un ovale vuoto, la sua immagine sparì col suo nome, con la sua storia, che poi è l'unica storia di tutti i mondi. Non c'era più.
Si svegliò e cercò tentoni il bastone da passeggio, si alzò e fece due passi: Toc, Toc, Toc. Si passò lentamente le mani sul volto e toccò le orbite vuote che avevano ospitato i suoi occhi fino a quel giorno, in quella piccola sala prove.
Per la prima volta in vita sua, sorrise.
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