"Ammettiamo che ci fosse qualcuno in ascolto e che tu stanotte morissi?
Mi sentirebbe morire.
Niente ultime parole?
Anche le ultime sono solo parole.
A me lo puoi dire, paradigma della tua stessa funesta genesi interpretato da una fiamma in una campana di vetro.
Direi che non sono stato infelice.
Non possiedi nulla.
Forse gli ultimi saranno i primi.
Tu ci credi?
No.
A che cosa credi?
Credo che gli ultimi e i primi soffrono alla stesso modo. Pari passu.
Allo stesso modo?
Non è solo nelle tenebre della notte che tutte le anime sono un'anima sola.
Di cosa ti pentiresti?
Di niente.
Di niente?
Di una cosa. Ho parlato con amarezza della mia vita e detto che mi sarei battuto contro l'infamia dell'oblio e della sua mostruosa assenza di volto e che in quel vuoto avrei eretto una stele dove tutti avrebbero letto il mio nome. Una vanità che ora abiuro in toto."
Suttre
Cormac McCarthy
6 maggio 2011
1 dicembre 2010
In loving memory (l'ultimo volo).
Mario Monicelli: Viareggio 16/5/1915 - Roma 29/11/2010.
A proposito del suicidio del padre disse: « Ho capito il suo gesto. Era stato tagliato fuori ingiustamente dal suo lavoro, anche a guerra finita, e sentiva di non avere più niente da fare qua. La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena. Il cadavere di mio padre l'ho trovato io. Verso le sei del mattino ho sentito un colpo di rivoltella, mi sono alzato e ho forzato la porta del bagno. Tra l'altro un bagno molto modesto. »
Ammetto di aver amato i suoi film ma di non avere una grande affinità di pensiero con Monicelli. Era un cinico ed io non lo sono, per niente. Pensava che la vita non valesse sempre la pena di essere vissuta, al contrario io ritengo che non valga mai la pena di essere vissuta.
Prima o poi a ogni uomo, come a re Mida, tocca di incontrare il suo Sileno. Di chiedere quale sia la miglior cosa che ci possa accadere, il desiderio più auspicabile. La risposta del satiro non può che essere sempre la stessa: "Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto. »
Sileno pecca di troppa compassione.
Per troppa bontà cerca di relegarci nell'ignoranza. C'è veramente "qualcosa che per noi è vantaggiosissimo non sentire"? Io credo di no. Camus scrive che esistono due categorie di uomini tristi, gli ignoranti e gli illusi. Per questo il medico pietoso Sileno ci nuoce, ci vorrebbe ignoranti. Nobile nelle intenzioni ma dannoso negli effetti, perché non guardare in faccia il mostro esistenziale non ci salva dai suoi artigli. Nascondere la testa sotto la sabbia al contrario ci nega la gioia dell'estetica e priva la vita dell'unica difesa che ha nei confronti della verità: l'arte.
Questa è la profonda contraddizione dell'uomo Monicelli, cinico nel pensiero ma capace di regalarci quell'arte che, se non a vivere, ci aiuta almeno a sopravvivere.
Se il saggio Sileno è onesto nel cuore della sua dialettica (Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente.), non riesce tuttavia a privarci definitivamente delle nostre illusioni ed eccolo ancora ad intristirci, a suggerirci una speranza. Una morte rapida e prematura.
Monicelli deve averlo preso in parola. Eccolo là: un moderno Kirillov. Lo immagino nella sua stanza d'ospedale a ripetere il monologo dell'eroe assurdo de "I Demoni": «Nella mia indiscutibile qualità di querelante e di rispondente, di giudice e di accusato, condanno questa natura, che, con impudente sfacciataggine, mi ha fatto nascere per soffrire - io la condanno ad essere annientata insieme con me. »
Lo immagino a saltare dalla finestra non per la sua età, non per il tumore che lo avrebbe portato a soffrire ancora di più, ma perché probabilmente era seccato dal cattivo gusto del pranzo dell'ospedale.
Un gesto di libertà, di rivolta. Questo avrebbe probabilmente voluto dire Monicelli a Sileno: non posso non essere mai esistito? Bene. Posso almeno morire, ora!
Purtroppo a Monicelli come a Kirillov è toccata una sorte che il vigliacco Sileno conosceva già, ma per troppa pietà ci ha taciuto: l'inutilità logica. Perché morire, è tanto inutile quanto vivere e non c'è peccato lavato dal suicidio del cristo Kirillov, non c'è nuova via di rivolta mostrata dalla sua morte. Non c'è nessuna dignità nel salto dalla finestra di un ospedale romano. La Russia, gli uomini, sono sempre lì, uguali, assurdi, perché in bilico tra la certezza di esistere e l'impossibilità di vivere.
Questo male, peggiore del tumore di Monicelli, perché non ammette rivolta o fuga è ciò da cui, inutilmente, Sileno ci voleva proteggere. Sia maledetto.
Se il suo suicidio è logicamente vano perché fisico e non logico, cosa ci rimane di Monicelli? E cosa ci rimane del Kirillov di Dostoevskij?
Degli splendidi film, un romanzo bellissimo e una vita che è arte in se stessa, perfettamente coerente con l'estetica del regista stesso. Ci resta la contraddizione di un cinico che non ci ha soltanto regalato dell'arte, ma ha reso la sua vita arte. Ecco, il suicidio di Monicelli non è significativo, è bello.
"L'arte è l'unica difesa della vita nei confronti della verità."
Friedrich Nietzsche
A proposito del suicidio del padre disse: « Ho capito il suo gesto. Era stato tagliato fuori ingiustamente dal suo lavoro, anche a guerra finita, e sentiva di non avere più niente da fare qua. La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena. Il cadavere di mio padre l'ho trovato io. Verso le sei del mattino ho sentito un colpo di rivoltella, mi sono alzato e ho forzato la porta del bagno. Tra l'altro un bagno molto modesto. »
Ammetto di aver amato i suoi film ma di non avere una grande affinità di pensiero con Monicelli. Era un cinico ed io non lo sono, per niente. Pensava che la vita non valesse sempre la pena di essere vissuta, al contrario io ritengo che non valga mai la pena di essere vissuta.
Prima o poi a ogni uomo, come a re Mida, tocca di incontrare il suo Sileno. Di chiedere quale sia la miglior cosa che ci possa accadere, il desiderio più auspicabile. La risposta del satiro non può che essere sempre la stessa: "Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto. »
Sileno pecca di troppa compassione.
Per troppa bontà cerca di relegarci nell'ignoranza. C'è veramente "qualcosa che per noi è vantaggiosissimo non sentire"? Io credo di no. Camus scrive che esistono due categorie di uomini tristi, gli ignoranti e gli illusi. Per questo il medico pietoso Sileno ci nuoce, ci vorrebbe ignoranti. Nobile nelle intenzioni ma dannoso negli effetti, perché non guardare in faccia il mostro esistenziale non ci salva dai suoi artigli. Nascondere la testa sotto la sabbia al contrario ci nega la gioia dell'estetica e priva la vita dell'unica difesa che ha nei confronti della verità: l'arte.
Questa è la profonda contraddizione dell'uomo Monicelli, cinico nel pensiero ma capace di regalarci quell'arte che, se non a vivere, ci aiuta almeno a sopravvivere.
Se il saggio Sileno è onesto nel cuore della sua dialettica (Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente.), non riesce tuttavia a privarci definitivamente delle nostre illusioni ed eccolo ancora ad intristirci, a suggerirci una speranza. Una morte rapida e prematura.
Monicelli deve averlo preso in parola. Eccolo là: un moderno Kirillov. Lo immagino nella sua stanza d'ospedale a ripetere il monologo dell'eroe assurdo de "I Demoni": «Nella mia indiscutibile qualità di querelante e di rispondente, di giudice e di accusato, condanno questa natura, che, con impudente sfacciataggine, mi ha fatto nascere per soffrire - io la condanno ad essere annientata insieme con me. »
Un gesto di libertà, di rivolta. Questo avrebbe probabilmente voluto dire Monicelli a Sileno: non posso non essere mai esistito? Bene. Posso almeno morire, ora!
Purtroppo a Monicelli come a Kirillov è toccata una sorte che il vigliacco Sileno conosceva già, ma per troppa pietà ci ha taciuto: l'inutilità logica. Perché morire, è tanto inutile quanto vivere e non c'è peccato lavato dal suicidio del cristo Kirillov, non c'è nuova via di rivolta mostrata dalla sua morte. Non c'è nessuna dignità nel salto dalla finestra di un ospedale romano. La Russia, gli uomini, sono sempre lì, uguali, assurdi, perché in bilico tra la certezza di esistere e l'impossibilità di vivere.
Questo male, peggiore del tumore di Monicelli, perché non ammette rivolta o fuga è ciò da cui, inutilmente, Sileno ci voleva proteggere. Sia maledetto.
Se il suo suicidio è logicamente vano perché fisico e non logico, cosa ci rimane di Monicelli? E cosa ci rimane del Kirillov di Dostoevskij?
Degli splendidi film, un romanzo bellissimo e una vita che è arte in se stessa, perfettamente coerente con l'estetica del regista stesso. Ci resta la contraddizione di un cinico che non ci ha soltanto regalato dell'arte, ma ha reso la sua vita arte. Ecco, il suicidio di Monicelli non è significativo, è bello.
"L'arte è l'unica difesa della vita nei confronti della verità."
Friedrich Nietzsche
9 maggio 2010
The importance of being Earnest
Bentrovati.
E' più di un mese che non ci sentivamo. Un problema al pc, qualche giorno lontano da casa e una brutta ricaduta nel gaming online mi hanno tenuto lontano dal blog.
In compenso venendo a mancare la mia mente condivisa ho avuto tempo e modo di dedicarmi a qualche lettura interessante, da qui a questo articolo il passo è stato breve.
Il vecchio Ozzy cantava "My Jakyll doesn't hide", ma il nostro?
Il nostro Jakyll quanto si nasconde? E il nostro Jack? Jack e Jakyll sono la stessa cosa? Cosa ne è dei nostri Ernesti, Onesti e Franchi Mr. Hide?
Cosa sappiamo dopotutto dei Jack e dei Jakyll del nostro tempo?
Beh, quasi tutto. Nascono, crescono, studiano, lavorano: admire me, admire my home, admire my son, he's my clone. Poi invecchiano e cala il sipario.
Ma cosa ne è stato dell'Onesto Ernesto?
Questo è più difficile da spiegare.
Mr Hide, l'Onesto, si è ribellato alla sua apparenza di Jack, ne ha distrutto la morale, ne ha indebolito il pensiero. Ha ridotto la religione a superstizione: via i crocefissi, al loro posto idoli dorati di tecné. Gli analisti sono diventati i nostri sacerdoti confessori, gli psichiatri i nostri inquisitori. Cercare la verità a ogni costo, fare della medicina e dell'igiene un'ontologia, del diritto una legge naturale. Quello che prima era peccato è divenuto malattia, devianza dallo stato di natura scientifica.
L'età della ragione. Noi, gli Onesti, abbiamo preteso di poter usare la ragione, abbiamo stabilito dogmi scientifici, abbiamo deciso di uccidere il mito a favore della scienza.
Questo ci ha dato l'illusione della possibilità di una società nella quale i Jakyll non fossero più necessari. Questi nostri Jack esistono ancora, ovviamente, ma sono visti come residui bigotti di un'ignoranza storica, di una stupidità individuale.
Ogni devianza dal modello protoscientifico e razionalista dei nostri tempi è visto come apostasia, perché il vero ha assunto un valore assoluto, prendendo il posto di quella che era la morale dei secoli preilluministici. Curioso scambio di persona.
Hyde è ora la faccia pulita di Jakyll. Ernesto è il falso, Jack l'Onesto.
Quello che abbiamo creduto e chiamato progresso si è rivelato essere una mera illusione. C'è stato solo un gioco delle parti, gli attori si sono scambiati la maschera. Cosa ci rimane alla fine dunque?
Io credo che ci rimanga ancora il piacere di essere Onesti. Onesti veramente, nel solo senso possibile, quello negativo. Nell'ammissione che l'unica verità è l'impossibilità di determinare la verità, che l'unica verità che ci è data è quella linguistico-storica, quella che si codifica secondo i binari dei rapporti di potere sociali e del pensiero storico contemporaneo.
E' più di un mese che non ci sentivamo. Un problema al pc, qualche giorno lontano da casa e una brutta ricaduta nel gaming online mi hanno tenuto lontano dal blog.
In compenso venendo a mancare la mia mente condivisa ho avuto tempo e modo di dedicarmi a qualche lettura interessante, da qui a questo articolo il passo è stato breve.
Il vecchio Ozzy cantava "My Jakyll doesn't hide", ma il nostro?
Il nostro Jakyll quanto si nasconde? E il nostro Jack? Jack e Jakyll sono la stessa cosa? Cosa ne è dei nostri Ernesti, Onesti e Franchi Mr. Hide?
Cosa sappiamo dopotutto dei Jack e dei Jakyll del nostro tempo?
Beh, quasi tutto. Nascono, crescono, studiano, lavorano: admire me, admire my home, admire my son, he's my clone. Poi invecchiano e cala il sipario.
Ma cosa ne è stato dell'Onesto Ernesto?
Questo è più difficile da spiegare.
Mr Hide, l'Onesto, si è ribellato alla sua apparenza di Jack, ne ha distrutto la morale, ne ha indebolito il pensiero. Ha ridotto la religione a superstizione: via i crocefissi, al loro posto idoli dorati di tecné. Gli analisti sono diventati i nostri sacerdoti confessori, gli psichiatri i nostri inquisitori. Cercare la verità a ogni costo, fare della medicina e dell'igiene un'ontologia, del diritto una legge naturale. Quello che prima era peccato è divenuto malattia, devianza dallo stato di natura scientifica.
L'età della ragione. Noi, gli Onesti, abbiamo preteso di poter usare la ragione, abbiamo stabilito dogmi scientifici, abbiamo deciso di uccidere il mito a favore della scienza.
Questo ci ha dato l'illusione della possibilità di una società nella quale i Jakyll non fossero più necessari. Questi nostri Jack esistono ancora, ovviamente, ma sono visti come residui bigotti di un'ignoranza storica, di una stupidità individuale.
Ogni devianza dal modello protoscientifico e razionalista dei nostri tempi è visto come apostasia, perché il vero ha assunto un valore assoluto, prendendo il posto di quella che era la morale dei secoli preilluministici. Curioso scambio di persona.
Hyde è ora la faccia pulita di Jakyll. Ernesto è il falso, Jack l'Onesto.
Quello che abbiamo creduto e chiamato progresso si è rivelato essere una mera illusione. C'è stato solo un gioco delle parti, gli attori si sono scambiati la maschera. Cosa ci rimane alla fine dunque?
Io credo che ci rimanga ancora il piacere di essere Onesti. Onesti veramente, nel solo senso possibile, quello negativo. Nell'ammissione che l'unica verità è l'impossibilità di determinare la verità, che l'unica verità che ci è data è quella linguistico-storica, quella che si codifica secondo i binari dei rapporti di potere sociali e del pensiero storico contemporaneo.
30 marzo 2010
The sound of silence.
Immagino sia capitato anche a voi.
Cena a due, una compagna muta, muti anche voi. Quel silenzio insistito che non è complicità, è disagio. Non aver niente da dire perché non si vuole aver niente a che fare con chi vi siede di fronte. Passano i minuti, i suoni sembrano accentuarsi. Sono un sollievo perché il silenzio è insopportabile ma anche una condanna perché, quel silenzio, lo sottolineano.
Che dareste per uscire da quelle situazioni. Non è così?
Oppure in un luogo affollato dove tutti parlano, ma nessuno in fondo ascolta. Qualcuno si rivolge a voi ma voi leggete, per distrarvi, la locandina che sta alle sue spalle, sempre più interessante della conversazione in atto. Sorridete, ma è un ghigno, è il disagio di voler essere altrove, di essere qualcun altro.
Basta essere uomini per provare questo disagio almeno una volta nella vita. Eppure ci sono uomini che sembrano esserne immuni: i nostri politici.
Da ieri notte il silenzio delle nostre case è rotto dalle dichiarazioni di tutti i politici che blaterano di aver vinto le elezioni.
Il mio partito ha aumentato i suoi voti. Il presidente eletto in questa regione è del mio partito: ho vinto. Partendo da una situazione così svantaggiosa abbiamo si perso, ma con onore, quindi abbiamo vinto. Siamo stati l'ago della bilancia in tutte le regioni, con il nostro 2.5 percento. Il merito di quella vittoria è nostra. Vinto. Vinciamo. Vincere e vinceremo!
Credo di aver esaurito tutte le locandine mai stampate in tutte le tipografie del mondo in questi due giorni. Ho letto le etichette dei vestiti, i volantini del circo, gli oroscopi, contato le bottiglie dietro i banconi dei bar, letto le targhe di tutte le automobili che mi sono passate di fronte. Perdio, credo di aver letto anche focus, per quanto mi annoiava il rumore di fondo di chi parla senza mai ascoltare.
Eppure i nostri politici non si sentono a disagio, anzi, non sentono proprio. Parlano, ma non ascoltano. Non sentono questo insopportabile silenzio.
Dicono di aver vinto, ma hanno perso. Il partito che ha raccolto più voti in praticamente tutte le regioni è stato quello dei muti, il partito del silenzio. Più di un italiano su tre ha deciso di stare zitto, indispettito, a disagio. Stiamo zitti non perché non abbiamo niente da dire, ma perché non c'è nessuno disposto ad ascoltare, e noi non abbiamo più intenzione di avere niente a che fare con chi non ha la volontà di ascoltare, con chi non è a disagio nemmeno nel silenzio, non ha più orecchie per ascoltare perché può coprire ogni voce, ogni silenzio, con la propria.
Io mi chiedo, vi chiedo: fino a quando potranno ignorare questa tensione? Fino a quando potranno calpestarci? Per quanto ancora potranno coprire e nascondere, con la loro voce, la nostra? Fino a quando potranno ignorare il suono del silenzio?
Cena a due, una compagna muta, muti anche voi. Quel silenzio insistito che non è complicità, è disagio. Non aver niente da dire perché non si vuole aver niente a che fare con chi vi siede di fronte. Passano i minuti, i suoni sembrano accentuarsi. Sono un sollievo perché il silenzio è insopportabile ma anche una condanna perché, quel silenzio, lo sottolineano.
Che dareste per uscire da quelle situazioni. Non è così?
Oppure in un luogo affollato dove tutti parlano, ma nessuno in fondo ascolta. Qualcuno si rivolge a voi ma voi leggete, per distrarvi, la locandina che sta alle sue spalle, sempre più interessante della conversazione in atto. Sorridete, ma è un ghigno, è il disagio di voler essere altrove, di essere qualcun altro.
Basta essere uomini per provare questo disagio almeno una volta nella vita. Eppure ci sono uomini che sembrano esserne immuni: i nostri politici.
Da ieri notte il silenzio delle nostre case è rotto dalle dichiarazioni di tutti i politici che blaterano di aver vinto le elezioni.
Il mio partito ha aumentato i suoi voti. Il presidente eletto in questa regione è del mio partito: ho vinto. Partendo da una situazione così svantaggiosa abbiamo si perso, ma con onore, quindi abbiamo vinto. Siamo stati l'ago della bilancia in tutte le regioni, con il nostro 2.5 percento. Il merito di quella vittoria è nostra. Vinto. Vinciamo. Vincere e vinceremo!
Credo di aver esaurito tutte le locandine mai stampate in tutte le tipografie del mondo in questi due giorni. Ho letto le etichette dei vestiti, i volantini del circo, gli oroscopi, contato le bottiglie dietro i banconi dei bar, letto le targhe di tutte le automobili che mi sono passate di fronte. Perdio, credo di aver letto anche focus, per quanto mi annoiava il rumore di fondo di chi parla senza mai ascoltare.
Eppure i nostri politici non si sentono a disagio, anzi, non sentono proprio. Parlano, ma non ascoltano. Non sentono questo insopportabile silenzio.
Dicono di aver vinto, ma hanno perso. Il partito che ha raccolto più voti in praticamente tutte le regioni è stato quello dei muti, il partito del silenzio. Più di un italiano su tre ha deciso di stare zitto, indispettito, a disagio. Stiamo zitti non perché non abbiamo niente da dire, ma perché non c'è nessuno disposto ad ascoltare, e noi non abbiamo più intenzione di avere niente a che fare con chi non ha la volontà di ascoltare, con chi non è a disagio nemmeno nel silenzio, non ha più orecchie per ascoltare perché può coprire ogni voce, ogni silenzio, con la propria.
Io mi chiedo, vi chiedo: fino a quando potranno ignorare questa tensione? Fino a quando potranno calpestarci? Per quanto ancora potranno coprire e nascondere, con la loro voce, la nostra? Fino a quando potranno ignorare il suono del silenzio?
22 marzo 2010
L'ultimo mondo.
Era chiaro come se ne sarebbe andato il primo. Ci aveva pensato a lungo. Tutto era stato preparato nei minimi dettagli: l'anestesia, il medico, quella stanzetta senza finestre. Era una vecchia sala prove. Per anni aveva tenuto il mondo lontano dalle urla del rock. Ora sarebbe stata testimone dell'ultimo atto, del primo mondo che muore.
Trovare il medico non era stato facile. Parlare a mezze frasi, cercare di scorgere qualcosa negli occhi dei vari candidati, prima che fosse troppo tardi. Prima di fare un passo che non avrebbe ammesso la retromarcia. Prima di lasciare un'orma incancellabile.
Era stato attento. Mai un passo falso. Mai quell'ultima parola. Finché un giorno aveva trovato quello che faceva al caso suo, la luce negli occhi di quello che sarebbe stato il suo medico. Fece l'ultimo passo verso il primo mondo che muore. Non si domandò se il medico fosse consapevole di stare per morire anch'egli, che quella luce nei suoi occhi non si sarebbe più accesa. In fondo non era importante.
Arrivò quel giorno: il primo mondo morì. Andò tutto come previsto. Si svegliò ed era rimasto solo quel suono: toc, toc, toc.
L'aveva messo in conto e non era un problema. L'aveva sempre saputo. Un mondo che muore lascia comunque un cadavere, fosse anche un suono: toc, toc, toc. Fosse metallo, pietra, legno o soffice erba, quando si trasformava in uno sfreghio, in un grattio di fili strappati...era solo un cadavere freddo. Un cadavere non fa male, soprattutto se hai sempre saputo che sarebbe stato lì, dopo la morte del primo mondo.
A interrompere il suono c'era solo la notte. Che a chiamarla notte è ironico, perché la notte faceva parte del primo mondo e con lui era morta. La si poteva chiamare sonno, stanchezza o riposo. Cessava il suono e arrivavano gli altri mondi.
Quando se ne rese conto fu terribile. Aveva pensato a tutto, perfino al suono, ma non a quegli altri mondi. Pensava di aver ucciso il mondo, invece aveva ucciso solo il primo mondo. Negli altri mondi c'erano quasi tutti: suo padre, le sue sorelle, i suoi figli. C'era la sua casa, la sua città, le altre città, anche quelle che non aveva mai visitato, anche quelle immaginate e immaginarie. Cessava il suono e arrivavano gli altri mondi, implacabili.
Provò per qualche tempo a rinunciare a quella che non poteva più essere chiamata notte, cammianava, e quel suono lo accompagnava: toc, toc, toc. Alla fine, ogni volta, crollava. Gli altri mondi tornavano, suo padre gli parlava, le sue sorelle giocavano di fronte a lui, i mille cieli di tutti i colori lo schiacciavano sotto i loro nomi. Con i loro nomi.
Pensò di tornare dal suo medico, ma non poteva. Era morto col primo mondo, non poteva più raggiungerlo, aveva solo un suono: toc, toc, toc.
Sembrava tutto perduto quando dopo una lunga camminata e un lungo concerto di toc, toc, toc, articolati su vari materiali come note emesse da strumenti diversi si lasciò andare ancora una volta al riposo. Quelle figure che lo venivano a trovare erano diverse, senza più nomi. Guardava i loro volti senza più riconoscere il padre e le sorelle, prima solo vuoti ovali al posto dei visi, poi neppure quelli. Sparirono una dopo l'altra le figure degli altri mondi. Sparirono i ricordi e con essi i nomi. Le città apparvero piatte, i muri sbiadirono perché aveva dimenticato cosa significasse la parola muro.
Toc. Toc. Toc. Poi di nuovo il sonno.
I cieli sparirono in un buco nero, poi fu il buco a sparire, perché buco non significa più alcunché. Sparirono i suoni, le voci, perché non c'erano più storie da raccontare. Le storie che sono l'unica storia di tutti i mondi.
Toc. Toc. Toc. Camminare. Poi abbandonarsi a quella che non poteva più essere chiamata notte.
Infine vide uno specchio che rifletteva la sua immagine, l'ultimo mondo. Vide lo specchio svanire, perché aveva dimenticato cosa significasse la parola specchio. Vide il suo volto diventare un ovale vuoto, la sua immagine sparì col suo nome, con la sua storia, che poi è l'unica storia di tutti i mondi. Non c'era più.
Si svegliò e cercò tentoni il bastone da passeggio, si alzò e fece due passi: Toc, Toc, Toc. Si passò lentamente le mani sul volto e toccò le orbite vuote che avevano ospitato i suoi occhi fino a quel giorno, in quella piccola sala prove.
Per la prima volta in vita sua, sorrise.
Trovare il medico non era stato facile. Parlare a mezze frasi, cercare di scorgere qualcosa negli occhi dei vari candidati, prima che fosse troppo tardi. Prima di fare un passo che non avrebbe ammesso la retromarcia. Prima di lasciare un'orma incancellabile.
Era stato attento. Mai un passo falso. Mai quell'ultima parola. Finché un giorno aveva trovato quello che faceva al caso suo, la luce negli occhi di quello che sarebbe stato il suo medico. Fece l'ultimo passo verso il primo mondo che muore. Non si domandò se il medico fosse consapevole di stare per morire anch'egli, che quella luce nei suoi occhi non si sarebbe più accesa. In fondo non era importante.
Arrivò quel giorno: il primo mondo morì. Andò tutto come previsto. Si svegliò ed era rimasto solo quel suono: toc, toc, toc.
L'aveva messo in conto e non era un problema. L'aveva sempre saputo. Un mondo che muore lascia comunque un cadavere, fosse anche un suono: toc, toc, toc. Fosse metallo, pietra, legno o soffice erba, quando si trasformava in uno sfreghio, in un grattio di fili strappati...era solo un cadavere freddo. Un cadavere non fa male, soprattutto se hai sempre saputo che sarebbe stato lì, dopo la morte del primo mondo.
A interrompere il suono c'era solo la notte. Che a chiamarla notte è ironico, perché la notte faceva parte del primo mondo e con lui era morta. La si poteva chiamare sonno, stanchezza o riposo. Cessava il suono e arrivavano gli altri mondi.
Quando se ne rese conto fu terribile. Aveva pensato a tutto, perfino al suono, ma non a quegli altri mondi. Pensava di aver ucciso il mondo, invece aveva ucciso solo il primo mondo. Negli altri mondi c'erano quasi tutti: suo padre, le sue sorelle, i suoi figli. C'era la sua casa, la sua città, le altre città, anche quelle che non aveva mai visitato, anche quelle immaginate e immaginarie. Cessava il suono e arrivavano gli altri mondi, implacabili.
Provò per qualche tempo a rinunciare a quella che non poteva più essere chiamata notte, cammianava, e quel suono lo accompagnava: toc, toc, toc. Alla fine, ogni volta, crollava. Gli altri mondi tornavano, suo padre gli parlava, le sue sorelle giocavano di fronte a lui, i mille cieli di tutti i colori lo schiacciavano sotto i loro nomi. Con i loro nomi.
Pensò di tornare dal suo medico, ma non poteva. Era morto col primo mondo, non poteva più raggiungerlo, aveva solo un suono: toc, toc, toc.
Sembrava tutto perduto quando dopo una lunga camminata e un lungo concerto di toc, toc, toc, articolati su vari materiali come note emesse da strumenti diversi si lasciò andare ancora una volta al riposo. Quelle figure che lo venivano a trovare erano diverse, senza più nomi. Guardava i loro volti senza più riconoscere il padre e le sorelle, prima solo vuoti ovali al posto dei visi, poi neppure quelli. Sparirono una dopo l'altra le figure degli altri mondi. Sparirono i ricordi e con essi i nomi. Le città apparvero piatte, i muri sbiadirono perché aveva dimenticato cosa significasse la parola muro.
Toc. Toc. Toc. Poi di nuovo il sonno.
I cieli sparirono in un buco nero, poi fu il buco a sparire, perché buco non significa più alcunché. Sparirono i suoni, le voci, perché non c'erano più storie da raccontare. Le storie che sono l'unica storia di tutti i mondi.
Toc. Toc. Toc. Camminare. Poi abbandonarsi a quella che non poteva più essere chiamata notte.
Infine vide uno specchio che rifletteva la sua immagine, l'ultimo mondo. Vide lo specchio svanire, perché aveva dimenticato cosa significasse la parola specchio. Vide il suo volto diventare un ovale vuoto, la sua immagine sparì col suo nome, con la sua storia, che poi è l'unica storia di tutti i mondi. Non c'era più.
Si svegliò e cercò tentoni il bastone da passeggio, si alzò e fece due passi: Toc, Toc, Toc. Si passò lentamente le mani sul volto e toccò le orbite vuote che avevano ospitato i suoi occhi fino a quel giorno, in quella piccola sala prove.
Per la prima volta in vita sua, sorrise.
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Racconto
13 marzo 2010
8 marzo 2010
8 marzo: festa dei rasoi degli uomini.
Oggi si ricorda il 1908.
Si dovrebbe ricordare; ma si festeggia.
Centoventinove operaie dell'impresa Cotton di New York, centodue anni fa, furono rinchiuse nella loro fabbrica, dai loro datori di lavoro e arse vive.
Erano colpevoli di aver scioperato.
Quale miglior modo di ricordarle di una bella cena, una sbronza e uno strip?
Due fiori gialli? Perché no. Magari una trombatina dopo, io sopra e lei sotto. Quindici minuti per marcare il cartellino, che non si monti la testa. Giusto per ricordare il momento solenne dell'otto marzo.
A New York, alla fabbrica della Cotton, centodue anni prima della mimosa che comprerete o riceverete oggi, quelle donne stavano solo chiedendo una vita migliore. Stavano reclamando la sola vera aspirazione che ogni essere umano che sbuca in questo mondo possiede: l'essere felice.
Ne è passato di tempo. E' passato il femminismo. E' passata la rivoluzione sessuale: il demone dentro. E' passato il postfemminismo, che come uno tsunami di sborra ha sommerso tutto.
Che rimane oggi di quelle centoventinove operaie bruciate vive?
Quasi nulla, a stento il ricordo. L'hanno cancellato il ricordo, nascosto sotto un poster della Canalis che bacia George Clooney.
Donna. Madre. Figlia. Sposa. Serva. Giù la testa. Porta la croce. La morale. La società. Il sistema. Lo stato. La chiesa. La famiglia. Le città. Le culle. I letti. Le bare.
Non che non c'abbiano provato, almeno per un po'. Purtroppo la strada era quella sbagliata. Le altre operaie, le madri, le mogli, le puttane, le figlie, tutte quelle che non erano in quella fabbrica, a New York, centodue anni fa, ci hanno provato. Ma a fare cosa?
La peggior cosa possibile, pensando che fosse l'unica. Hanno provato a scimmiottare l'uomo. Mancava però il pene. Così hanno preso a scimmiottarne il ruolo, il modello.
Che errore! Che condanna! Pensare che noi uomini stavamo aspettando loro, quelle centoventinove operaie della Cotton, per liberarci dal nostro modello. Da soli non potevamo farcela, sotto sotto l'abbiamo saputo sempre. Aspettavamo quelle voci, ma quelle grida erano state soffocate nel fumo, a New York, centodue anni fa.
Allora sono arrivate le mogli, le madri, le suore, le puttane, le figlie che volevano essere il nostro modello, quel modello che noi uomini avevamo costruito per renderci schiavi. Le mura della nostra cella: la chiesa, la casa, la società, il dovere, il comando, il cazzo eretto: produci consuma crepa.
E' un giogo. Troppo basso per essere attraversato in piedi, con la schiena dritta. Così ci siamo chinati, ingobbiti. Le ossa si sono rotte, ci siamo mutilati da soli: deformi nel modello che noi avevamo disegnato col nerofumo del rogo del 1908, a New York, nello stabilimento della Cotton.
Donna. Madre. Figlia. Sposa. Serva. Giù la testa. Porta la croce. La morale. La società. Il sistema. Lo stato. La chiesa. La famiglia. Le città. Le culle. I letti. Le bare. I bambolotti, che un giorno sarai madre. Il vestito da sposa, che quel giorno sarai la più bella. La giacca. La gonna. Il lavoro. Il successo. La gara. Il cazzo eretto. Produci. Consuma. Crepa.
Hanno preso il nostro rasoio e non avendo barba l'hanno usato per decapitarsi, per passare anche loro sotto il giogo costruito dagli uomini. Storpie, deformi, come deforme era il loro modello. Il cristo uomo deforme: padre, marito, padrone, figlio, amante, schiavo, carnefice.
A passare sotto quel giogo non sapevano cosa le aspettava. Mi viene da essere contento per quelle centoventinove operaie. Loro almeno non hanno visto altro che fumo negli occhi, nei polmoni, il fuoco sulla pelle. Non hanno visto Sex and the City, le veline, le stagiste godive, la Carfagna ministro delle pari opportunità, le donne manager, FX, Studio Aperto, la Canalis, le mogli dei calciatori, Ilari Blasi, quelli che il calcio condotto dalla Ventura, gli stivali da seicento euro, l'anoressia, le erboristerie, le diete, la Santanchè, le palestre, le copertine photoshoppate. In una parola: cadaveri deformi, automutilati con i nostri rasoi e considerate alla pari di idrovore da sborra.
E noi, qui, impotenti e deboli, ad aspettare ancora di essere salvati.
E' tempo di festeggiare.
Si dovrebbe ricordare; ma si festeggia.
Centoventinove operaie dell'impresa Cotton di New York, centodue anni fa, furono rinchiuse nella loro fabbrica, dai loro datori di lavoro e arse vive.
Erano colpevoli di aver scioperato.
Quale miglior modo di ricordarle di una bella cena, una sbronza e uno strip?
Due fiori gialli? Perché no. Magari una trombatina dopo, io sopra e lei sotto. Quindici minuti per marcare il cartellino, che non si monti la testa. Giusto per ricordare il momento solenne dell'otto marzo.
A New York, alla fabbrica della Cotton, centodue anni prima della mimosa che comprerete o riceverete oggi, quelle donne stavano solo chiedendo una vita migliore. Stavano reclamando la sola vera aspirazione che ogni essere umano che sbuca in questo mondo possiede: l'essere felice.
Ne è passato di tempo. E' passato il femminismo. E' passata la rivoluzione sessuale: il demone dentro. E' passato il postfemminismo, che come uno tsunami di sborra ha sommerso tutto.
Che rimane oggi di quelle centoventinove operaie bruciate vive?
Quasi nulla, a stento il ricordo. L'hanno cancellato il ricordo, nascosto sotto un poster della Canalis che bacia George Clooney.
Donna. Madre. Figlia. Sposa. Serva. Giù la testa. Porta la croce. La morale. La società. Il sistema. Lo stato. La chiesa. La famiglia. Le città. Le culle. I letti. Le bare.
Non che non c'abbiano provato, almeno per un po'. Purtroppo la strada era quella sbagliata. Le altre operaie, le madri, le mogli, le puttane, le figlie, tutte quelle che non erano in quella fabbrica, a New York, centodue anni fa, ci hanno provato. Ma a fare cosa?La peggior cosa possibile, pensando che fosse l'unica. Hanno provato a scimmiottare l'uomo. Mancava però il pene. Così hanno preso a scimmiottarne il ruolo, il modello.
Che errore! Che condanna! Pensare che noi uomini stavamo aspettando loro, quelle centoventinove operaie della Cotton, per liberarci dal nostro modello. Da soli non potevamo farcela, sotto sotto l'abbiamo saputo sempre. Aspettavamo quelle voci, ma quelle grida erano state soffocate nel fumo, a New York, centodue anni fa.
Allora sono arrivate le mogli, le madri, le suore, le puttane, le figlie che volevano essere il nostro modello, quel modello che noi uomini avevamo costruito per renderci schiavi. Le mura della nostra cella: la chiesa, la casa, la società, il dovere, il comando, il cazzo eretto: produci consuma crepa.
E' un giogo. Troppo basso per essere attraversato in piedi, con la schiena dritta. Così ci siamo chinati, ingobbiti. Le ossa si sono rotte, ci siamo mutilati da soli: deformi nel modello che noi avevamo disegnato col nerofumo del rogo del 1908, a New York, nello stabilimento della Cotton.
Donna. Madre. Figlia. Sposa. Serva. Giù la testa. Porta la croce. La morale. La società. Il sistema. Lo stato. La chiesa. La famiglia. Le città. Le culle. I letti. Le bare. I bambolotti, che un giorno sarai madre. Il vestito da sposa, che quel giorno sarai la più bella. La giacca. La gonna. Il lavoro. Il successo. La gara. Il cazzo eretto. Produci. Consuma. Crepa.
Hanno preso il nostro rasoio e non avendo barba l'hanno usato per decapitarsi, per passare anche loro sotto il giogo costruito dagli uomini. Storpie, deformi, come deforme era il loro modello. Il cristo uomo deforme: padre, marito, padrone, figlio, amante, schiavo, carnefice.
A passare sotto quel giogo non sapevano cosa le aspettava. Mi viene da essere contento per quelle centoventinove operaie. Loro almeno non hanno visto altro che fumo negli occhi, nei polmoni, il fuoco sulla pelle. Non hanno visto Sex and the City, le veline, le stagiste godive, la Carfagna ministro delle pari opportunità, le donne manager, FX, Studio Aperto, la Canalis, le mogli dei calciatori, Ilari Blasi, quelli che il calcio condotto dalla Ventura, gli stivali da seicento euro, l'anoressia, le erboristerie, le diete, la Santanchè, le palestre, le copertine photoshoppate. In una parola: cadaveri deformi, automutilati con i nostri rasoi e considerate alla pari di idrovore da sborra.
E noi, qui, impotenti e deboli, ad aspettare ancora di essere salvati.
E' tempo di festeggiare.
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