23 febbraio 2012
21 febbraio 2012
Slide 6 - 180 volts.
Chau Doc è un paese di frontiera, un posto di passaggio. A
pochi kilometri c’è la frontiera tra la Cambogia e il Vietnam e li accanto passa il
Mekong.
Per presentarsi, il fiume, ti fa capire immediatamente il significato più vero della parola umidità.
Per presentarsi, il fiume, ti fa capire immediatamente il significato più vero della parola umidità.
Quasi tutto quello che succede in città riguarda due cose:
la frontiera e il fiume.
Per la frontiera ero appena passato così mi sono deciso a
dare un’occhiata al fiume.
Prima di arrivare sulle sponde del Mekong passo per un
mercato locale, non voglio dilungarmi troppo così vi metto un paio di immagini
che forse potranno dirvi qualcosa di quel posto.
Superato il mercato cerco di procurarmi una barca. Chiedo in
giro e trovo un tizio che mi presenta suo cugino (o qualcosa del genere) che
accetta di darmi un passaggio lungo il delta per qualche dollaro.
In sostanza il delta del Mekong è una città galleggiante. Tutti
quelli che non possono pagare le tasse sulla proprietà della terra si riversano
qui, per vivere sull’acqua. Ci sono due modi di vivere, o su una palafitta o su
una barca. Una barca di un paio di metri è la casa per una famiglia di quattro
persone o giù di lì. Le palafitte più grandi ospitano fino a cinque o sei
famiglie.
Per questa gente il fiume è tutto. Fornisce il cibo, è la
strada su cui ci si avvia per andare a scuola e anche il posto in cui si
finisce affogati durante la stagione delle piogge, quando il livello dell’acqua
può crescere anche di due metri.
La mia guida improvvisata mi spiega come trent’anni fa,
durante la guerra, una parte della città galleggiante sprofondò letteralmente
nel fiume durante la stagione delle piogge, sotto il peso dei migliaia di
profughi Cambogiani che si erano rifugiati sulle palafitte.
Mentre mi guardo intorno incuriosito mi capita di imbattermi
in questa scena…
Sono pescatori, mi spiega il pescatore che mi sta
accompagnando. Lui pesca con la sua barca, loro con l’elettricità. Quel coso
che vedete sulla schiena del ragazzo è un generatore elettrico da centoottanta
volt. I fili sono intrecciati sui bastoni che tiene in mano, quando vede un
pesce li cala in acqua e il pesce muore folgorato. Non mi sembra una grande
idea, faccio notare io. In effetti ogni tanto qualcuno ne muore folgorato. La
mia guida ha una barca, ma che ci vuoi fare, se una barca non ce l’hai ti devi
adattare. Non succede spesso, di morire folgorati col generatore, come non
succede spesso che una parte della città galleggiante sprofondi nel fiume,
durante la stagione delle piogge.
E così penso, che in alcuni posti “non spesso” è già
qualcosa. "Non spesso" sul delta del Mekong è quasi abbastanza.
9 febbraio 2012
6 febbraio 2012
Slide 4 - S21: merry Christmas Mr. Bou Meng
Era il giorno di Natale a Phnom Penh. Mentre i miei compagni
di viaggio, sia quelli caduti nella storia, sia quelli rimasti fuori dalla
porta, erano impegnati in un’escursione, mi preparavo a fare un giro in città.
Fermo un Tuk Tuk (diabolico mezzo di trasporto formato da
una lambretta attaccata a un cassone coperto deve si siede il passeggero) e
l’autista mi indica un depliant con le attrazioni turistiche della città.
Scorro velocemente e scelgo la più natalizia delle opzioni, S-21 and Killing
Fields, con tanto di immagine di una fossa comune con ossa e teschi di plastica
dentro. Salgo sul trabiccolo e col mio improbabile pilota iniziamo ad avviarci
verso i quartieri meridionali della città.
Dopo una trentina di minuti di traffico infernale la mia guida si ferma al lato della strada e sorride. Io gli chiedo se siamo arrivati, in inglese. Lui sorride. E’ qui il museo Tuol Sleng? Lui sorride. Siamo arrivati all’ S-21? Lui sorride. Gli do un dollaro e scendo, certo di essere stato fregato e portato in un punto random della città. Guardandomi intorno, non vedevo nessun edificio che attirasse la mia attenzione, solo un gran affannarsi di gente che spostava cose, contrattava per strada, mendicava e via discorrendo.
Tanto valeva farsi due passi, giro un angolo e vedo dei
frutti verdi dal diametro di una quarantina di centimetri con la scorza piena
di punte e incuriosito mi avvicino. Faccio per chiedere cosa siano mai ma sento
qualcosa che mi urta alle spalle. Mi giro un po’ infastidito e mi trovo di
fronte un Agent Orange di prima generazione. Il fatto è che allora, il giorno
di Natale, non avevo ancora idea di cosa fosse un Agent Orange di prima
generazione, come probabilmente non ne avete idea voi ora. Mi tocca quindi
ridescrivere la scena.
Mi giro un po’ infastidito e mi trovo di fronte un tipico
zombi della migliore tradizione romeriana. Viso scarnificato, cieco (dove
avrebbero dovuto esserci gli occhi aveva dei bubboni di pelle e carne), al
posto del braccio sinistro un moncherino lungo un palmo e col braccio destro
che terminava con un foglietto bisunto con su scritto “I’m hungry”.
Istintivamente gli rifilo uno spintone. Il poveraccio inciampa su una cassa e
cade, giusto in tempo per farmi sentire contemporaneamente un imbecille e
l’uomo più malvagio sulla faccia della terra. Mentre si dimena provo ad
aiutarlo a rialzarsi, tirandolo per l’unico braccio, e una volta in piedi gli
infilo nella mano che teneva il biglietto un paio di dollari, per scusarmi
della mia idiozia. Grave errore! Mi rendo conto che la piazzetta è piena di
altri zombi, che appena fiutato l’odore del sangue verde firmato George
Washington iniziano a inseguirmi, chi zoppicando, chi strisciando, chi
spingendo il carretto su cui poggiavano i suoi moncherini, chi addirittura
camminando su entrambe le gambe, merce rara in quella piazzetta, in
quell’angolo di mondo. Ne schivo un paio, ne driblo un terzo e mi rendo conto
che la biglietteria del museo Tuol Sleng (vecchio nome della scuola che poi fu
ribattezzata S-21 durante il regime dei khmer rossi) è lì a due passi. Lancio
tre dollari al bigliettaio ed entro, rendendomi conto velocemente che quei tre
dollari sono un muro invalicabile per tutti i miei inseguitori.
Ah dimenticavo, Agent Orange di prima generazione è il nome
con il quale si identificano i figli delle madri incinte ai tempi della guerra
del Vietnam (che interessò anche una fetta rilevante della Cambogia, del Laos e
della Thailandia) esposte alle sostanze chimiche utilizzate per il
disboscamento della giungla asiatica. Agent Orange era il nome che gli
americani diedero a quell’agente chimico. God bless America.
Mi guardo intorno e vedo grossomodo questo scorcio qui a
fianco. Mi sorprende a volte rendermi conto della mia stupidità: chissà cosa mi
aspettavo?! L’edificio in cui furono torturate e uccise venticinquemila persone
non era molto diverso da quelli che avevo visto, tutto intorno, nei quartieri
meridionali. Miseria nella miseria, niente di speciale. In fin dei conti era
stato una scuola prima, ed era un museo ora. In mezzo, l’inferno.
La prima cosa che ha attirato la mia attenzione è stato
questo cartello. Regole semplici. Edificio semplice. Inferno semplice.
A camminare tra le stanze dell’S-21 ci si rende conto
immediatamente di come non sia difficile distruggere ogni umanità. Basta poco:
qualche vasca, cavi elettrici, qualche catenaccio, bastoni di bambù e il gioco
è fatto. Di venticinquemila uomini rimangono solo i nomi su un cartellone e le
foto su di un altro, più le sette tombe degli ultimi uomini uccisi nella
prigione. Furono uccisi mentre i carri armati vietnamiti entravano in città, a
prova di come i regimi abbiano preoccupanti analogie con gli esseri viventi.
Non importa se il tuo corpo sia destinato a smettere di vivere fra dieci
minuti, le sue cellule continueranno a fare il loro lavoro fino all’ultimo
momento, fino all’ultimo respiro.
Ho quattro lunghi passi da fare. E’ tutto il tempo che ho
per pensare a qualcosa di non enormemente inadatto, banale, fuori luogo e goffo
da dire a uno che è scampato all’inferno. Buongiorno…
Il signor Bou Meng è un vecchietto tranquillo, parla un
inglese stentato è mi tratta gentilmente (sarà abituato a essere un’attrazione vivente per i turisti o
qualcosa del genere).
La prima cosa che mi viene da chiedergli è: come è potuto
succedere?
Non lo sa. Sa solo la sua storia e quella mi racconta. In
sostanza lui era un pittore, aveva imparato a dipingere presso un monastero
buddista e aveva aperto un negozietto di tele. Durante la guerra civile, con sua moglie, si era unito ai Khmer Rossi nella giungla, rispondendo all'appello del suo re deposto dal colpo di stato del filostatunitense Lan Nol . Dopo la vittoria dei khmer rossi, nel ’75, aveva lavorato per la propaganda del regime come
disegnatore per poi ricoprire altri ruoli di manovalanza, finché un giorno era
stato chiamato per un presunto trasferimento ad altri incarichi e si era
ritrovato prigioniero insieme a sua moglie nell’S-21, accusato di avere
rapporti con associazioni di cui non conosceva nemmeno l’esistenza come CIA e
KGB. Il giorno che furono imprigionati fu l’ultimo in cui vide sua moglie
(torturata e uccisa nella prigione).
Non si è soffermato molto su quello che gli fecero in
prigione, ma avendo visitato quelle stanze poco prima avevo almeno una vaga idea. Mi
disse solo che stava per morire di fame e di tortura, quando un giorno fu
chiamato dal vicedirettore della prigione insieme ad altri quattro prigionieri.
C’erano da disegnare dei ritratti di Pol Pot, e volevano scegliere chi fosse il
pittore più bravo per assegnargli il compito. Dipinsero. Il suo ritratto fu
quello che piacque di più a Duch, nome di guerra del direttore della prigione. Gli
altri quattro pittori furono uccisi con un colpo alla testa. Il tempo che
impiegò per dipingere ventuno volte il Fratello numero Uno bastò all’esercito
vietnamita per liberare la Cambogia. I
carri armati entrarono a Phnom Pehn il 9 gennaio 1979, mentre lui era ancora
vivo.
Il resto della storia trattava del periodo successivo alla
caduta del regime, del risveglio da un incubo, delle giustizie sommarie, dei
khmer rossi bruciati vivi per le strade dalla folla e poi della fine delle
ostilità.
Questa è la parte che più mi ha colpito, la parte che può
aiutare, chi non è mai stato in questo paese, a capirne la condizione odierna.
In sostanza, vittime, carnefici e martiri si sono trovati a
vivere fianco a fianco di punto in bianco, svestite le divise, l’esercito di
bambini (dai dieci ai venti anni) che aveva distrutto un paese si mescolò alla
popolazione e vive ancora oggi così, per le strade delle città, agli angoli delle
vie, nei negozi e nei villaggi agricoli cercando di nascondere il proprio passato.
Il processo internazionale per crimini contro l’umanità che riguarda
i khmer rossi è iniziato solo l’anno scorso. Ha soltanto cinque imputati (le più alte
cariche del partito, incluso Duch), tutti gli altri khmer sfuggiti alla giustizia
sommaria della popolazione vivono ancora oggi a piede libero in Cambogia.
Mi ci è voluto un po’ per trovare il coraggio di fare questa
domanda ma alla fine ce l’ho fatta: come fate ad andare avanti a fianco a fianco
coi vostri carnefici sapendo perfettamente che non ci sarà mai giustizia per voi?
La risposta è stata assai semplice: non ne possiamo più di combattere,
di soffrire, di morire e di veder morire i nostri cari
Poco dopo la liberazione da parte del Vietnam (questo l’ho scoperto
leggendo il suo libro) Bou Meng si è trovato a vivere a non più di trecento metri
da Duch. L’uomo che gli aveva ucciso la moglie e che lo aveva spinto a un passo
dalla morte. Nel libro racconta di come ogni notte pensava a come avrebbe
potuto vendicarsi, a come avrebbe potuto ucciderlo, finché non ebbe realizzato
che era così stufo del sangue e dell’inferno, che avrebbe abbandonato l’idea
della vendetta pur di non vivere altra violenza.
Così è la
Cambogia, un paese che ha rinunciato alla vendetta per
inedia, per stanchezza, per un po’ di tranquillità dopo la tempesta.
Bou Meng però, non ha mai rinunciato a raccontare di quei
giorni, perché non se ne perda la memoria, perché in un futuro possa esserci
giustizia, anche solo nel riconoscimento delle colpe di quel regime (nessuno
dei capi dei khmer rossi si è mai assunto la responsabilità dei crimini
perpetuati dal regime, scaricando la colpa costantemente su ipotetici
superiori, sul Fratello numero Uno o sulle pressioni internazionali nello
scenario della guerra fredda) da parte del tribunale internazionale. Per questo
ha scritto il suo libro e per questo oggi io lo ricordo con questa diapositiva.
Salutandolo simbolicamente come lo salutai in quel pomeriggio a Phnom Penh:
buon natale signor Bou Meng.
28 gennaio 2012
Slide 3 - Fuori dalla storia.
C’è una leggenda nella tradizione mitologica gnostica a cui sono particolarmente legato.
Pare che nella battaglia tra l’arcangelo Michele e il diavolo, le schiere degli angeli scesero in campo, chi combattendo a fianco dell’uno, chi dell’altro. Dopo la sconfitta di Lucifero, i suoi angeli furono sprofondati all’inferno, mentre le schiere di Michele ascesero con lui in paradiso.
Qui sorse un problema: c’erano stati degli angeli, chi per pigrizia, chi per paura, chi perché di cuor gentile, che non avevano partecipato alla battaglia. Non erano scesi in campo, né per l’uno, né per l’altro. Erano rimasti a guardare.
Pare però, che esitare che non sia permesso “colà dove si puote”, così questi imboscati della guerra celeste furono scagliati nel mondo e condannati ad essere uomini. Il contrappasso è servito!
La storia inizia così, con una condanna. La condanna ad agire. Se fare il primo passo nella storia è il peccato originale dell’umanità, la fonte del male e della sofferenza, chi ci ha obbligati a farlo? Pare che qui ricadiamo nel caso in cui ci tocca di “più non dimandare”.
Queste considerazioni sono così presenti nella mia esperienza che a poco a poco sono scivolate nello scontato. Eppure può succedere che, prendendo un aereo, le considerazioni scontate non facciano in tempo a rincorrerci per via della velocità di crociera e tutto ad un tratto ci ritroviamo a doverne fare a meno.
Ora vi chiederete, chi sono questi due nella foto? Sono due angeli, condannati come tutti a cadere nella storia, con la non trascurabile differenza, che quando sono arrivati nel mondo la porta della storia era già chiusa e si sono trovati sull’uscio, un po’ spaesati e un po’ interdetti.
Non te ne accorgi subito. A prima vista sembrano angeli caduti come gli altri, l’unica differenza è il passaporto. Però poi ci parli un po’ e la loro sconcertante ingenuità ti colpisce come un pensiero che non hai mai preso in considerazione.
Capita che mentre mangi un gelato si avvicina un troncone di uomo, striscia su due moncherini che chissà dove ha lasciato le gambe e doveva pesargli pure un braccio, o magari poteva cavarsela anche solo con uno: aiutatemi, ho fame!
E’ in queste occasioni che, anche senza guardare il passaporto, ti accorgi di quanto siano differenti gli angeli rimasti fuori dalla porta, rispetto a quelli che sono caduti proprio in mezzo alla storia.
J: Non è giusto!
V: Cosa?
J: Che noi possiamo mangiare il gelato e quell’uomo è ridotto in quel modo.
V: E’ un gelato terribile, probabilmente il peggiore che abbia mai mangiato nella mia vita.
J: Io non riesco nemmeno a guardarlo, come è possibile ridursi così, come si può vivere così?
V: E’ la guerra. Alcuni muoiono e ad altri va peggio.
J: Non si dovrebbero mai fare le guerre.
V: Davvero?
J: Si, sono terribili! Io sono un insegnante e cerco di insegnare ai miei alunni che fare del male agli altri è la cosa peggiore.
V: Si fa del male perché siamo obbligati a scegliere, perché dobbiamo agire, in un modo o nell’altro.
J: Non capisco.
V: Lo so, sei australiana. La storia vi ha chiuso fuori della porta.
J: Possiamo andare via, mi mette a disagio quell’uomo.
V: E’ solo un uomo come gli altri, tira a campare come tutti, gli è solo andata particolarmente male. Non ti fa nulla, al massimo, se te la vedi brutta puoi correre, dubito possa raggiungerti.
J: Sei un imbecille.
V: E’ sempre un piacere…
Aveva ragione eh, sia chiaro, sono un imbecille e non nascondo di averci preso gusto in quella discussione. Il fatto è che mi ero improvvisamente reso conto di quanto mi desse fastidio il privilegio di chi, nella caduta, ha avuto una sorte così fortunata da fermarsi fuori dalla porta della storia. In un certo senso la punizione per quegli angeli non si è mai concretizzata. Fuori dagli eventi, fuori dal dolore, fuori dalle scelte che hanno contribuito ai massacri e alle tribolazioni dei millenni.
Se nasci in Europa la storia di tutti i drammi del tempo te la senti sulle spalle, nasci in Nuova Zelanda e sono un paio di paginette in un manuale delle scuole superiori.
Ma forse è semplicemente che ci piace tanto sentirci eroi tragici. Le leggende alla fine servono solo a compiacerci.
Pare che nella battaglia tra l’arcangelo Michele e il diavolo, le schiere degli angeli scesero in campo, chi combattendo a fianco dell’uno, chi dell’altro. Dopo la sconfitta di Lucifero, i suoi angeli furono sprofondati all’inferno, mentre le schiere di Michele ascesero con lui in paradiso.
Qui sorse un problema: c’erano stati degli angeli, chi per pigrizia, chi per paura, chi perché di cuor gentile, che non avevano partecipato alla battaglia. Non erano scesi in campo, né per l’uno, né per l’altro. Erano rimasti a guardare.
Pare però, che esitare che non sia permesso “colà dove si puote”, così questi imboscati della guerra celeste furono scagliati nel mondo e condannati ad essere uomini. Il contrappasso è servito!
La storia inizia così, con una condanna. La condanna ad agire. Se fare il primo passo nella storia è il peccato originale dell’umanità, la fonte del male e della sofferenza, chi ci ha obbligati a farlo? Pare che qui ricadiamo nel caso in cui ci tocca di “più non dimandare”.
Queste considerazioni sono così presenti nella mia esperienza che a poco a poco sono scivolate nello scontato. Eppure può succedere che, prendendo un aereo, le considerazioni scontate non facciano in tempo a rincorrerci per via della velocità di crociera e tutto ad un tratto ci ritroviamo a doverne fare a meno.
Ora vi chiederete, chi sono questi due nella foto? Sono due angeli, condannati come tutti a cadere nella storia, con la non trascurabile differenza, che quando sono arrivati nel mondo la porta della storia era già chiusa e si sono trovati sull’uscio, un po’ spaesati e un po’ interdetti.
Non te ne accorgi subito. A prima vista sembrano angeli caduti come gli altri, l’unica differenza è il passaporto. Però poi ci parli un po’ e la loro sconcertante ingenuità ti colpisce come un pensiero che non hai mai preso in considerazione.
Capita che mentre mangi un gelato si avvicina un troncone di uomo, striscia su due moncherini che chissà dove ha lasciato le gambe e doveva pesargli pure un braccio, o magari poteva cavarsela anche solo con uno: aiutatemi, ho fame!
E’ in queste occasioni che, anche senza guardare il passaporto, ti accorgi di quanto siano differenti gli angeli rimasti fuori dalla porta, rispetto a quelli che sono caduti proprio in mezzo alla storia.
J: Non è giusto!
V: Cosa?
J: Che noi possiamo mangiare il gelato e quell’uomo è ridotto in quel modo.
V: E’ un gelato terribile, probabilmente il peggiore che abbia mai mangiato nella mia vita.
J: Io non riesco nemmeno a guardarlo, come è possibile ridursi così, come si può vivere così?
V: E’ la guerra. Alcuni muoiono e ad altri va peggio.
J: Non si dovrebbero mai fare le guerre.
V: Davvero?
J: Si, sono terribili! Io sono un insegnante e cerco di insegnare ai miei alunni che fare del male agli altri è la cosa peggiore.
V: Si fa del male perché siamo obbligati a scegliere, perché dobbiamo agire, in un modo o nell’altro.
J: Non capisco.
V: Lo so, sei australiana. La storia vi ha chiuso fuori della porta.
J: Possiamo andare via, mi mette a disagio quell’uomo.
V: E’ solo un uomo come gli altri, tira a campare come tutti, gli è solo andata particolarmente male. Non ti fa nulla, al massimo, se te la vedi brutta puoi correre, dubito possa raggiungerti.
J: Sei un imbecille.
V: E’ sempre un piacere…
Aveva ragione eh, sia chiaro, sono un imbecille e non nascondo di averci preso gusto in quella discussione. Il fatto è che mi ero improvvisamente reso conto di quanto mi desse fastidio il privilegio di chi, nella caduta, ha avuto una sorte così fortunata da fermarsi fuori dalla porta della storia. In un certo senso la punizione per quegli angeli non si è mai concretizzata. Fuori dagli eventi, fuori dal dolore, fuori dalle scelte che hanno contribuito ai massacri e alle tribolazioni dei millenni.
Se nasci in Europa la storia di tutti i drammi del tempo te la senti sulle spalle, nasci in Nuova Zelanda e sono un paio di paginette in un manuale delle scuole superiori.
Ma forse è semplicemente che ci piace tanto sentirci eroi tragici. Le leggende alla fine servono solo a compiacerci.
19 gennaio 2012
Slide 2 - I'm on sale.
V: Ciao, che fai qui, tutta sola?
W: Sono in vendita.
V: Mmm. E quanto costi?
W: Diecimila.
V: Diecimila. Non ho così tanti soldi in tasca (peccato). Ci si vede (Ci si vede? Bah).
W: Dove vai?
V: Lì, mi prendo due birre e poi vado a letto, è stata una giornata lunga.
W: Aspetta!
V: Aspetta?
W: Si. Vengo anch’io.
…
…
…
V: Due birre, per favore.
W: Preferisco il tè.
V: Una birra e un tè caldo, per favore.
…
V: …
W: Non dici nulla?
V: Non saprei che dire. Se ti chiedo come mai una ragazza così bella è in vendita ai lati del mercato mi sa che divento banale.
W: Sono in vendita perché sono bella. Ma non sono una ragazza.
V: A no? Avrei detto di si.
W: Sono un uomo.
V: Balle.
W: Guarda la mia ID card, Wu Muol. E’ il mio nome. Il mio corpo è quello di una ragazza, ma sono un uomo.
V: Mmm. Come hai fatto?
W: Diventare una ragazza mi è costato ventimila dollari.
V: E’ un sacco di soldi.
W: Li guadagno in un mese o poco più, ora.
V: No, pensavo, è un sacco di soldi, solo per piacere agli altri.
W: …
V: Io credo di non fare nulla per piacere agli altri.
W: Lo so.
V: Lo sai? E come?
W: Non hai soldi.
V: Non è che non ho soldi, è che…lasciamo perdere. Quindi tu ti vendi al mercato. Per ventimila dollari al mese, o poco più?
W: Si. E tu invece? Che fai di solito?
V: Quasi niente.
W: Quasi niente.
V: Si, insomma, suono la mia chitarra, leggo, scrivo, passo le giornate a fare due chiacchiere in giro. Cose così.
W: Ah. Suoni, leggi, chiacchieri e vieni a prendere due birre a Bangkok.
V: Si, grossomodo si.
W: Come fai?
V: Come faccio cosa?
W: A vivere così.
V: E’ ironico, avrei voluto farti la stessa domanda, ma mi suonava offensiva.
W: Scusa.
V: Lascia stare, ci sono abituato, in un certo senso.
W: Altra birra?
V: Volentieri.
W: Offro io, che tu non hai soldi.
V: Non è che non ho soldi…
W: Scherzavo, non ti arrabbiare.
V: Quindi hai cambiato sesso per stare in strada.
W: Non ti va di parlare di te?
V: No.
W: Si. Gli uomini comprano di più e pagano di più.
V: Secondo te perché?
W: Perché sono più ricchi. E le mogli li scusano più facilmente, perché sono più ricchi, o almeno abbastanza ricchi per loro.
V: Glielo dici ai tuoi clienti che sei un uomo?
W: Lo vedono da sé, ad un certo punto.
V: (Dio mio, devo essere il sovrano del paese dei coglioni o qualcosa del genere!)
W: Quasi nessuno si lamenta. A chi si lamenta restituisco i soldi, ma sono pochi. Chi cerca la bellezza raramente è interessato al sesso.
V: Mmm.
W: Il sesso è un incidente, una scusa. I miei clienti non cercano il sesso, anche se facciamo sesso. Cercano la bellezza e quasi sempre il sesso è indifferente.
V: Ma tu hai dovuto cambiare sesso.
W: Non c’entra tanto il sesso, sono dovuto diventare bella.
V: Mi spiace. (Imbecille che non sei altro, seppellisciti in una fossa, cosa cazzo dici ritardato incurabile.)
W: Non preoccuparti, ci sono abituato, in un certo senso.
V: Ok. E’ stato un piacere, ora mi tocca ritornare in albergo. Ci si vede. (Ci si vede?)
W: Aspetta! Per favore. Non vuoi un’altra birra? Possiamo fare altre due chiacchiere.
V: Sono stanco, magari un’altra volta. (Un’altra volta? A Bangkok? Imbecille!)
W: Non mi va di tornare in strada.
...
V: Una birra. Poi vado.
...
W: Ti piace la città?
V: Non saprei. Cioè, si. E’ fantastica, ma è anche un inferno. Non credo potrei viverci.
W: Ci si abitua.
V: Immagino di si.
W: Sei fortunato.
V: Io? Perché?
W: Beh, puoi venire qui e poi puoi ripartire quando vuoi. Se non ti piace, pazienza, puoi salire su un aereo e addio Bangkok.
V: Beh, si. Anche tu puoi. Sei ricca (Ricca? Ricco?), un aereo ti costerà due serate (Ecco, lo vedi? Sei un coglione).
W: …
V: Mi spiace, non volevo…
W: Non ti preoccupare. Non è quello. E’ che io vorrei prendere un aereo, ma non posso.
V: Non puoi.
W: Non posso.
V: Perché?
W: Non mi va di parlarne.
V: Ok. Hai mai letto “Lo straniero”? E’ un romanzo di Camus.
W: Si.
V: (Si?) Beh, allora capirai che voglio dire con “non ci sarà mai nessun luogo che potrai chiamare casa”.
W: E’ solo un libro.
V: Alla fine non abbiamo molto altro. E’ un libro, ma è un libro bello. Non si può chiedere molto di più.
W: Si, è bello.
V: Grazie di tutto. Ora devo proprio andare, buona notte.
W: Aspetta!
V: Aspetta?
W: Si. Aspetta. Vengo con te.
W: Sono in vendita.
V: Mmm. E quanto costi?
W: Diecimila.
V: Diecimila. Non ho così tanti soldi in tasca (peccato). Ci si vede (Ci si vede? Bah).
W: Dove vai?
V: Lì, mi prendo due birre e poi vado a letto, è stata una giornata lunga.
W: Aspetta!
V: Aspetta?
W: Si. Vengo anch’io.
…
…
…
V: Due birre, per favore.
W: Preferisco il tè.
V: Una birra e un tè caldo, per favore.
…
V: …
W: Non dici nulla?
V: Non saprei che dire. Se ti chiedo come mai una ragazza così bella è in vendita ai lati del mercato mi sa che divento banale.
W: Sono in vendita perché sono bella. Ma non sono una ragazza.
V: A no? Avrei detto di si.
W: Sono un uomo.
V: Balle.
W: Guarda la mia ID card, Wu Muol. E’ il mio nome. Il mio corpo è quello di una ragazza, ma sono un uomo.
V: Mmm. Come hai fatto?
W: Diventare una ragazza mi è costato ventimila dollari.
V: E’ un sacco di soldi.
W: Li guadagno in un mese o poco più, ora.
V: No, pensavo, è un sacco di soldi, solo per piacere agli altri.
W: …
V: Io credo di non fare nulla per piacere agli altri.
W: Lo so.
V: Lo sai? E come?
W: Non hai soldi.
V: Non è che non ho soldi, è che…lasciamo perdere. Quindi tu ti vendi al mercato. Per ventimila dollari al mese, o poco più?
W: Si. E tu invece? Che fai di solito?
V: Quasi niente.
W: Quasi niente.
V: Si, insomma, suono la mia chitarra, leggo, scrivo, passo le giornate a fare due chiacchiere in giro. Cose così.
W: Ah. Suoni, leggi, chiacchieri e vieni a prendere due birre a Bangkok.
V: Si, grossomodo si.
W: Come fai?
V: Come faccio cosa?
W: A vivere così.
V: E’ ironico, avrei voluto farti la stessa domanda, ma mi suonava offensiva.
W: Scusa.
V: Lascia stare, ci sono abituato, in un certo senso.
W: Altra birra?
V: Volentieri.
W: Offro io, che tu non hai soldi.
V: Non è che non ho soldi…
W: Scherzavo, non ti arrabbiare.
V: Quindi hai cambiato sesso per stare in strada.
W: Non ti va di parlare di te?
V: No.
W: Si. Gli uomini comprano di più e pagano di più.
V: Secondo te perché?
W: Perché sono più ricchi. E le mogli li scusano più facilmente, perché sono più ricchi, o almeno abbastanza ricchi per loro.
V: Glielo dici ai tuoi clienti che sei un uomo?
W: Lo vedono da sé, ad un certo punto.
V: (Dio mio, devo essere il sovrano del paese dei coglioni o qualcosa del genere!)
W: Quasi nessuno si lamenta. A chi si lamenta restituisco i soldi, ma sono pochi. Chi cerca la bellezza raramente è interessato al sesso.
V: Mmm.
W: Il sesso è un incidente, una scusa. I miei clienti non cercano il sesso, anche se facciamo sesso. Cercano la bellezza e quasi sempre il sesso è indifferente.
V: Ma tu hai dovuto cambiare sesso.
W: Non c’entra tanto il sesso, sono dovuto diventare bella.
V: Mi spiace. (Imbecille che non sei altro, seppellisciti in una fossa, cosa cazzo dici ritardato incurabile.)
W: Non preoccuparti, ci sono abituato, in un certo senso.
V: Ok. E’ stato un piacere, ora mi tocca ritornare in albergo. Ci si vede. (Ci si vede?)
W: Aspetta! Per favore. Non vuoi un’altra birra? Possiamo fare altre due chiacchiere.
V: Sono stanco, magari un’altra volta. (Un’altra volta? A Bangkok? Imbecille!)
W: Non mi va di tornare in strada.
...
V: Una birra. Poi vado.
...
W: Ti piace la città?
V: Non saprei. Cioè, si. E’ fantastica, ma è anche un inferno. Non credo potrei viverci.
W: Ci si abitua.
V: Immagino di si.
W: Sei fortunato.
V: Io? Perché?
W: Beh, puoi venire qui e poi puoi ripartire quando vuoi. Se non ti piace, pazienza, puoi salire su un aereo e addio Bangkok.
V: Beh, si. Anche tu puoi. Sei ricca (Ricca? Ricco?), un aereo ti costerà due serate (Ecco, lo vedi? Sei un coglione).
W: …
V: Mi spiace, non volevo…
W: Non ti preoccupare. Non è quello. E’ che io vorrei prendere un aereo, ma non posso.
V: Non puoi.
W: Non posso.
V: Perché?
W: Non mi va di parlarne.
V: Ok. Hai mai letto “Lo straniero”? E’ un romanzo di Camus.
W: Si.
V: (Si?) Beh, allora capirai che voglio dire con “non ci sarà mai nessun luogo che potrai chiamare casa”.
W: E’ solo un libro.
V: Alla fine non abbiamo molto altro. E’ un libro, ma è un libro bello. Non si può chiedere molto di più.
W: Si, è bello.
V: Grazie di tutto. Ora devo proprio andare, buona notte.
W: Aspetta!
V: Aspetta?
W: Si. Aspetta. Vengo con te.
15 gennaio 2012
Slide 1 - 37k.
Quando sai che sarai inchiodato su una sedia per la prossime dodici ora e su venti canali disponibili, diciannove trasmettono grandi successi di Bollywood e l'ultimo il film dei puffi, un'esplosione in volo, più che una remota possibilità è una vana speranza. Se poi stai per mangiare lasagne al pesto con gamberi cucinate da qualche indiano, beh, fuori è veramente buio.
Fa buio molto più velocemente quando si vola a mille kilometri all'ora verso il sole, con buona pace di Aristotele.
Ci si incontra frettolosamente col sole: salve, buon pomeriggio. Come va? Ed è subito buio. Ed è subito lasagne al pesto con gamberi, indiane.
Poi guardi l'uomo che ti siede accanto. Un indiano di mezza età, camicia beige e marrone, pantaloni gialli e peli sparsi sulla faccia che si salvi chi può. Non deve essere molto abituato a volare perché tiene gli occhi chiusi, la testa rincagnata nelle spalle e sta piegato in avanti che la testa quasi entra nello schermo, a Bollywood.
Tiene le mani giunte e parlotta tra sé. Probabilmente starà pregando qualche dio i cui arti superiori si numerano a paia.
E' lo stesso che un'ora prima aveva caricato centoquarantotto kili di bagagli al check in, una moglie orrenda e quattro figli urlanti.
A volte va così, che è a trentasettemila piedi di altezza che ti accorgi che sarà pure buio, ma tutto sommato poteva anche andare peggio.
Fa buio molto più velocemente quando si vola a mille kilometri all'ora verso il sole, con buona pace di Aristotele.
Ci si incontra frettolosamente col sole: salve, buon pomeriggio. Come va? Ed è subito buio. Ed è subito lasagne al pesto con gamberi, indiane.
Poi guardi l'uomo che ti siede accanto. Un indiano di mezza età, camicia beige e marrone, pantaloni gialli e peli sparsi sulla faccia che si salvi chi può. Non deve essere molto abituato a volare perché tiene gli occhi chiusi, la testa rincagnata nelle spalle e sta piegato in avanti che la testa quasi entra nello schermo, a Bollywood.
Tiene le mani giunte e parlotta tra sé. Probabilmente starà pregando qualche dio i cui arti superiori si numerano a paia.
E' lo stesso che un'ora prima aveva caricato centoquarantotto kili di bagagli al check in, una moglie orrenda e quattro figli urlanti.
A volte va così, che è a trentasettemila piedi di altezza che ti accorgi che sarà pure buio, ma tutto sommato poteva anche andare peggio.
11 gennaio 2012
Slideshow.
Raccontare di me non è quello che faccio di solito in questo blog.
Ci sono le mie opinioni, i miei commenti, i miei gusti artistici, ma raramente la mia vita.
Questa serie di articoli però, sarà un po' diversa.
Raccontare un lungo viaggio è un'impresa che tocca più ad uno scrittore e io non lo sono. Così, mentre riguardavo le fotografie scattate nell'ultimo mese, mi è venuto in mente che, tutto sommato, uno dei modi migliori che abbiamo per raccontare sono le immagini.
Le immagini hanno il vantaggio non dover essere organiche, né sistematiche. Possono essere più vere, perché non hanno il dovere di essere coerenti. E' lo stesso vantaggio che hanno gli aforismi sui romanzi.
Così sarà il mio romanzo, il mio viaggio: spezzato in aforismi, in immagini, in uno slideshow figlio della mia macchina fotograica e dei miei appunti.
Ci sono le mie opinioni, i miei commenti, i miei gusti artistici, ma raramente la mia vita.
Questa serie di articoli però, sarà un po' diversa.
Raccontare un lungo viaggio è un'impresa che tocca più ad uno scrittore e io non lo sono. Così, mentre riguardavo le fotografie scattate nell'ultimo mese, mi è venuto in mente che, tutto sommato, uno dei modi migliori che abbiamo per raccontare sono le immagini.
Le immagini hanno il vantaggio non dover essere organiche, né sistematiche. Possono essere più vere, perché non hanno il dovere di essere coerenti. E' lo stesso vantaggio che hanno gli aforismi sui romanzi.
Così sarà il mio romanzo, il mio viaggio: spezzato in aforismi, in immagini, in uno slideshow figlio della mia macchina fotograica e dei miei appunti.
15 dicembre 2011
Viaggiare.
"Viaggiare è molto utile, fa lavorare l'immaginazione, il resto è solo delusioni e pene. Il nostro viaggio è interamente immaginario, è là la sua forza.
Va dalla vita alla morte. Uomini, animali, città e cose, tutto è immaginario. È un romanzo, nient'altro che una storia fittizia. Lo ha detto Littré che non sbaglia mai.
E poi, innanzi tutto a tutti è possibile, basta chiudere gli occhi.
È dall'altra parte della vita."
Louis-Ferdinand Céline
Viaggio al termine della notte.
Va dalla vita alla morte. Uomini, animali, città e cose, tutto è immaginario. È un romanzo, nient'altro che una storia fittizia. Lo ha detto Littré che non sbaglia mai.
E poi, innanzi tutto a tutti è possibile, basta chiudere gli occhi.
È dall'altra parte della vita."
Louis-Ferdinand Céline
Viaggio al termine della notte.
16 ottobre 2011
La banalità della responsabilità ontologica. Black bloc e borghesucci feat. Herr Adolf Eichmann.
A volte capita, che anche in posti improbabili, come un paesino dell’entroterra marchigiano o una cittadina ligure, nascano delle persone interessanti. Nella fattispecie un’archeologa e antropologa con la passione del cosplay hentai e un filosofo hipster dedito più che altro all’alcolismo. A loro va il merito della metà di questo articolo. L’altra metà invece è dedicata ad uno dei servizi del telegiornale di Minzolini che ho, aimè, appena visto. La ringrazio di cuore direttore, lei non fa mai mancare la sua presenza ogni volta che facciamo un passo ulteriore verso la catastrofe.

Il 19 marzo 1906, in una cittadina della Renania settentrionale, Solingen, nasce il signor Adolf Eichmann. Cinquantasei anni dopo, il 31 maggio 1962, il suo corpo penzola da una forca in una cella della prigione di Ramla, Israele. Vediamo cosa è successo in questi cinquantasei anni.
Nella sua vita il signor Eichmann è stato un nazista. Per la precisione, un burocrate. Non ha contribuito in nessun modo alla giustificazione dialettica dell’ideologia nazionalsocialista tedesca, non ha scritto libri, non ha tenuto discorsi, non ha preso alcuna decisione politica.
Si è limitato ad occuparsi della tecnica e della tecnologia della cosiddetta “soluzione finale”. La sua carriera è iniziata con l’organizzazione della deportazione degli ebrei viennesi, in seguito all’Anschluss dell’Austria nel 1937, per poi continuare fino agli ultimi giorni della seconda guerra mondiale.
Eichmann passava le sue giornate di fronte ad una scrivania. Si occupava di particolari. Quanti litri di Zyklon B si dovevano ordinare alla Bayern, a quali campi dovevano essere inviati e in quali quantità, quanti ebrei potesse ospitare ogni campo, in quanto tempo fosse possibile smaltire i corpi dei morti, quanto profonde dovevano essere le fosse comuni, quanto carbone per i forni fosse necessario, quanti treni occorrevano per deportare gli ebrei di quella o questa città, quante fermate avrebbero fatto quei treni per impedire la morte prematura dei deportati, in quali stazioni sarebbero dovuti fermare per non intralciare i rifornimenti per il fronte, quanto cibo sarebbe servito alle guardie che controllavano i prigionieri dei campi, come trasportare i beni sottratti e confiscati agli ebrei, cose di questo genere. Trascorse così le sue giornate, per sette lunghi anni, fino al 1944.
Dopo la guerra scappò in America latina, grazie ad un falso passaporto italiano. Nel 1960 fu rapito dai servizi segreti israeliani. A tradirlo fu suo figlio, che si vantò delle gesta del padre per provarci con una tizia a Buenos Aires. La vita sarebbe davvero insopportabile se non fosse così ironica.
Iniziò così il suo processo.
Nel corso del dibattimento Eichmann non si mostrò mai pentito del suo operato. Nessuna pietà o rimorso sembravano trasparire dalle sue dichiarazioni. Allo stesso modo affermò con compostezza che non aveva mai odiato gli ebrei e che non aveva mai sostenuto l’idea della superiorità della razza, portando come evidenza il suo matrimonio con una donna non ariana. Tutta la sue linea difensiva si basò sulla presunta mancanza di responsabilità nel suo operato. Era un burocrate, di basso rango per giunta, al quale venivano impartiti degli ordini ai quali non aveva nessuna possibilità di opporsi. Teneva famiglia, lui. Guardate la sua foto qui a fianco. Tutto sembra meno che un sistematico massacratore. Sembra un padre di famiglia, un impiegato del catasto, un ometto un po’ mediocre e un po’ noioso. Aveva dei vicini di casa ai quali sorrideva, un figlio un po’ scemo che per rimorchiare ha appeso di fatto il padre a una corda, una moglie bruttina che tradiva con delle prostitute ecc…
Fu dichiarato colpevole da una corte militare e la sua sorte fu la stessa della maggior parte degli imputati del processo che si era tenuto a Norimberga, quindici anni prima. Dopo l’impiccagione fu cremato e le sue ceneri sparse in mare aperto, oltre i confini delle acque territoriali Israeliane.
Torniamo all’hipster e all’antropologa. Ho avuto l’occasione di parlare con loro della questione della libertà di azione umana e della responsabilità che ne consegue. Entrambe le discussioni sono state abbastanza interessanti ma ve le risparmio perché fin troppo lunghe e articolate per un articolo di un blog. Passerò direttamente alla mia posizione che è emersa da quei discorsi.
Io credo che chiedersi quanto un uomo sia libero nelle sue scelte e quindi quanto debba rimanere in capo suo la responsabilità delle loro conseguenze sia fondamentalmente inutile.
Quando ci si pone una domanda ci si deve chiedere, in concomitanza, quali siano le conseguenze delle varie risposte possibili a quella domanda. Così ho fatto in relazione a questa questione.
Dopo che Hemingway si è sparato in testa con un fucile, possiamo chiederci se egli sia responsabile della sua sorte. Potrebbe aver coscientemente rinunciato alla vita a seguito di un ragionamento ben argomentato e solido o magari le atrocità delle guerre che aveva combattuto gli avevano rubato la fiducia nella vita, magari le circostanze gli avevano negato ogni speranza fino a costringerlo a premere il grilletto. Ma dopotutto, cosa cambia?
Quando il tuo cervello è sparso per il muro alle tue spalle sei comunque morto. Che differenza credete che passi tra un morto libero e uno costretto dalla contingenza stocastica? Che cambia tra un cadavere responsabile e uno innocente?
Nulla. Sempre cadavere resta.
Lo stesso vale per il signor Adolf Heichmann. Nel momento esatto in cui la corda gli spezza l’osso del collo, sulle sue spalle e sul suo corpo che verrà poi disperso in mare ricade la responsabilità ontologica di uno dei massacri più terribili della storia umana. Ogni ebreo morto conduce alla conseguenza inevitabile della corda. Che tu sia libero o obbligato ad una certa azione, politicamente, socialmente, neurologicamente poco importa. Se non puoi evitare la conseguenza, essa porta con sé la tua responsabilità.
Hannah Arendt, una filosofa statunitense che segui e studiò il processo Heichmann dedicò a quell’uomo una definizione che finì per entrare nel gergo comune: la banalità del male. Meglio avrebbe fatto ad usarne invece un’altra: la banalità della responsabilità ontologica.
Torniamo a Minzolini, alla dimostrazione di Roma, ai black block e ai borghesucci.
Cosa c’entreranno con un criminale nazista, vi starete chiedendo, immagino.
Non ho intenzione di palare dei complotti, degli infiltrati, delle ragioni della protesta, delle ragioni della polizia, dello stato e via discorrendo. Quello che mi interessa è individuare la responsabilità dello stato delle cose.
Il servizio del TG1 riguardava i poveri lavoratori che hanno avuto le auto incendiate, i poveri negozianti con le vetrine sfasciate, i poveri bancari che domani torneranno a lavoro con le sedi rovinate e il povero parroco che si è ritrovato la porta della chiesa sfondata e un crocifisso spaccato.
Che colpa avevano tutti questi poveracci?
Uno dei maggiori successi della nostra società, nel tentativo di restare in vita e replicarsi nonostante la sua mediocrità, sta proprio nella spersonalizzazione del potere. Sembra che nessuno sia responsabile dello stato delle cose. L’1% della popolazione mondiale detiene il 50% delle risorse del pianeta. Ventitremila persone al giorno muoiono per mancanza di cibo (fanno ottomiloniquattrocentomila ogni anno, Eichmann ce ne ha messi sette di anni per seimilioni di ebrei, dilettante). Costantemente la vita degli uomini viene rubata in un tritacarne produttivo senza alcuno scopo… ma… non è colpa di nessuno.
Quell’uno percento alla fine fa i suoi interessi, le banche il loro lavoro, i soldati obbediscono agli ordini, i generali ai governi, i governi alla volontà popolare, la volontà popolare alla volontà della divina provvidenza e così via.
E invece no! A me non sta bene. Non sta bene che siano usati due pesi e due misure per Eichmann e per gli Eichmann del nostro tempo. Ogni uomo che partecipa e ha partecipato alla costruzione di questa società porta su di sé la responsabilità ontologica delle sue conseguenze.
Non solo i capi di stato, non solo le potenti famiglie di banchieri, non solo i generali che guidano le guerre d’occupazione ma ogni singolo uomo che partecipa alla società è responsabile delle sue conseguenze.
Le auto in fumo, le vetrine sfondate, i danni casuali sono come la corda che spezza il collo di Eichmann, servono a legare gli uomini alle proprie responsabilità ontologiche. Ma erano padri di famiglia. Sono onesti lavoratori. Il mondo va così. Tengono famiglia. Sono bravi ragazzi. Chissenefrega, io prego per la pioggia.
Imparate a nuotare.
Il 19 marzo 1906, in una cittadina della Renania settentrionale, Solingen, nasce il signor Adolf Eichmann. Cinquantasei anni dopo, il 31 maggio 1962, il suo corpo penzola da una forca in una cella della prigione di Ramla, Israele. Vediamo cosa è successo in questi cinquantasei anni.
Nella sua vita il signor Eichmann è stato un nazista. Per la precisione, un burocrate. Non ha contribuito in nessun modo alla giustificazione dialettica dell’ideologia nazionalsocialista tedesca, non ha scritto libri, non ha tenuto discorsi, non ha preso alcuna decisione politica.
Si è limitato ad occuparsi della tecnica e della tecnologia della cosiddetta “soluzione finale”. La sua carriera è iniziata con l’organizzazione della deportazione degli ebrei viennesi, in seguito all’Anschluss dell’Austria nel 1937, per poi continuare fino agli ultimi giorni della seconda guerra mondiale.
Eichmann passava le sue giornate di fronte ad una scrivania. Si occupava di particolari. Quanti litri di Zyklon B si dovevano ordinare alla Bayern, a quali campi dovevano essere inviati e in quali quantità, quanti ebrei potesse ospitare ogni campo, in quanto tempo fosse possibile smaltire i corpi dei morti, quanto profonde dovevano essere le fosse comuni, quanto carbone per i forni fosse necessario, quanti treni occorrevano per deportare gli ebrei di quella o questa città, quante fermate avrebbero fatto quei treni per impedire la morte prematura dei deportati, in quali stazioni sarebbero dovuti fermare per non intralciare i rifornimenti per il fronte, quanto cibo sarebbe servito alle guardie che controllavano i prigionieri dei campi, come trasportare i beni sottratti e confiscati agli ebrei, cose di questo genere. Trascorse così le sue giornate, per sette lunghi anni, fino al 1944.
Dopo la guerra scappò in America latina, grazie ad un falso passaporto italiano. Nel 1960 fu rapito dai servizi segreti israeliani. A tradirlo fu suo figlio, che si vantò delle gesta del padre per provarci con una tizia a Buenos Aires. La vita sarebbe davvero insopportabile se non fosse così ironica.
Iniziò così il suo processo.
Nel corso del dibattimento Eichmann non si mostrò mai pentito del suo operato. Nessuna pietà o rimorso sembravano trasparire dalle sue dichiarazioni. Allo stesso modo affermò con compostezza che non aveva mai odiato gli ebrei e che non aveva mai sostenuto l’idea della superiorità della razza, portando come evidenza il suo matrimonio con una donna non ariana. Tutta la sue linea difensiva si basò sulla presunta mancanza di responsabilità nel suo operato. Era un burocrate, di basso rango per giunta, al quale venivano impartiti degli ordini ai quali non aveva nessuna possibilità di opporsi. Teneva famiglia, lui. Guardate la sua foto qui a fianco. Tutto sembra meno che un sistematico massacratore. Sembra un padre di famiglia, un impiegato del catasto, un ometto un po’ mediocre e un po’ noioso. Aveva dei vicini di casa ai quali sorrideva, un figlio un po’ scemo che per rimorchiare ha appeso di fatto il padre a una corda, una moglie bruttina che tradiva con delle prostitute ecc…
Fu dichiarato colpevole da una corte militare e la sua sorte fu la stessa della maggior parte degli imputati del processo che si era tenuto a Norimberga, quindici anni prima. Dopo l’impiccagione fu cremato e le sue ceneri sparse in mare aperto, oltre i confini delle acque territoriali Israeliane.
Torniamo all’hipster e all’antropologa. Ho avuto l’occasione di parlare con loro della questione della libertà di azione umana e della responsabilità che ne consegue. Entrambe le discussioni sono state abbastanza interessanti ma ve le risparmio perché fin troppo lunghe e articolate per un articolo di un blog. Passerò direttamente alla mia posizione che è emersa da quei discorsi.
Io credo che chiedersi quanto un uomo sia libero nelle sue scelte e quindi quanto debba rimanere in capo suo la responsabilità delle loro conseguenze sia fondamentalmente inutile.
Quando ci si pone una domanda ci si deve chiedere, in concomitanza, quali siano le conseguenze delle varie risposte possibili a quella domanda. Così ho fatto in relazione a questa questione.
Dopo che Hemingway si è sparato in testa con un fucile, possiamo chiederci se egli sia responsabile della sua sorte. Potrebbe aver coscientemente rinunciato alla vita a seguito di un ragionamento ben argomentato e solido o magari le atrocità delle guerre che aveva combattuto gli avevano rubato la fiducia nella vita, magari le circostanze gli avevano negato ogni speranza fino a costringerlo a premere il grilletto. Ma dopotutto, cosa cambia?
Quando il tuo cervello è sparso per il muro alle tue spalle sei comunque morto. Che differenza credete che passi tra un morto libero e uno costretto dalla contingenza stocastica? Che cambia tra un cadavere responsabile e uno innocente?
Nulla. Sempre cadavere resta.
Lo stesso vale per il signor Adolf Heichmann. Nel momento esatto in cui la corda gli spezza l’osso del collo, sulle sue spalle e sul suo corpo che verrà poi disperso in mare ricade la responsabilità ontologica di uno dei massacri più terribili della storia umana. Ogni ebreo morto conduce alla conseguenza inevitabile della corda. Che tu sia libero o obbligato ad una certa azione, politicamente, socialmente, neurologicamente poco importa. Se non puoi evitare la conseguenza, essa porta con sé la tua responsabilità.
Hannah Arendt, una filosofa statunitense che segui e studiò il processo Heichmann dedicò a quell’uomo una definizione che finì per entrare nel gergo comune: la banalità del male. Meglio avrebbe fatto ad usarne invece un’altra: la banalità della responsabilità ontologica.
Torniamo a Minzolini, alla dimostrazione di Roma, ai black block e ai borghesucci.
Cosa c’entreranno con un criminale nazista, vi starete chiedendo, immagino.
Non ho intenzione di palare dei complotti, degli infiltrati, delle ragioni della protesta, delle ragioni della polizia, dello stato e via discorrendo. Quello che mi interessa è individuare la responsabilità dello stato delle cose.
Il servizio del TG1 riguardava i poveri lavoratori che hanno avuto le auto incendiate, i poveri negozianti con le vetrine sfasciate, i poveri bancari che domani torneranno a lavoro con le sedi rovinate e il povero parroco che si è ritrovato la porta della chiesa sfondata e un crocifisso spaccato.
Che colpa avevano tutti questi poveracci?
Uno dei maggiori successi della nostra società, nel tentativo di restare in vita e replicarsi nonostante la sua mediocrità, sta proprio nella spersonalizzazione del potere. Sembra che nessuno sia responsabile dello stato delle cose. L’1% della popolazione mondiale detiene il 50% delle risorse del pianeta. Ventitremila persone al giorno muoiono per mancanza di cibo (fanno ottomiloniquattrocentomila ogni anno, Eichmann ce ne ha messi sette di anni per seimilioni di ebrei, dilettante). Costantemente la vita degli uomini viene rubata in un tritacarne produttivo senza alcuno scopo… ma… non è colpa di nessuno.
Quell’uno percento alla fine fa i suoi interessi, le banche il loro lavoro, i soldati obbediscono agli ordini, i generali ai governi, i governi alla volontà popolare, la volontà popolare alla volontà della divina provvidenza e così via.
E invece no! A me non sta bene. Non sta bene che siano usati due pesi e due misure per Eichmann e per gli Eichmann del nostro tempo. Ogni uomo che partecipa e ha partecipato alla costruzione di questa società porta su di sé la responsabilità ontologica delle sue conseguenze.
Non solo i capi di stato, non solo le potenti famiglie di banchieri, non solo i generali che guidano le guerre d’occupazione ma ogni singolo uomo che partecipa alla società è responsabile delle sue conseguenze.
Le auto in fumo, le vetrine sfondate, i danni casuali sono come la corda che spezza il collo di Eichmann, servono a legare gli uomini alle proprie responsabilità ontologiche. Ma erano padri di famiglia. Sono onesti lavoratori. Il mondo va così. Tengono famiglia. Sono bravi ragazzi. Chissenefrega, io prego per la pioggia.
Imparate a nuotare.
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23 settembre 2011
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Dopo aver appoggiato il ginocchio sul letto, premette con più forza sul mento, mentre teneva ferma, con l’altra mano, la testa, all’altezza della fronte. La bocca si spalancò finché le labbra non si strapparono agli angoli. Ad un tratto udì uno schiocco secco. L’osso cedette. Le guance di sua madre si andavano tingendo di un rosso cupo mentre sentiva il sangue bagnargli le dita.
Guardò i suoi occhi e li trovò vuoti e acquosi, per via del Roipnol che le aveva sciolto nel vino a cena. Era come guardare uno specchio opaco.
Quando si accorse che lei respirava ancora, prese lentamente la lampada d’ottone dal comodino lì a fianco e pensò a come avrebbe potuto finire il lavoro.
La colpì con tutta la forza che aveva mirando alla fronte. La testa affondò nel cuscino assorbendo il colpo e sul cranio si aprì soltanto un piccolo taglio. Posò di nuovo la lampada e tirò il corpo della madre verso di sé in modo che la testa potesse poggiare sul comodino di noce. Colpì di nuovo con la lampada e questa volta l’osso occipitale andò in frantumi. Il rumore rimase per un attimo sospeso nell’aria e poi fu cancellato dall’eco dei colpi che seguirono.
Si accorse del sangue caldo che gli stava colando sul petto depilato quando ormai il cranio della madre era poco più che una poltiglia di ossa e carne sfilacciata. Andò allo specchio e non riuscì a vederci dentro proprio nulla. Decise di fare la doccia e mentre entrava in bagno si girò per dare un’occhiata al salotto.
The Sleeper era lì, seduto sul divano, con lo sguardo perso nel vuoto. Dalla tv, che Nico non poteva vedere, proveniva la telecronaca di una qualche partita di calcio.
L’acqua lavò via in fretta il sangue dalla sua pelle. Nico lo vedeva scorrere nello scarico della doccia e respirava lentamente. Lavò accuratamente i capelli, poi prese l’asciugamano appeso al solito posto e uscì dalla vasca. Mentre si asciugava si guardò allo specchio ma l’acqua calda lo aveva appannato a tal punto che riusciva appena a distinguere i contorni del suo corpo.
Tagliò le unghie dei piedi e si strappò qualche pelo dalla sopracciglia per definire meglio i contorni. Si lavò i denti scrupolosamente e poi preparò due strisce di coca sullo specchietto che aveva usato poco prima per aggiustarsi le sopracciglia. Tirò prima con una narice, poi con l’altra.
Uscendo dal bagno si diresse verso il salotto tenendo lo sguardo fisso su The Sleeper. Aveva i capelli arruffati e se ne stava in silenzio. Si sentiva soltanto il digrignare ritmato dei suoi denti, mentre in tv, la partita era finita. Ne aveva preso il posto il video di una vecchia canzona degli Eeels. I membri del gruppo galleggiavano nell’aria immersi in uno sfondo metropolitano in bianco e nero…
…Guess whose living here
With the great undead
This paint by numbers life
Is fucking with my head once again…
The sleeper estrasse una sigaretta dalla tasca e la accese senza guardare Nico. In effetti non stava guardando proprio nulla. Lo sguardo spento era perso in qualcosa di opalescente, qualcosa che doveva esistere al di là dello schermo della televisione, dove intanto gli Eels continuavano il loro show…
… Life is good
And I feel great
'cause mother says I was
A great mistake…
Nico tornò in camera sua per vestirsi. Prese i levis freschi di lavanderia e si infilò una camicia chiara di Armani. Scelse con calma le scarpe e finì di prepararsi che il video non era ancora finito…
Novocaine for the soul
You'd better give me something
To fill the hole
Before I sputter out.
Passò di fronte alla porta del salotto. Io esco, buonanotte. The Sleeper non si mosse. La cenere della sua sigaretta cadde a terra e la televisione iniziò a trasmettere una qualche televendita.
In strada c’era Luca ad aspettarlo.
Mio dio, ma che diavolo ti è successo? Ho ucciso mia madre. Dicevo ai capelli, li hai tutti schiacciati, lì, di lato. Stiamo andando al Toqueville se non te ne ricordassi, non al bar dello sport. Dai, fai una cosa, sali in casa e datti una sistemata, io ti aspetto in macchina e intanto mi faccio mezzo grammo. Sbrigati.
Salì le scale e fece girare la chiave nella serratura. Andò dritto in bagno e si lavò di nuovo, con cura, i capelli. Si pettinò con calma. Controllò che la sua pettinatura fosse bella e notò che in effetti lo era. Uscendo dal bagno si accorse che dalla camera della madre già proveniva uno strano odore. Rientrò in bagno e prese una bomboletta di lacca. Tornò in camera della madre e senza accendere la luce spruzzò tutto il contenuto nell’ambiente. L’odore di lacca saturò l’ambiente.
Poteva vedere le minuscole goccioline di lacca danzare tra le strisce di luce che, dai lampioni, si insinuavano tra le fessure delle serrande abbassate della camera. Rimase per qualche istante a fissare queste ballerine improbabili, sospese a mezz’aria, immerse nello sfondo della camera di sua madre.
Lei giaceva sul letto. I pezzi di cranio schizzati sul muro colavano dalla carta da parati. Il comodino era coperto di una poltiglia densa e il letto era macchiato in più punti. Nico guardava, ma non vedeva altro che quelle ballerine sospese. Pensò che erano belle e gli venne voglia di tirare altra coca.
Andò al bagno, prese lo specchio e preparò altre due strisce. Prima una narice, poi l’altra. Passò di fronte alla porta del salotto. The Sleeper non si era mosso. La televisione trasmetteva la pubblicità di uno shampoo al kiwi. Uscì, tirandosi dietro la porta di casa.
L’Audi A3 di Luca era parcheggiata in doppia fila di fronte a casa sua. Luca era dentro e quando Nico si avvicinò al finestrino, non avrebbe saputo dire se Luca stesse piangendo o ridendo. Non avrebbe saputo nemmeno dire se fosse proprio Luca quello che vedeva o semplicemente il suo riflesso sul finestrino. Salì in auto. Luca accese il motore e la sua Audi sfrecciò nella notte milanese.
Nico accese la radio. Billy Corgan cantava…
… My reflection, dirty mirror
There's no connection to myself
I'm your lover, I'm your zero
I'm in the face of your dreams of glass
So save your prayers
For when we're really gonna need'em
Throw out your cares and fly…
Nico vide lo specchietto che aveva usato Luca sul cruscotto. Lo prese e preparò altra coca…
… Wanna go for a ride?
Cos’è sta merda? Boh, roba vecchia. Stasera al Q13 suona Dimitry XTC. Cosa? Stasera al Toque suona Dimitry XTC.
… Emptiness is loneliness, and loneliness is cleanliness
And cleanliness is godliness, and god is empty just like me.
Luca sintonizzò la radio su una stazione che trasmetteva musica house e tirò due strisce. Prima una narice, poi l’altra.
Arrivati in corso Como Luca parcheggiò la sua Audi in doppia fila, proprio di fianco a una Bmw Z3. Il guidatore della BMW era nell’auto, il suo viso era illuminato dallo schermo dello smartphone che stava maneggiando.
Nico e Luca scesero dall’Audi e fecero il giro della BMW. Diedero un’occhiata al proprietario. Sembrava un uomo di mezza età, ma forse era solo il riflesso azzurrognolo dello schermo del cellulare. Luca si avvicinò al finestrino chiuso. Stronzo! Vecchio di merda, che ne dici di portare via questa macchina da magnaccia e lascarci il parcheggio? Dentro l’abitacolo l’uomo non si muoveva e continuava a guardare fisso lo schermo del cellulare. Di tanto in tanto le dita scorrevano e sfioravano lo schermo.
Mi senti vecchio di merda? Sei stronzo o cosa? Luca fece un paio di passi indietro per prendere la rincorsa e colpì con la suola della scarpa di Armani la portiera della BMW. La portiera si piegò. Luca e Nico si guardarono per un istante, poi tornarono a sbirciare l’interno dell’abitacolo della BMW.
Sul volto dell’uomo per un attimo apparse un ombra di terrore, nel momento stesso in cui il telefono gli sfuggì di mano. La luce dello schermo sparì. Luca e Nico iniziarono a colpire la portiera con manate e calci.
Ad un tratto la luce riapparve all’interno dell’abitacolo. Il vetro del finestrino era incrinato e non era più possibile per loro vedere bene il volto dell’uomo. Se avessero dovuto sbilanciarsi sulla sua espressione, avrebbero detto che sembrava rinfrancato e che si stesse calmando. Teneva di nuovo con le mani il suo smartphone e i suoi occhi sembravano persi al di là dello schermo.
Luca appoggiò entrambe le mani sul vetro ormai ridotto a una ragnatela di crepe. Vaffanculo. Sciroccato del cazzo!
Lasciarono lì l’Audi, in doppia fila, e proseguirono a piedi per via Alessio di Toqueville fino al numero 13.
La musica si sentiva dalla strada ma all’entrata non c’era calca e solo un robusto buttafuori li guardava distrattamente, o forse semplicemente stava fissando qualcosa alle loro spalle.
Infilarono la porta d’ingresso e si ritrovarono in pista. Il DJ stava suonando alcuni pezzi di elettronica. Questo posto sta diventando un covo di sfigati. Cosa Luca? Questo posto non vale più un cazzo. Nico si avvicinò alla console del DJ, facendosi largo tra la gente. Cercò di vedere se conoscesse qualcuno tra le persone che stava spintonando e spostando ma tutti i loro volti si somigliavano e non gli dicevano nulla. Gli occhi vaghi e persi di quelle persone gli ricordavano vagamente quelli di sua madre nell’attimo in cui le fracassava la testa. La temperatura era al limite del soffocante, ma la musica era di suo gusto, forse, così iniziò a ballare.
Sentì un corpo di donna che lentamente si stava appoggiando al suo. Si girò. Vide una ragazza giovane e bionda che gli sorrideva. Aveva i denti scuri e lunghi, gli occhi chiari e persi a guardare qualcosa che in linea d’aria doveva trovarsi dietro la sua testa. Ciao, mi chiamo Irene. Come dici? Sono Irene. Mi stavo chiedendo se non avessi magari della coca. Ci facciamo una botta e poi torniamo qui in pista. Sei una troia vomitevole, i tuoi denti sono una visione raccapricciante. Come dici? Dai su, un paio di tiri. Lei sorrise ancora e gli mise le mani sui fianchi tirandolo a sé.
Nico si avvicinò al suo orecchio. Sei una puttana inguardabile. Mi senti? Troia del cazzo. Lei sorrise ancora senza cogliere nulla di quello che le era stato detto. Intanto guardava in uno specchio alla base della console.
A Nico venne voglia di farsi ancora un po’ di coca e la spintonò via. Cercò con lo sguardo Luca ma intorno a lui vide solo una moltitudine di alieni che si dimenavano convulsamente. I loro riflessi nello specchio si confondevano e sembravano tutti sorridere o ridere convulsamente.
Andò dritto al bagno. Aprì la porta. Entrò. La luce forte dei neon lo costrinse a socchiudere gli occhi. Il bagno era deserto e Nico trovò la cosa abbastanza strana. Si preparò due strisce sul pianale del lavandino e arrotolò una banconota. Alzò la testa e vide dallo specchio che la porta del bagno si stava aprendo. Entrò la bionda della pista da ballo, o forse era una che le somigliava. Ciao bello, lo sapevo che eri tu quello che faceva al caso mio. Lei teneva gli occhi fissi sul lavandino, dove c’era la coca preparata. Perché te ne sei andato così? Sparisci. Dai, solo un tiro, poi ce ne torniamo in pista a ballare. Senti, le cose sono due: o ti paghi la tua cazzo di coca o se vuoi la mia mi devi succhiare l’uccello. Merda. Disse lei, cercando di far sembrare un sorriso quello che era un ghigno. Si inginocchiò e fece per sbottonargli i pantaloni. Il suo corpo era ok. Ma quei denti erano veramente orribili. Nico la colpì con un pugno secco in faccia. L’osso del naso andò in pezzi. Lei cadde svenuta all’istante con il volto trasformato in una maschera di sangue. Mentre il sangue le scorreva lentamente lungo il collo fino a sporcare l’abito leggero Nico staccò l’asciugatore dal muro. Posò la banconota arrotolata che teneva in mano sul pianale, accanto alla coca, e colpì di nuovo la ragazza al volto con l’asciugatore. Il suo zigomo rientrò nel cranio e il sangue schizzò sulla camicia e sulle scarpe di Nico.
Lui sollevò di nuovo l’asciugatore. Sentì la porta del bagno aprirsi e vide dallo specchio un omuncolo basso e gracile, con un taglio di capelli orribile, entrare. Che cazzo stai facendo?
L’uomo in un attimo aveva già estratto un distintivo della polizia o qualcosa del genere. Nell’altra mano teneva una beretta calibro nove. Figlio di puttana, metti giù quel coso e allontanati.
Nico gli si scagliò addosso. Un lampo. Un boato. Cadde a terra. Sentiva il sangue scorrergli nell’orecchio e bagnargli i capelli. Sentì i suoi pensieri svanire e non faceva, dopo tutto, molta differenza. Un attimo dopo era già il nulla.
Il poliziotto bestemmiò e infilò la pistola nella fondina guardandosi intorno. Il bagno era deserto. Prese la banconota sul pianale e tiro in fretta la coca già preparata. Prima una narice, poi l’altra. Si guardò allo specchio e vide un volto qualsiasi. La porta del bagno si aprì di nuovo. Luca entrò e scavalco il corpo di Nico. Si lavò le mani e specchiandosi non avrebbe saputo dire se fosse lui quello che stava ridendo o un’altra persona.
Guardò i suoi occhi e li trovò vuoti e acquosi, per via del Roipnol che le aveva sciolto nel vino a cena. Era come guardare uno specchio opaco.
Quando si accorse che lei respirava ancora, prese lentamente la lampada d’ottone dal comodino lì a fianco e pensò a come avrebbe potuto finire il lavoro.
La colpì con tutta la forza che aveva mirando alla fronte. La testa affondò nel cuscino assorbendo il colpo e sul cranio si aprì soltanto un piccolo taglio. Posò di nuovo la lampada e tirò il corpo della madre verso di sé in modo che la testa potesse poggiare sul comodino di noce. Colpì di nuovo con la lampada e questa volta l’osso occipitale andò in frantumi. Il rumore rimase per un attimo sospeso nell’aria e poi fu cancellato dall’eco dei colpi che seguirono.
Si accorse del sangue caldo che gli stava colando sul petto depilato quando ormai il cranio della madre era poco più che una poltiglia di ossa e carne sfilacciata. Andò allo specchio e non riuscì a vederci dentro proprio nulla. Decise di fare la doccia e mentre entrava in bagno si girò per dare un’occhiata al salotto.
The Sleeper era lì, seduto sul divano, con lo sguardo perso nel vuoto. Dalla tv, che Nico non poteva vedere, proveniva la telecronaca di una qualche partita di calcio.
L’acqua lavò via in fretta il sangue dalla sua pelle. Nico lo vedeva scorrere nello scarico della doccia e respirava lentamente. Lavò accuratamente i capelli, poi prese l’asciugamano appeso al solito posto e uscì dalla vasca. Mentre si asciugava si guardò allo specchio ma l’acqua calda lo aveva appannato a tal punto che riusciva appena a distinguere i contorni del suo corpo.
Tagliò le unghie dei piedi e si strappò qualche pelo dalla sopracciglia per definire meglio i contorni. Si lavò i denti scrupolosamente e poi preparò due strisce di coca sullo specchietto che aveva usato poco prima per aggiustarsi le sopracciglia. Tirò prima con una narice, poi con l’altra.
Uscendo dal bagno si diresse verso il salotto tenendo lo sguardo fisso su The Sleeper. Aveva i capelli arruffati e se ne stava in silenzio. Si sentiva soltanto il digrignare ritmato dei suoi denti, mentre in tv, la partita era finita. Ne aveva preso il posto il video di una vecchia canzona degli Eeels. I membri del gruppo galleggiavano nell’aria immersi in uno sfondo metropolitano in bianco e nero…
…Guess whose living here
With the great undead
This paint by numbers life
Is fucking with my head once again…
The sleeper estrasse una sigaretta dalla tasca e la accese senza guardare Nico. In effetti non stava guardando proprio nulla. Lo sguardo spento era perso in qualcosa di opalescente, qualcosa che doveva esistere al di là dello schermo della televisione, dove intanto gli Eels continuavano il loro show…
… Life is good
And I feel great
'cause mother says I was
A great mistake…
Nico tornò in camera sua per vestirsi. Prese i levis freschi di lavanderia e si infilò una camicia chiara di Armani. Scelse con calma le scarpe e finì di prepararsi che il video non era ancora finito…
Novocaine for the soul
You'd better give me something
To fill the hole
Before I sputter out.
Passò di fronte alla porta del salotto. Io esco, buonanotte. The Sleeper non si mosse. La cenere della sua sigaretta cadde a terra e la televisione iniziò a trasmettere una qualche televendita.
In strada c’era Luca ad aspettarlo.
Mio dio, ma che diavolo ti è successo? Ho ucciso mia madre. Dicevo ai capelli, li hai tutti schiacciati, lì, di lato. Stiamo andando al Toqueville se non te ne ricordassi, non al bar dello sport. Dai, fai una cosa, sali in casa e datti una sistemata, io ti aspetto in macchina e intanto mi faccio mezzo grammo. Sbrigati.
Salì le scale e fece girare la chiave nella serratura. Andò dritto in bagno e si lavò di nuovo, con cura, i capelli. Si pettinò con calma. Controllò che la sua pettinatura fosse bella e notò che in effetti lo era. Uscendo dal bagno si accorse che dalla camera della madre già proveniva uno strano odore. Rientrò in bagno e prese una bomboletta di lacca. Tornò in camera della madre e senza accendere la luce spruzzò tutto il contenuto nell’ambiente. L’odore di lacca saturò l’ambiente.
Poteva vedere le minuscole goccioline di lacca danzare tra le strisce di luce che, dai lampioni, si insinuavano tra le fessure delle serrande abbassate della camera. Rimase per qualche istante a fissare queste ballerine improbabili, sospese a mezz’aria, immerse nello sfondo della camera di sua madre.
Lei giaceva sul letto. I pezzi di cranio schizzati sul muro colavano dalla carta da parati. Il comodino era coperto di una poltiglia densa e il letto era macchiato in più punti. Nico guardava, ma non vedeva altro che quelle ballerine sospese. Pensò che erano belle e gli venne voglia di tirare altra coca.
Andò al bagno, prese lo specchio e preparò altre due strisce. Prima una narice, poi l’altra. Passò di fronte alla porta del salotto. The Sleeper non si era mosso. La televisione trasmetteva la pubblicità di uno shampoo al kiwi. Uscì, tirandosi dietro la porta di casa.
L’Audi A3 di Luca era parcheggiata in doppia fila di fronte a casa sua. Luca era dentro e quando Nico si avvicinò al finestrino, non avrebbe saputo dire se Luca stesse piangendo o ridendo. Non avrebbe saputo nemmeno dire se fosse proprio Luca quello che vedeva o semplicemente il suo riflesso sul finestrino. Salì in auto. Luca accese il motore e la sua Audi sfrecciò nella notte milanese.
Nico accese la radio. Billy Corgan cantava…
… My reflection, dirty mirror
There's no connection to myself
I'm your lover, I'm your zero
I'm in the face of your dreams of glass
So save your prayers
For when we're really gonna need'em
Throw out your cares and fly…
Nico vide lo specchietto che aveva usato Luca sul cruscotto. Lo prese e preparò altra coca…
… Wanna go for a ride?
Cos’è sta merda? Boh, roba vecchia. Stasera al Q13 suona Dimitry XTC. Cosa? Stasera al Toque suona Dimitry XTC.
… Emptiness is loneliness, and loneliness is cleanliness
And cleanliness is godliness, and god is empty just like me.
Luca sintonizzò la radio su una stazione che trasmetteva musica house e tirò due strisce. Prima una narice, poi l’altra.
Arrivati in corso Como Luca parcheggiò la sua Audi in doppia fila, proprio di fianco a una Bmw Z3. Il guidatore della BMW era nell’auto, il suo viso era illuminato dallo schermo dello smartphone che stava maneggiando.
Nico e Luca scesero dall’Audi e fecero il giro della BMW. Diedero un’occhiata al proprietario. Sembrava un uomo di mezza età, ma forse era solo il riflesso azzurrognolo dello schermo del cellulare. Luca si avvicinò al finestrino chiuso. Stronzo! Vecchio di merda, che ne dici di portare via questa macchina da magnaccia e lascarci il parcheggio? Dentro l’abitacolo l’uomo non si muoveva e continuava a guardare fisso lo schermo del cellulare. Di tanto in tanto le dita scorrevano e sfioravano lo schermo.
Mi senti vecchio di merda? Sei stronzo o cosa? Luca fece un paio di passi indietro per prendere la rincorsa e colpì con la suola della scarpa di Armani la portiera della BMW. La portiera si piegò. Luca e Nico si guardarono per un istante, poi tornarono a sbirciare l’interno dell’abitacolo della BMW.
Sul volto dell’uomo per un attimo apparse un ombra di terrore, nel momento stesso in cui il telefono gli sfuggì di mano. La luce dello schermo sparì. Luca e Nico iniziarono a colpire la portiera con manate e calci.
Ad un tratto la luce riapparve all’interno dell’abitacolo. Il vetro del finestrino era incrinato e non era più possibile per loro vedere bene il volto dell’uomo. Se avessero dovuto sbilanciarsi sulla sua espressione, avrebbero detto che sembrava rinfrancato e che si stesse calmando. Teneva di nuovo con le mani il suo smartphone e i suoi occhi sembravano persi al di là dello schermo.
Luca appoggiò entrambe le mani sul vetro ormai ridotto a una ragnatela di crepe. Vaffanculo. Sciroccato del cazzo!
Lasciarono lì l’Audi, in doppia fila, e proseguirono a piedi per via Alessio di Toqueville fino al numero 13.
La musica si sentiva dalla strada ma all’entrata non c’era calca e solo un robusto buttafuori li guardava distrattamente, o forse semplicemente stava fissando qualcosa alle loro spalle.
Infilarono la porta d’ingresso e si ritrovarono in pista. Il DJ stava suonando alcuni pezzi di elettronica. Questo posto sta diventando un covo di sfigati. Cosa Luca? Questo posto non vale più un cazzo. Nico si avvicinò alla console del DJ, facendosi largo tra la gente. Cercò di vedere se conoscesse qualcuno tra le persone che stava spintonando e spostando ma tutti i loro volti si somigliavano e non gli dicevano nulla. Gli occhi vaghi e persi di quelle persone gli ricordavano vagamente quelli di sua madre nell’attimo in cui le fracassava la testa. La temperatura era al limite del soffocante, ma la musica era di suo gusto, forse, così iniziò a ballare.
Sentì un corpo di donna che lentamente si stava appoggiando al suo. Si girò. Vide una ragazza giovane e bionda che gli sorrideva. Aveva i denti scuri e lunghi, gli occhi chiari e persi a guardare qualcosa che in linea d’aria doveva trovarsi dietro la sua testa. Ciao, mi chiamo Irene. Come dici? Sono Irene. Mi stavo chiedendo se non avessi magari della coca. Ci facciamo una botta e poi torniamo qui in pista. Sei una troia vomitevole, i tuoi denti sono una visione raccapricciante. Come dici? Dai su, un paio di tiri. Lei sorrise ancora e gli mise le mani sui fianchi tirandolo a sé.
Nico si avvicinò al suo orecchio. Sei una puttana inguardabile. Mi senti? Troia del cazzo. Lei sorrise ancora senza cogliere nulla di quello che le era stato detto. Intanto guardava in uno specchio alla base della console.
A Nico venne voglia di farsi ancora un po’ di coca e la spintonò via. Cercò con lo sguardo Luca ma intorno a lui vide solo una moltitudine di alieni che si dimenavano convulsamente. I loro riflessi nello specchio si confondevano e sembravano tutti sorridere o ridere convulsamente.
Andò dritto al bagno. Aprì la porta. Entrò. La luce forte dei neon lo costrinse a socchiudere gli occhi. Il bagno era deserto e Nico trovò la cosa abbastanza strana. Si preparò due strisce sul pianale del lavandino e arrotolò una banconota. Alzò la testa e vide dallo specchio che la porta del bagno si stava aprendo. Entrò la bionda della pista da ballo, o forse era una che le somigliava. Ciao bello, lo sapevo che eri tu quello che faceva al caso mio. Lei teneva gli occhi fissi sul lavandino, dove c’era la coca preparata. Perché te ne sei andato così? Sparisci. Dai, solo un tiro, poi ce ne torniamo in pista a ballare. Senti, le cose sono due: o ti paghi la tua cazzo di coca o se vuoi la mia mi devi succhiare l’uccello. Merda. Disse lei, cercando di far sembrare un sorriso quello che era un ghigno. Si inginocchiò e fece per sbottonargli i pantaloni. Il suo corpo era ok. Ma quei denti erano veramente orribili. Nico la colpì con un pugno secco in faccia. L’osso del naso andò in pezzi. Lei cadde svenuta all’istante con il volto trasformato in una maschera di sangue. Mentre il sangue le scorreva lentamente lungo il collo fino a sporcare l’abito leggero Nico staccò l’asciugatore dal muro. Posò la banconota arrotolata che teneva in mano sul pianale, accanto alla coca, e colpì di nuovo la ragazza al volto con l’asciugatore. Il suo zigomo rientrò nel cranio e il sangue schizzò sulla camicia e sulle scarpe di Nico.
Lui sollevò di nuovo l’asciugatore. Sentì la porta del bagno aprirsi e vide dallo specchio un omuncolo basso e gracile, con un taglio di capelli orribile, entrare. Che cazzo stai facendo?
L’uomo in un attimo aveva già estratto un distintivo della polizia o qualcosa del genere. Nell’altra mano teneva una beretta calibro nove. Figlio di puttana, metti giù quel coso e allontanati.
Nico gli si scagliò addosso. Un lampo. Un boato. Cadde a terra. Sentiva il sangue scorrergli nell’orecchio e bagnargli i capelli. Sentì i suoi pensieri svanire e non faceva, dopo tutto, molta differenza. Un attimo dopo era già il nulla.
Il poliziotto bestemmiò e infilò la pistola nella fondina guardandosi intorno. Il bagno era deserto. Prese la banconota sul pianale e tiro in fretta la coca già preparata. Prima una narice, poi l’altra. Si guardò allo specchio e vide un volto qualsiasi. La porta del bagno si aprì di nuovo. Luca entrò e scavalco il corpo di Nico. Si lavò le mani e specchiandosi non avrebbe saputo dire se fosse lui quello che stava ridendo o un’altra persona.
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Racconto
12 settembre 2011
If I had the strength to...
Standing here
The old man said to me,
"Long before these crowded streets
Here stood my dreaming tree."
Below it he would sit
For hours at a time
Now progress takes away
What forever took to find
And now he's falling hard
He feels the falling dark
How he longs to be
Beneath his dreaming tree
Conquered fear to climb
A moment froze in time
When the girl who first he kissed
Promised him she'd be his
Remembered mother's words
There beneath the tree
"No matter what the world
You'll always be my baby."
"Mommy come quick,
The dreaming tree has died."
The air is growing thick
A fear he cannot hide
The dreaming tree has died
Oh, have you no pity?
This thing I do
I do not deny it
All through this smile
As crooked as danger
I do not deny
I know in my mind
I would leave you now
If I had the strength to
I would leave you up
To your own devices
Will you not talk?
Can you take pity?
I don't ask much
But won't you speak, please?
From the start
She knew she had it made
Easy up 'til then
For sure she'd make the grade
Adorers came in hordes
To lay down in her wake
Gave it all she had
But treasures slowly fade
Now she's falling hard
Feels the fall of dark
How did this fall apart?
She drinks to fill it up
A smile of sweetest flowers
Wilted so and soured
Black tears stain the cheeks
That once were so admired
She thinks when she was small
There on her father's knee
How he had promised her,
"You'll always be my baby."
"Daddy come quick,
The dreaming tree has died
I can't find my way home
There is no place to hide
The dreaming tree has died."
Oh, if I had the strength to
I would leave you up
To your own devices
Will you not talk?
Can you take pity?
I don't ask much
But won't you speak, please?
The old man said to me,
"Long before these crowded streets
Here stood my dreaming tree."
Below it he would sit
For hours at a time
Now progress takes away
What forever took to find
And now he's falling hard
He feels the falling dark
How he longs to be
Beneath his dreaming tree
Conquered fear to climb
A moment froze in time
When the girl who first he kissed
Promised him she'd be his
Remembered mother's words
There beneath the tree
"No matter what the world
You'll always be my baby."
"Mommy come quick,
The dreaming tree has died."
The air is growing thick
A fear he cannot hide
The dreaming tree has died
Oh, have you no pity?
This thing I do
I do not deny it
All through this smile
As crooked as danger
I do not deny
I know in my mind
I would leave you now
If I had the strength to
I would leave you up
To your own devices
Will you not talk?
Can you take pity?
I don't ask much
But won't you speak, please?
From the start
She knew she had it made
Easy up 'til then
For sure she'd make the grade
Adorers came in hordes
To lay down in her wake
Gave it all she had
But treasures slowly fade
Now she's falling hard
Feels the fall of dark
How did this fall apart?
She drinks to fill it up
A smile of sweetest flowers
Wilted so and soured
Black tears stain the cheeks
That once were so admired
She thinks when she was small
There on her father's knee
How he had promised her,
"You'll always be my baby."
"Daddy come quick,
The dreaming tree has died
I can't find my way home
There is no place to hide
The dreaming tree has died."
Oh, if I had the strength to
I would leave you up
To your own devices
Will you not talk?
Can you take pity?
I don't ask much
But won't you speak, please?
3 settembre 2011
Il fascino del dubbio.
Per lungo tempo mi sono considerato in qualche modo uno scettico. Alla fine si ha sempre ragione ad esserlo perché è una posizione muta. Quando si tace è difficile essere confutati, tocca agli altri rispondere, è chi ci circonda ad essere nella posizione scomoda.
Chi può sostenere veramente lo sguardo della sfinge?
Come per altre questioni, ho cambiato radicalmente il mio rapporto col dubbio nel corso del tempo. Guardandoci indietro si ha l’occasione di vedere, nelle pagine di un diario, fosse anche quello sbiadito della memoria, quanto di noi abbiamo perso. Con la giusta dose di tempo e esperienza è possibile che di quello che eravamo in un istante passato non sia rimasto nulla. E’ un po’ come morire, un cambiamento della nostra manifestazione.
-Ma tu, dimmi, non hai paura di morire?
-Si. Ma sono morto così tante volte che ormai ci ho fatto l’abitudine.
Era una vecchia pagina di diario, una delle poche che ancora riesco a rileggere senza imbarazzo o vergogna.
Oggi non posso più dirmi scettico, al contrario, di fronte agli uomini dubbiosi mi sento vagamente a disagio. Un disagio empatico che è rifiuto della vigliaccheria. Il dubbio è del vigliacco.
Esitare, interrogarsi, attendere anche quando sappiamo, per la semplice ragione che il nostro sapere non può essere assoluto, oggi mi sembra un basso trucco.
Il dubbio può solo essere universale. Dal momento che si accetta la possibilità del dubbio in una questione lo si espande istantaneamente su tutto il conoscibile. Basta un passo nell’agnosticismo e giù per le rapide del dubbio fino al non poter nemmeno affermare l’esistenza delle proprie mani.
Come è possibile esistere nel dubbio?
La risposta è semplice: non si può. Il dubbio è l’impossibilità di scegliere, di agire. E’ la negazione stessa dello strappo esistenziale. Per questo è elegante, è di là, dall’altra parte della vita.
Credo che sia questa mia mancanza di eleganza presente che mi rende malinconico nel rileggermi ai tempi del dubbio.
Se la malinconia è una sorta di noia ricercata, il sentimento di non appartenere al mondo, che cosa può suscitarla meglio dell’eleganza della negazione della possibilità?
Diciamocelo, dal momento che agiamo, siamo tutti delle creature pietose, scarafaggi ciechi che si dimenano, il dubbio invece è la fine del trauma.
Nello scetticismo c’è la fine di ogni civiltà, una nostalgia nobile per la barbarie. Il dubbio risiede nello spazio destinato alla volontà di potenza.
Che lo abbia rinnegato poco conta, perché ho come l’impressione che il suo fascino mi perseguiti.
Come si può resistere all’estetica di un così sincero desiderio di autodistruzione e rovina?
Possiamo veramente negarci l’irrequietezza dell’empasse?
L’attimo prima, l’esitazione, l’indecisione, la ribellione all’esistenza e alla possibilità.
17 agosto 2011
25 luglio 2011
La lettera.
Stava lì sul tavolo, col francobollo, il timbro postale e tutto il resto. Sedetti e notai il mio nome sopra l’indirizzo di casa mia, niente mittente. A quell’ora di notte potevo scegliere se dedicarmi a lei o a qualcun altro dei miei romanzi notturni.
Quando dico notturni, intendo quei romanzi che parlano della notte, quella vera, l’unico argomento appena interessante che si possa trovare al confine con l’apatia del caldo estivo. Io li amo quei romanzi. Il punto è che odio i loro autori. Céline è troppo impotente, McCarthy troppo americano, Cioran troppo bravo a scrivere dei miei pensieri, Caraco troppo una brutta copia di tutti gli altri.
Strappai la busta , saranno state dieci pagine scritte in corsivo fitto, inutile anche provarci. Accesi una sigaretta e girai i fogli per vedere chi avesse avuto il coraggio di scrivere così tanto.
Doveva essere qualcuno che non mi conosceva affatto, un estraneo, altrimenti avrebbe dovuto sapere che non avrei mai trovato la voglia di leggere tutto quello spreco di inchiostro.
Niente firma, tanto meglio. Tempo sprecato il suo. Tempo sprecato in generale. Tre tiri lenti e lasciai ricadere i fogli sulla scrivania. Se solo la mia chitarra non fosse stata nell’altra stanza avrei potuto pure suonare per un po’.
La sigaretta si consumava lentamente tra le dita, aspettai che smettesse di brillare, con la cenere caduta a terra e tutto. Tornai al tavolo con la chitarra in mano e suonai il peggior preludio di Bach degli ultimi vent’anni. Tedeschi di merda.
Dovevo aver dimenticato, per il caldo, il motivo per il quale suonavo sempre meno, dopo aver speso decine, che dico, centinaia di ore su quella chitarra: non ne valeva la pena. Tempo sprecato. Non avrei sopportato di dover sentirmi ancora suonare. Ritornai da lei.
Caro C.
tu odi tuo fratello dal profondo del cuore. Questo è un sentimento veramente vile.
Iniziava proprio così: tu odi tuo fratello dal profondo del cuore. Questo è un sentimento veramente vile. Svelato l’arcano. Doveva essere proprio lui il mittente, mio fratello. Inutile firmarsi quando la monotonia dei silenzi accumulati negli anni ti lega indissolubilmente a qualcuno. Il rancore non è come l’amore, che può essere universale. Il rancore ha sempre un volto. Piuttosto che chiamarmi aveva voluto scrivermi, che vigliacco, era una cosa da lui. Dieci anni di silenzio e cosa cercava ora con quella lettera? Nemmeno lui era così ottuso da farsi passare per la mente l’idea di una riconciliazione. Accesi un’altra sigaretta e gettai il secondo pacchetto della giornata, il terzo era a una distanza incolmabile, sul tavolo della cucina. Sapevo che sarei andato a prenderlo entro breve. C’è una sola cosa che batte l’apatia: la nicotina.
Non ti buttare giù, non ancora. Siamo solo all’inizio. Pensa, oltre a tuo fratello, a quanti altri hai calpestato e fatto soffrire nel corso della tua vita. La tua famiglia, le persone che ti hanno amato, M.
Te la ricordi M.? Ricordi quando ti urlò in lacrime “Mi hai rovinato la vita”? Era l’urlo di tanti, più di quanti tu stesso possa immaginare. “La nostra felicità ha un prezzo: la felicità degli altri”, parole tue. “La strada per la felicità è lastricata delle teste mozzate delle persone che ci camminano accanto. Per questo non mi fido di chi vuole essere felice. Un giorno o l’altro una di quelle teste potrebbe essere la mia. La felicità, alla fine, conta poco. Essere felice, in fondo, non mi interessa nemmeno. In fondo c’è solo la notte”. Te le ricordi queste parole? Guardati allo specchio, ora.
Ecco cosa voleva mio fratello. Farmi soffrire. Certo che mi ricordavo M., anche se non sapevo se l’avessi mai amata. Di sicuro non l’avevo mai capita fino in fondo. Ricordavo le urla, gli insulti, il suo pianto disperato. Mi hai rovinato la vita!
Ora M. ha i capelli lisci e biondi, allora li aveva ricci e scuri. Ha quindici anni in più, gli occhi un po’ più tristi e una figlia di otto anni che le somiglia in maniera indecente. Forse era vero che le avevo rovinato la vita. Me la immaginavo a partorire sua figlia per rivalsa, per vendetta, per farla soffrire come aveva fatto lei, per replicare il suo modello, perché venisse a questo mondo che mal comune è mezzo gaudio. La troia!
Ecco cosa si ottiene ad aprirsi a un fratello. Dopo dieci anni di rancori covati nel silenzio, vi scriverà una lettera col solo intento di farvi soffrire, armato di quelle confidenze. Mi trascinai fino al tavolo della cucina e mentre mi accendevo una sigaretta dal pacchetto nuovo mi affacciai alla finestra. Il caldo appiattiva la strada in uno stagno di solitudine e sopra, la notte.
Ci sei riuscito? No vero? Mi chiedo infatti come potresti…
Le pagine seguenti erano l’elenco più accurato, freddo e meticoloso delle vergogne di tutta una vita che avessi mai visto. Tutti i miei tradimenti, le bassezze, le mediocrità, i fallimenti ripetuti, le insicurezze, i respiri affannosi, le fughe vigliacche e i pianti strozzati nelle lunghe ore notturne. Un lama precisa che tagliava la mia vita in mille brandelli, uno più meschino dell’altro. Sangue dappertutto. Era veramente troppo, anche per me. La rabbia mi assalì cieca. Quel bastardo! Al posto di vivere la sua vita, per anni aveva soltanto osservato la mia. Aveva annotato tutto, gli eventi, le reazioni, gli sguardi, persino i pensieri. E ora, dopo dieci anni, mi serviva le mie budella fredde su un piatto d’argento. Come si può arrivare ad odiare qualcuno a tal punto? Con che coraggio si può giudicare così aspramente un uomo? Accesi una sigaretta cercando di calmarmi. Quasi non tirai nemmeno. La lasciai morire lentamente nel posacenere mendicando da quegli istanti quel coraggio che mi sarebbe servito per finire di leggere.
Siamo arrivati al piatto forte, alla portata principale. L. Almeno per lei riesci a piangere un po’? Mi ricordo quando mi parlasti di lei, di come avesse cambiato la tua vita in un istante. Quando tremante raccontavi del sesso sotto la pioggia fresca di fine estate, della tua vita segreta fatta di corse notturne in auto e di risvegli appannati di eroina e del suo profumo. “La tua tempesta perfetta”. Erano menzogne: lei era onesta, tu sei solo un vigliacco.
Mi sentivo soffocare, presi una sigaretta dal pacchetto ma si spezzò tra le mie dita, così rinunciai all’idea di fumare, per un minuto. L’ennesima sigaretta iniziò a bruciare tra le mie labbra e il fumo che mi entrava negli occhi almeno mi impediva di continuare a leggere. Per impedirmi di pensare invece sarebbe servito ben altro, così pensavo. Pensavo e non la smettevo.
L. era bellissima. Io non l’avevo mai amata. Avevo amato si, ma non lei. Avevo, in fondo, amato soltanto la sua immagine, in una parola: me stesso. Ero arrivato a un passo dallo spezzarmi in quell’autunno e in un certo senso spezzato già lo ero. Diviso in due perché a vivere due vite si perde una parte di se stessi. Capire cosa sia vivere per due non è facile. Significa rinunciare al sonno, per prima cosa, poi alla propria consapevolezza, al proprio equilibrio e infine alla propria sanità mentale. Non esiste un MrHide sano di mente. Il mio, di MrHide, era davvero grottesco, devo ammettere.
Eppure mi piaceva. Se guardare allo specchio il mio pigro Dr Jeckyll mi deprimeva, in quelle notti, quando MrHide sorgeva dal lato oscuro della luna era un piacere. Narciso che si specchia in una palude scura come un pozzo vuoto, come la notte. Amavo lui, non L.
Ti ricordi l’ultima volta che l’hai vista? Ti aiuto io se vuoi. Era la notte tra la festa di Tutti i Santi e il giorno della celebrazione dei morti. Una telefonata, tu che rispondi annoiato: ok, va bene, passo a casa tua. Ci vediamo sul tardi, dopo le due.
In quella casa, quella notte, trovasti due biglietti per il Venezuela, per volare al di là della notte e quegli occhi che ti guardavano. Quegli occhi erano stati la causa di tutto. Quegli occhi avevano fatto nascere il tuo MrHide, lo avevano acceso, e l’avevano amato. Le stesse due stelle verdi che ti inchiodavano al muro, circondate da quel viso gonfio e spaccato dai tuo pugni. “Non mi fai paura”. Come è stato guardare negli occhi di chi, anche a un passo dalla notte, non trema?
Io tremavo. Porco dio se tremavo. I fogli caddero e prima di ritornare coi ricordi a quella notte sentivo di dover fumare ancora, anche se la gola faceva male e a stento riuscivo a respirare mentre soffocavo nel pianto. L’accendino vomitò un’altra fiammata, il fumo rimase sospeso a mezz’aria, pesante come un’ombra cupa. Quella notte stracciai il mio biglietto. Se tu non parti, neanche io parto. Sarò un’altra. Staro qui, con te. Il fatto è che io non volevo un’altra. Volevo quegli occhi, volevo la mia doppia vita, volevo me stesso e vaffanculo il resto. Si, vaffanculo anche lei. Quella che voleva diventare una commessa o una segretaria o lo sa solo dio cosa e vivere in un paesino di provincia. Se c’era una cosa che non avrei mai potuto sopportare, la cosa della quale non ammettevo nemmeno la possibilità, era il vederla tornare a casa con gli occhi bassi, dopo dieci anni di lavoro e di mediocrità. La mia mediocrità. Io amavo solo me, il me creato da quegli occhi, da quel corpo, da quella donna. Da chi attraversava tre frontiere carica di eroina come un animale, occhiali da sole sul naso e trentotto millimetri sotto il gilet. Così per sempre la volevo, e perderla era l’unico modo per averla per sempre. Per sempre quelle notti bagnate di sesso e poi giù, con l’ago nelle vene e correre veloci verso la notte, per sempre mia. La mia tempesta perfetta. Uscendo da casa sua sentii le sue ultime parole per me: se non possiamo bruciare insieme, allora, brucerò da sola.
Era una citazione di un libro che non avevo ancora letto, ironia della sorte lo lessi quando era già troppo tardi. La differenza tra i libri e la vita è che i primi si amano e ti permettono di vivere, la seconda si odia e ti uccide.
Così L. bruciò. L’indomani volò sopra l’oceano e fu arrestata nove mesi dopo negli Stati Uniti. In attesa del processo in cui rischiava ventidue anni, si taglio la gola con un piatto rotto e morì dissanguata nella sua cella, nella prigione federale della città di Boston.
La disperazione è così, è staccarsi tutto a un tratto dal mondo e precipitare all’infinito in un istante.
Non avevo mai detto una sola parola di L. a mio fratello. Girai di nuovo i fogli e quel vuoto alla fine dell’ultima pagina era come uno specchio per la mia anima. Chi? Se non lui, chi?
Rilessi tutto e mi resi conto che nessuno poteva sapere così accuratamente tutto ciò che era successo nella mia vita. Un nemico senza volto si materializzò nel buio che vegliava fuori dalle mie finestre. L’accendino brillò ancora, i polmoni si strinsero.
Qualcuno mi conosceva tanto a fondo e mi odiava così sinceramente e non avevo idea di chi potesse essere. Rilessi ancora da capo e ogni riga urlava il suo disprezzo, ogni pagina trasudava odio, ogni frase era affilata per ferire, per uccidere. Chi?
Pensai a lungo a una risposta plausibile ma per quanto mi sforzassi mi perdevo in un labirinto di supposizioni folli e di ipotesi insensate. Il mio nemico era invisibile, vuoto, un niente fatto di odio. Odio nei miei confronti. Mi sentivo indifeso, minacciato, inerme, in balia di tanto disprezzo. Il cuore batteva come se stesse per scoppiare, le mani tremanti. Chi?
Volevo urlare ma la voce si strozzò in gola. L’unica cosa che volevo era uccidere quel nemico invisibile, l’odio si combatte con l’odio! Presi tutti i fogli e stracciai la lettera in mille pezzi, il mio urlo uscì dal petto come il sangue da una ferita viva. Muori! Urlai, un attimo prima di svegliarmi.
Quando dico notturni, intendo quei romanzi che parlano della notte, quella vera, l’unico argomento appena interessante che si possa trovare al confine con l’apatia del caldo estivo. Io li amo quei romanzi. Il punto è che odio i loro autori. Céline è troppo impotente, McCarthy troppo americano, Cioran troppo bravo a scrivere dei miei pensieri, Caraco troppo una brutta copia di tutti gli altri.
Strappai la busta , saranno state dieci pagine scritte in corsivo fitto, inutile anche provarci. Accesi una sigaretta e girai i fogli per vedere chi avesse avuto il coraggio di scrivere così tanto.
Doveva essere qualcuno che non mi conosceva affatto, un estraneo, altrimenti avrebbe dovuto sapere che non avrei mai trovato la voglia di leggere tutto quello spreco di inchiostro.
Niente firma, tanto meglio. Tempo sprecato il suo. Tempo sprecato in generale. Tre tiri lenti e lasciai ricadere i fogli sulla scrivania. Se solo la mia chitarra non fosse stata nell’altra stanza avrei potuto pure suonare per un po’.
La sigaretta si consumava lentamente tra le dita, aspettai che smettesse di brillare, con la cenere caduta a terra e tutto. Tornai al tavolo con la chitarra in mano e suonai il peggior preludio di Bach degli ultimi vent’anni. Tedeschi di merda.
Dovevo aver dimenticato, per il caldo, il motivo per il quale suonavo sempre meno, dopo aver speso decine, che dico, centinaia di ore su quella chitarra: non ne valeva la pena. Tempo sprecato. Non avrei sopportato di dover sentirmi ancora suonare. Ritornai da lei.
Caro C.
tu odi tuo fratello dal profondo del cuore. Questo è un sentimento veramente vile.
Iniziava proprio così: tu odi tuo fratello dal profondo del cuore. Questo è un sentimento veramente vile. Svelato l’arcano. Doveva essere proprio lui il mittente, mio fratello. Inutile firmarsi quando la monotonia dei silenzi accumulati negli anni ti lega indissolubilmente a qualcuno. Il rancore non è come l’amore, che può essere universale. Il rancore ha sempre un volto. Piuttosto che chiamarmi aveva voluto scrivermi, che vigliacco, era una cosa da lui. Dieci anni di silenzio e cosa cercava ora con quella lettera? Nemmeno lui era così ottuso da farsi passare per la mente l’idea di una riconciliazione. Accesi un’altra sigaretta e gettai il secondo pacchetto della giornata, il terzo era a una distanza incolmabile, sul tavolo della cucina. Sapevo che sarei andato a prenderlo entro breve. C’è una sola cosa che batte l’apatia: la nicotina.
Non ti buttare giù, non ancora. Siamo solo all’inizio. Pensa, oltre a tuo fratello, a quanti altri hai calpestato e fatto soffrire nel corso della tua vita. La tua famiglia, le persone che ti hanno amato, M.
Te la ricordi M.? Ricordi quando ti urlò in lacrime “Mi hai rovinato la vita”? Era l’urlo di tanti, più di quanti tu stesso possa immaginare. “La nostra felicità ha un prezzo: la felicità degli altri”, parole tue. “La strada per la felicità è lastricata delle teste mozzate delle persone che ci camminano accanto. Per questo non mi fido di chi vuole essere felice. Un giorno o l’altro una di quelle teste potrebbe essere la mia. La felicità, alla fine, conta poco. Essere felice, in fondo, non mi interessa nemmeno. In fondo c’è solo la notte”. Te le ricordi queste parole? Guardati allo specchio, ora.
Ecco cosa voleva mio fratello. Farmi soffrire. Certo che mi ricordavo M., anche se non sapevo se l’avessi mai amata. Di sicuro non l’avevo mai capita fino in fondo. Ricordavo le urla, gli insulti, il suo pianto disperato. Mi hai rovinato la vita!
Ora M. ha i capelli lisci e biondi, allora li aveva ricci e scuri. Ha quindici anni in più, gli occhi un po’ più tristi e una figlia di otto anni che le somiglia in maniera indecente. Forse era vero che le avevo rovinato la vita. Me la immaginavo a partorire sua figlia per rivalsa, per vendetta, per farla soffrire come aveva fatto lei, per replicare il suo modello, perché venisse a questo mondo che mal comune è mezzo gaudio. La troia!
Ecco cosa si ottiene ad aprirsi a un fratello. Dopo dieci anni di rancori covati nel silenzio, vi scriverà una lettera col solo intento di farvi soffrire, armato di quelle confidenze. Mi trascinai fino al tavolo della cucina e mentre mi accendevo una sigaretta dal pacchetto nuovo mi affacciai alla finestra. Il caldo appiattiva la strada in uno stagno di solitudine e sopra, la notte.
Ci sei riuscito? No vero? Mi chiedo infatti come potresti…
Le pagine seguenti erano l’elenco più accurato, freddo e meticoloso delle vergogne di tutta una vita che avessi mai visto. Tutti i miei tradimenti, le bassezze, le mediocrità, i fallimenti ripetuti, le insicurezze, i respiri affannosi, le fughe vigliacche e i pianti strozzati nelle lunghe ore notturne. Un lama precisa che tagliava la mia vita in mille brandelli, uno più meschino dell’altro. Sangue dappertutto. Era veramente troppo, anche per me. La rabbia mi assalì cieca. Quel bastardo! Al posto di vivere la sua vita, per anni aveva soltanto osservato la mia. Aveva annotato tutto, gli eventi, le reazioni, gli sguardi, persino i pensieri. E ora, dopo dieci anni, mi serviva le mie budella fredde su un piatto d’argento. Come si può arrivare ad odiare qualcuno a tal punto? Con che coraggio si può giudicare così aspramente un uomo? Accesi una sigaretta cercando di calmarmi. Quasi non tirai nemmeno. La lasciai morire lentamente nel posacenere mendicando da quegli istanti quel coraggio che mi sarebbe servito per finire di leggere.
Siamo arrivati al piatto forte, alla portata principale. L. Almeno per lei riesci a piangere un po’? Mi ricordo quando mi parlasti di lei, di come avesse cambiato la tua vita in un istante. Quando tremante raccontavi del sesso sotto la pioggia fresca di fine estate, della tua vita segreta fatta di corse notturne in auto e di risvegli appannati di eroina e del suo profumo. “La tua tempesta perfetta”. Erano menzogne: lei era onesta, tu sei solo un vigliacco.
Mi sentivo soffocare, presi una sigaretta dal pacchetto ma si spezzò tra le mie dita, così rinunciai all’idea di fumare, per un minuto. L’ennesima sigaretta iniziò a bruciare tra le mie labbra e il fumo che mi entrava negli occhi almeno mi impediva di continuare a leggere. Per impedirmi di pensare invece sarebbe servito ben altro, così pensavo. Pensavo e non la smettevo.
L. era bellissima. Io non l’avevo mai amata. Avevo amato si, ma non lei. Avevo, in fondo, amato soltanto la sua immagine, in una parola: me stesso. Ero arrivato a un passo dallo spezzarmi in quell’autunno e in un certo senso spezzato già lo ero. Diviso in due perché a vivere due vite si perde una parte di se stessi. Capire cosa sia vivere per due non è facile. Significa rinunciare al sonno, per prima cosa, poi alla propria consapevolezza, al proprio equilibrio e infine alla propria sanità mentale. Non esiste un MrHide sano di mente. Il mio, di MrHide, era davvero grottesco, devo ammettere.
Eppure mi piaceva. Se guardare allo specchio il mio pigro Dr Jeckyll mi deprimeva, in quelle notti, quando MrHide sorgeva dal lato oscuro della luna era un piacere. Narciso che si specchia in una palude scura come un pozzo vuoto, come la notte. Amavo lui, non L.
Ti ricordi l’ultima volta che l’hai vista? Ti aiuto io se vuoi. Era la notte tra la festa di Tutti i Santi e il giorno della celebrazione dei morti. Una telefonata, tu che rispondi annoiato: ok, va bene, passo a casa tua. Ci vediamo sul tardi, dopo le due.
In quella casa, quella notte, trovasti due biglietti per il Venezuela, per volare al di là della notte e quegli occhi che ti guardavano. Quegli occhi erano stati la causa di tutto. Quegli occhi avevano fatto nascere il tuo MrHide, lo avevano acceso, e l’avevano amato. Le stesse due stelle verdi che ti inchiodavano al muro, circondate da quel viso gonfio e spaccato dai tuo pugni. “Non mi fai paura”. Come è stato guardare negli occhi di chi, anche a un passo dalla notte, non trema?
Io tremavo. Porco dio se tremavo. I fogli caddero e prima di ritornare coi ricordi a quella notte sentivo di dover fumare ancora, anche se la gola faceva male e a stento riuscivo a respirare mentre soffocavo nel pianto. L’accendino vomitò un’altra fiammata, il fumo rimase sospeso a mezz’aria, pesante come un’ombra cupa. Quella notte stracciai il mio biglietto. Se tu non parti, neanche io parto. Sarò un’altra. Staro qui, con te. Il fatto è che io non volevo un’altra. Volevo quegli occhi, volevo la mia doppia vita, volevo me stesso e vaffanculo il resto. Si, vaffanculo anche lei. Quella che voleva diventare una commessa o una segretaria o lo sa solo dio cosa e vivere in un paesino di provincia. Se c’era una cosa che non avrei mai potuto sopportare, la cosa della quale non ammettevo nemmeno la possibilità, era il vederla tornare a casa con gli occhi bassi, dopo dieci anni di lavoro e di mediocrità. La mia mediocrità. Io amavo solo me, il me creato da quegli occhi, da quel corpo, da quella donna. Da chi attraversava tre frontiere carica di eroina come un animale, occhiali da sole sul naso e trentotto millimetri sotto il gilet. Così per sempre la volevo, e perderla era l’unico modo per averla per sempre. Per sempre quelle notti bagnate di sesso e poi giù, con l’ago nelle vene e correre veloci verso la notte, per sempre mia. La mia tempesta perfetta. Uscendo da casa sua sentii le sue ultime parole per me: se non possiamo bruciare insieme, allora, brucerò da sola.
Era una citazione di un libro che non avevo ancora letto, ironia della sorte lo lessi quando era già troppo tardi. La differenza tra i libri e la vita è che i primi si amano e ti permettono di vivere, la seconda si odia e ti uccide.
Così L. bruciò. L’indomani volò sopra l’oceano e fu arrestata nove mesi dopo negli Stati Uniti. In attesa del processo in cui rischiava ventidue anni, si taglio la gola con un piatto rotto e morì dissanguata nella sua cella, nella prigione federale della città di Boston.
La disperazione è così, è staccarsi tutto a un tratto dal mondo e precipitare all’infinito in un istante.
Non avevo mai detto una sola parola di L. a mio fratello. Girai di nuovo i fogli e quel vuoto alla fine dell’ultima pagina era come uno specchio per la mia anima. Chi? Se non lui, chi?
Rilessi tutto e mi resi conto che nessuno poteva sapere così accuratamente tutto ciò che era successo nella mia vita. Un nemico senza volto si materializzò nel buio che vegliava fuori dalle mie finestre. L’accendino brillò ancora, i polmoni si strinsero.
Qualcuno mi conosceva tanto a fondo e mi odiava così sinceramente e non avevo idea di chi potesse essere. Rilessi ancora da capo e ogni riga urlava il suo disprezzo, ogni pagina trasudava odio, ogni frase era affilata per ferire, per uccidere. Chi?
Pensai a lungo a una risposta plausibile ma per quanto mi sforzassi mi perdevo in un labirinto di supposizioni folli e di ipotesi insensate. Il mio nemico era invisibile, vuoto, un niente fatto di odio. Odio nei miei confronti. Mi sentivo indifeso, minacciato, inerme, in balia di tanto disprezzo. Il cuore batteva come se stesse per scoppiare, le mani tremanti. Chi?
Volevo urlare ma la voce si strozzò in gola. L’unica cosa che volevo era uccidere quel nemico invisibile, l’odio si combatte con l’odio! Presi tutti i fogli e stracciai la lettera in mille pezzi, il mio urlo uscì dal petto come il sangue da una ferita viva. Muori! Urlai, un attimo prima di svegliarmi.
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Racconto
16 giugno 2011
I hope you choke.
Suck and SUCK!
Due anni or sono si è scoperto che il governo greco aveva accumulato e occultato un deficit pari al quindici percento del pil, politica meglio identificabile come "mossa Craxi". Con quei soldi il governo greco si era comprato il consenso del suo popolo.
Quello stesso popolo che lo ha defenestrato quando i buoi erano purtroppo già scappati dal recinto.
E' da quel lontano 2009 che si sente parlare di default greco o di ristrutturazione del debito. Ad oggi non abbiamo avuto né l'una né l'altra cosa. Il perché si nasconde dietro la solita domanda di Medea: cui prodest?
Fat little parasite.
Due terzi di quel denaro era stato prestato a quel governo vergognoso da banche francesi e tedesche. In caso di default avrebbero perso tutti i loro soldi, in caso di ristrutturazione circa il 20% del loro capitale. Senza banche non si governa, si sà.
La generosa Merkel e il caritatevole Sarkozy sono così corsi immediatamente a dichiarare che, in base ai principi della solidarietà europea e della mutua responsabilità ovviamente, non sarebbe stato possibile abbandonare i poveri risparmiatori greci (noti azionisti di maggioranza delle banche francesi e tedesche) nell'oceano di una ristrutturazione del debito pubblico greco. Grazie alla loro influenza, la Francia e la Germania hanno fatto ottenere un finanziamento di centocinquanta miliardi di euro, presi in parte dalla casse della comunità europea e in parte da quelle del FMI, al nuovo governo di Papandreou in cambio della promessa di una manovra di lacrime e sangue per risanare i conti pubblici.
Alla compassionevole carità franco-tedesca è sfuggito però il fatto che un ulteriore prestito sarebbe stato sostenibile solo se il suo tasso fosse stato legato al tasso di crescita greco. Questa sfortunata dimenticanza portò questi centocinquanta miliardi di euro ad essere prestati ad un tasso maggiore di cinque punti rispetto al tasso medio europeo. Quando estrarre sangue da una rapa è una competenza specifica.
Taken all I can taken all I can, we can take. Taken all you can taken you can, we can take.
Grazie a quella mirabile finanziaria la Grecia ha perso il 6% del pil cadendo nella più profonda recessione del dopoguerra. Il debito pubblico aggravato dagli interessi sul nuovo prestito è aumentato anziché diminuire.
Capirete come la gente greca abbia stentato a capire le ragioni di una tale illuminata politica economica. Grazie a dio la polizia non ha esitato a spiegare pacatamente le regioni solidaristiche che stavano dietro a tali scelte, con manganelli e proiettili di gomma.
Hope this is what you wanted.
Hope this is what you had in mind.
Cuz this is what you're getting.

Take what you wanted and go.
Arriviamo ai giorni nostri. In questi due anni le banche tedesche e francesi hanno visto rientrare parte dei loro capitali, termineranno le operazioni di rientro nel 2013, appena prima dell'entrata in vigore del nuovo regolamento europeo per la gestione delle crisi finanziarie degli stati membri. Il precedente tentativo di introdurre un regolamento simile era stato affondato in commissione...immaginate da chi? I casi della vita vogliono anche che il regolamento entrerà in vigore poco dopo le elezioni politiche tedesche, nelle quali la caritatevole Merkel spera di raccogliere i frutti del suo seminato.
Got nothing left to give to you.
La Grecia si è ritrovata, in sostanza, nell'impossibilità di fallire o ristrutturare ora, ma con la certezza di fallire nel 2013. I compassionevoli speculatori non si sono fatti pregare per sedersi al banchetto. Ad oggi i titoli pubblici decennali greci sono contrattati ad un tasso di quindici punti superiore alla madia europea, il rating di solvibilità di questi titoli ha subito tredici "deranking" negli ultimi mesi. In queste condizioni ci si è accorti che non sarebbe stato nemmeno possibile arrivare al 2013 così l'asse franco-tedesco ha deciso di somministrare un'altra dose di morfina al malato greco: altri ottanta miliardi di euro dal fondo monetario internazionale e una nuova manovra da trenta miliardi da varare per il governo Papandreou (sempre se non verrà appeso a testa in giù prima firmare l'atto).
Pare che anche questa volta i greci non abbiano preso bene la notizia, incredibile quanto siano ottusi di fronte alla solidarietà...



Temo che gli sviluppi di questa situazione siano fin troppo scontati. Nel frattempo...
...I hope, I hope, I hope you choke.
Due anni or sono si è scoperto che il governo greco aveva accumulato e occultato un deficit pari al quindici percento del pil, politica meglio identificabile come "mossa Craxi". Con quei soldi il governo greco si era comprato il consenso del suo popolo.
Quello stesso popolo che lo ha defenestrato quando i buoi erano purtroppo già scappati dal recinto.
E' da quel lontano 2009 che si sente parlare di default greco o di ristrutturazione del debito. Ad oggi non abbiamo avuto né l'una né l'altra cosa. Il perché si nasconde dietro la solita domanda di Medea: cui prodest?
Fat little parasite.
Due terzi di quel denaro era stato prestato a quel governo vergognoso da banche francesi e tedesche. In caso di default avrebbero perso tutti i loro soldi, in caso di ristrutturazione circa il 20% del loro capitale. Senza banche non si governa, si sà.
La generosa Merkel e il caritatevole Sarkozy sono così corsi immediatamente a dichiarare che, in base ai principi della solidarietà europea e della mutua responsabilità ovviamente, non sarebbe stato possibile abbandonare i poveri risparmiatori greci (noti azionisti di maggioranza delle banche francesi e tedesche) nell'oceano di una ristrutturazione del debito pubblico greco. Grazie alla loro influenza, la Francia e la Germania hanno fatto ottenere un finanziamento di centocinquanta miliardi di euro, presi in parte dalla casse della comunità europea e in parte da quelle del FMI, al nuovo governo di Papandreou in cambio della promessa di una manovra di lacrime e sangue per risanare i conti pubblici.
Alla compassionevole carità franco-tedesca è sfuggito però il fatto che un ulteriore prestito sarebbe stato sostenibile solo se il suo tasso fosse stato legato al tasso di crescita greco. Questa sfortunata dimenticanza portò questi centocinquanta miliardi di euro ad essere prestati ad un tasso maggiore di cinque punti rispetto al tasso medio europeo. Quando estrarre sangue da una rapa è una competenza specifica.
Taken all I can taken all I can, we can take. Taken all you can taken you can, we can take.
Grazie a quella mirabile finanziaria la Grecia ha perso il 6% del pil cadendo nella più profonda recessione del dopoguerra. Il debito pubblico aggravato dagli interessi sul nuovo prestito è aumentato anziché diminuire.
Capirete come la gente greca abbia stentato a capire le ragioni di una tale illuminata politica economica. Grazie a dio la polizia non ha esitato a spiegare pacatamente le regioni solidaristiche che stavano dietro a tali scelte, con manganelli e proiettili di gomma.
Hope this is what you wanted.
Hope this is what you had in mind.
Cuz this is what you're getting.
Take what you wanted and go.
Arriviamo ai giorni nostri. In questi due anni le banche tedesche e francesi hanno visto rientrare parte dei loro capitali, termineranno le operazioni di rientro nel 2013, appena prima dell'entrata in vigore del nuovo regolamento europeo per la gestione delle crisi finanziarie degli stati membri. Il precedente tentativo di introdurre un regolamento simile era stato affondato in commissione...immaginate da chi? I casi della vita vogliono anche che il regolamento entrerà in vigore poco dopo le elezioni politiche tedesche, nelle quali la caritatevole Merkel spera di raccogliere i frutti del suo seminato.
Got nothing left to give to you.
La Grecia si è ritrovata, in sostanza, nell'impossibilità di fallire o ristrutturare ora, ma con la certezza di fallire nel 2013. I compassionevoli speculatori non si sono fatti pregare per sedersi al banchetto. Ad oggi i titoli pubblici decennali greci sono contrattati ad un tasso di quindici punti superiore alla madia europea, il rating di solvibilità di questi titoli ha subito tredici "deranking" negli ultimi mesi. In queste condizioni ci si è accorti che non sarebbe stato nemmeno possibile arrivare al 2013 così l'asse franco-tedesco ha deciso di somministrare un'altra dose di morfina al malato greco: altri ottanta miliardi di euro dal fondo monetario internazionale e una nuova manovra da trenta miliardi da varare per il governo Papandreou (sempre se non verrà appeso a testa in giù prima firmare l'atto).
Pare che anche questa volta i greci non abbiano preso bene la notizia, incredibile quanto siano ottusi di fronte alla solidarietà...
Temo che gli sviluppi di questa situazione siano fin troppo scontati. Nel frattempo...
...I hope, I hope, I hope you choke.
6 maggio 2011
Vanity fair.
"Ammettiamo che ci fosse qualcuno in ascolto e che tu stanotte morissi?
Mi sentirebbe morire.
Niente ultime parole?
Anche le ultime sono solo parole.
A me lo puoi dire, paradigma della tua stessa funesta genesi interpretato da una fiamma in una campana di vetro.
Direi che non sono stato infelice.
Non possiedi nulla.
Forse gli ultimi saranno i primi.
Tu ci credi?
No.
A che cosa credi?
Credo che gli ultimi e i primi soffrono alla stesso modo. Pari passu.
Allo stesso modo?
Non è solo nelle tenebre della notte che tutte le anime sono un'anima sola.
Di cosa ti pentiresti?
Di niente.
Di niente?
Di una cosa. Ho parlato con amarezza della mia vita e detto che mi sarei battuto contro l'infamia dell'oblio e della sua mostruosa assenza di volto e che in quel vuoto avrei eretto una stele dove tutti avrebbero letto il mio nome. Una vanità che ora abiuro in toto."
Suttre
Cormac McCarthy
Mi sentirebbe morire.
Niente ultime parole?
Anche le ultime sono solo parole.
A me lo puoi dire, paradigma della tua stessa funesta genesi interpretato da una fiamma in una campana di vetro.
Direi che non sono stato infelice.
Non possiedi nulla.
Forse gli ultimi saranno i primi.
Tu ci credi?
No.
A che cosa credi?
Credo che gli ultimi e i primi soffrono alla stesso modo. Pari passu.
Allo stesso modo?
Non è solo nelle tenebre della notte che tutte le anime sono un'anima sola.
Di cosa ti pentiresti?
Di niente.
Di niente?
Di una cosa. Ho parlato con amarezza della mia vita e detto che mi sarei battuto contro l'infamia dell'oblio e della sua mostruosa assenza di volto e che in quel vuoto avrei eretto una stele dove tutti avrebbero letto il mio nome. Una vanità che ora abiuro in toto."
Suttre
Cormac McCarthy
1 dicembre 2010
In loving memory (l'ultimo volo).
Mario Monicelli: Viareggio 16/5/1915 - Roma 29/11/2010.
A proposito del suicidio del padre disse: « Ho capito il suo gesto. Era stato tagliato fuori ingiustamente dal suo lavoro, anche a guerra finita, e sentiva di non avere più niente da fare qua. La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena. Il cadavere di mio padre l'ho trovato io. Verso le sei del mattino ho sentito un colpo di rivoltella, mi sono alzato e ho forzato la porta del bagno. Tra l'altro un bagno molto modesto. »
Ammetto di aver amato i suoi film ma di non avere una grande affinità di pensiero con Monicelli. Era un cinico ed io non lo sono, per niente. Pensava che la vita non valesse sempre la pena di essere vissuta, al contrario io ritengo che non valga mai la pena di essere vissuta.
Prima o poi a ogni uomo, come a re Mida, tocca di incontrare il suo Sileno. Di chiedere quale sia la miglior cosa che ci possa accadere, il desiderio più auspicabile. La risposta del satiro non può che essere sempre la stessa: "Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto. »
Sileno pecca di troppa compassione.
Per troppa bontà cerca di relegarci nell'ignoranza. C'è veramente "qualcosa che per noi è vantaggiosissimo non sentire"? Io credo di no. Camus scrive che esistono due categorie di uomini tristi, gli ignoranti e gli illusi. Per questo il medico pietoso Sileno ci nuoce, ci vorrebbe ignoranti. Nobile nelle intenzioni ma dannoso negli effetti, perché non guardare in faccia il mostro esistenziale non ci salva dai suoi artigli. Nascondere la testa sotto la sabbia al contrario ci nega la gioia dell'estetica e priva la vita dell'unica difesa che ha nei confronti della verità: l'arte.
Questa è la profonda contraddizione dell'uomo Monicelli, cinico nel pensiero ma capace di regalarci quell'arte che, se non a vivere, ci aiuta almeno a sopravvivere.
Se il saggio Sileno è onesto nel cuore della sua dialettica (Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente.), non riesce tuttavia a privarci definitivamente delle nostre illusioni ed eccolo ancora ad intristirci, a suggerirci una speranza. Una morte rapida e prematura.
Monicelli deve averlo preso in parola. Eccolo là: un moderno Kirillov. Lo immagino nella sua stanza d'ospedale a ripetere il monologo dell'eroe assurdo de "I Demoni": «Nella mia indiscutibile qualità di querelante e di rispondente, di giudice e di accusato, condanno questa natura, che, con impudente sfacciataggine, mi ha fatto nascere per soffrire - io la condanno ad essere annientata insieme con me. »
Lo immagino a saltare dalla finestra non per la sua età, non per il tumore che lo avrebbe portato a soffrire ancora di più, ma perché probabilmente era seccato dal cattivo gusto del pranzo dell'ospedale.
Un gesto di libertà, di rivolta. Questo avrebbe probabilmente voluto dire Monicelli a Sileno: non posso non essere mai esistito? Bene. Posso almeno morire, ora!
Purtroppo a Monicelli come a Kirillov è toccata una sorte che il vigliacco Sileno conosceva già, ma per troppa pietà ci ha taciuto: l'inutilità logica. Perché morire, è tanto inutile quanto vivere e non c'è peccato lavato dal suicidio del cristo Kirillov, non c'è nuova via di rivolta mostrata dalla sua morte. Non c'è nessuna dignità nel salto dalla finestra di un ospedale romano. La Russia, gli uomini, sono sempre lì, uguali, assurdi, perché in bilico tra la certezza di esistere e l'impossibilità di vivere.
Questo male, peggiore del tumore di Monicelli, perché non ammette rivolta o fuga è ciò da cui, inutilmente, Sileno ci voleva proteggere. Sia maledetto.
Se il suo suicidio è logicamente vano perché fisico e non logico, cosa ci rimane di Monicelli? E cosa ci rimane del Kirillov di Dostoevskij?
Degli splendidi film, un romanzo bellissimo e una vita che è arte in se stessa, perfettamente coerente con l'estetica del regista stesso. Ci resta la contraddizione di un cinico che non ci ha soltanto regalato dell'arte, ma ha reso la sua vita arte. Ecco, il suicidio di Monicelli non è significativo, è bello.
"L'arte è l'unica difesa della vita nei confronti della verità."
Friedrich Nietzsche
A proposito del suicidio del padre disse: « Ho capito il suo gesto. Era stato tagliato fuori ingiustamente dal suo lavoro, anche a guerra finita, e sentiva di non avere più niente da fare qua. La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena. Il cadavere di mio padre l'ho trovato io. Verso le sei del mattino ho sentito un colpo di rivoltella, mi sono alzato e ho forzato la porta del bagno. Tra l'altro un bagno molto modesto. »
Ammetto di aver amato i suoi film ma di non avere una grande affinità di pensiero con Monicelli. Era un cinico ed io non lo sono, per niente. Pensava che la vita non valesse sempre la pena di essere vissuta, al contrario io ritengo che non valga mai la pena di essere vissuta.
Prima o poi a ogni uomo, come a re Mida, tocca di incontrare il suo Sileno. Di chiedere quale sia la miglior cosa che ci possa accadere, il desiderio più auspicabile. La risposta del satiro non può che essere sempre la stessa: "Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto. »
Sileno pecca di troppa compassione.
Per troppa bontà cerca di relegarci nell'ignoranza. C'è veramente "qualcosa che per noi è vantaggiosissimo non sentire"? Io credo di no. Camus scrive che esistono due categorie di uomini tristi, gli ignoranti e gli illusi. Per questo il medico pietoso Sileno ci nuoce, ci vorrebbe ignoranti. Nobile nelle intenzioni ma dannoso negli effetti, perché non guardare in faccia il mostro esistenziale non ci salva dai suoi artigli. Nascondere la testa sotto la sabbia al contrario ci nega la gioia dell'estetica e priva la vita dell'unica difesa che ha nei confronti della verità: l'arte.
Questa è la profonda contraddizione dell'uomo Monicelli, cinico nel pensiero ma capace di regalarci quell'arte che, se non a vivere, ci aiuta almeno a sopravvivere.
Se il saggio Sileno è onesto nel cuore della sua dialettica (Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente.), non riesce tuttavia a privarci definitivamente delle nostre illusioni ed eccolo ancora ad intristirci, a suggerirci una speranza. Una morte rapida e prematura.
Monicelli deve averlo preso in parola. Eccolo là: un moderno Kirillov. Lo immagino nella sua stanza d'ospedale a ripetere il monologo dell'eroe assurdo de "I Demoni": «Nella mia indiscutibile qualità di querelante e di rispondente, di giudice e di accusato, condanno questa natura, che, con impudente sfacciataggine, mi ha fatto nascere per soffrire - io la condanno ad essere annientata insieme con me. »
Un gesto di libertà, di rivolta. Questo avrebbe probabilmente voluto dire Monicelli a Sileno: non posso non essere mai esistito? Bene. Posso almeno morire, ora!
Purtroppo a Monicelli come a Kirillov è toccata una sorte che il vigliacco Sileno conosceva già, ma per troppa pietà ci ha taciuto: l'inutilità logica. Perché morire, è tanto inutile quanto vivere e non c'è peccato lavato dal suicidio del cristo Kirillov, non c'è nuova via di rivolta mostrata dalla sua morte. Non c'è nessuna dignità nel salto dalla finestra di un ospedale romano. La Russia, gli uomini, sono sempre lì, uguali, assurdi, perché in bilico tra la certezza di esistere e l'impossibilità di vivere.
Questo male, peggiore del tumore di Monicelli, perché non ammette rivolta o fuga è ciò da cui, inutilmente, Sileno ci voleva proteggere. Sia maledetto.
Se il suo suicidio è logicamente vano perché fisico e non logico, cosa ci rimane di Monicelli? E cosa ci rimane del Kirillov di Dostoevskij?
Degli splendidi film, un romanzo bellissimo e una vita che è arte in se stessa, perfettamente coerente con l'estetica del regista stesso. Ci resta la contraddizione di un cinico che non ci ha soltanto regalato dell'arte, ma ha reso la sua vita arte. Ecco, il suicidio di Monicelli non è significativo, è bello.
"L'arte è l'unica difesa della vita nei confronti della verità."
Friedrich Nietzsche
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