C’è una leggenda nella tradizione mitologica gnostica a cui sono particolarmente legato.
Pare che nella battaglia tra l’arcangelo Michele e il diavolo, le schiere degli angeli scesero in campo, chi combattendo a fianco dell’uno, chi dell’altro.
Dopo la sconfitta di Lucifero, i suoi angeli furono sprofondati all’inferno, mentre le schiere di Michele ascesero con lui in paradiso.
Qui sorse un problema: c’erano stati degli angeli, chi per pigrizia, chi per paura, chi perché di cuor gentile, che non avevano partecipato alla battaglia. Non erano scesi in campo, né per l’uno, né per l’altro. Erano rimasti a guardare.
Pare però, che esitare che non sia permesso “colà dove si puote”, così questi imboscati della guerra celeste furono scagliati nel mondo e condannati ad essere uomini. Il contrappasso è servito!
La storia inizia così, con una condanna. La condanna ad agire.
Se fare il primo passo nella storia è il peccato originale dell’umanità, la fonte del male e della sofferenza, chi ci ha obbligati a farlo?
Pare che qui ricadiamo nel caso in cui ci tocca di “più non dimandare”.
Queste considerazioni sono così presenti nella mia esperienza che a poco a poco sono scivolate nello scontato. Eppure può succedere che, prendendo un aereo, le considerazioni scontate non facciano in tempo a rincorrerci per via della velocità di crociera e tutto ad un tratto ci ritroviamo a doverne fare a meno.
Ora vi chiederete, chi sono questi due nella foto?
Sono due angeli, condannati come tutti a cadere nella storia, con la non trascurabile differenza, che quando sono arrivati nel mondo la porta della storia era già chiusa e si sono trovati sull’uscio, un po’ spaesati e un po’ interdetti.
Non te ne accorgi subito. A prima vista sembrano angeli caduti come gli altri, l’unica differenza è il passaporto. Però poi ci parli un po’ e la loro sconcertante ingenuità ti colpisce come un pensiero che non hai mai preso in considerazione.
Capita che mentre mangi un gelato si avvicina un troncone di uomo, striscia su due moncherini che chissà dove ha lasciato le gambe e doveva pesargli pure un braccio, o magari poteva cavarsela anche solo con uno: aiutatemi, ho fame!
E’ in queste occasioni che, anche senza guardare il passaporto, ti accorgi di quanto siano differenti gli angeli rimasti fuori dalla porta, rispetto a quelli che sono caduti proprio in mezzo alla storia.
J: Non è giusto!
V: Cosa?
J: Che noi possiamo mangiare il gelato e quell’uomo è ridotto in quel modo.
V: E’ un gelato terribile, probabilmente il peggiore che abbia mai mangiato nella mia vita.
J: Io non riesco nemmeno a guardarlo, come è possibile ridursi così, come si può vivere così?
V: E’ la guerra. Alcuni muoiono e ad altri va peggio.
J: Non si dovrebbero mai fare le guerre.
V: Davvero?
J: Si, sono terribili! Io sono un insegnante e cerco di insegnare ai miei alunni che fare del male agli altri è la cosa peggiore.
V: Si fa del male perché siamo obbligati a scegliere, perché dobbiamo agire, in un modo o nell’altro.
J: Non capisco.
V: Lo so, sei australiana. La storia vi ha chiuso fuori della porta.
J: Possiamo andare via, mi mette a disagio quell’uomo.
V: E’ solo un uomo come gli altri, tira a campare come tutti, gli è solo andata particolarmente male. Non ti fa nulla, al massimo, se te la vedi brutta puoi correre, dubito possa raggiungerti.
J: Sei un imbecille.
V: E’ sempre un piacere…
Aveva ragione eh, sia chiaro, sono un imbecille e non nascondo di averci preso gusto in quella discussione. Il fatto è che mi ero improvvisamente reso conto di quanto mi desse fastidio il privilegio di chi, nella caduta, ha avuto una sorte così fortunata da fermarsi fuori dalla porta della storia. In un certo senso la punizione per quegli angeli non si è mai concretizzata. Fuori dagli eventi, fuori dal dolore, fuori dalle scelte che hanno contribuito ai massacri e alle tribolazioni dei millenni.
Se nasci in Europa la storia di tutti i drammi del tempo te la senti sulle spalle, nasci in Nuova Zelanda e sono un paio di paginette in un manuale delle scuole superiori.
Ma forse è semplicemente che ci piace tanto sentirci eroi tragici. Le leggende alla fine servono solo a compiacerci.
28 gennaio 2012
19 gennaio 2012
Slide 2 - I'm on sale.
V: Ciao, che fai qui, tutta sola?
W: Sono in vendita.
V: Mmm. E quanto costi?
W: Diecimila.
V: Diecimila. Non ho così tanti soldi in tasca (peccato). Ci si vede (Ci si vede? Bah).
W: Dove vai?
V: Lì, mi prendo due birre e poi vado a letto, è stata una giornata lunga.
W: Aspetta!
V: Aspetta?
W: Si. Vengo anch’io.
…
…
…
V: Due birre, per favore.
W: Preferisco il tè.
V: Una birra e un tè caldo, per favore.
…
V: …
W: Non dici nulla?
V: Non saprei che dire. Se ti chiedo come mai una ragazza così bella è in vendita ai lati del mercato mi sa che divento banale.
W: Sono in vendita perché sono bella. Ma non sono una ragazza.
V: A no? Avrei detto di si.
W: Sono un uomo.
V: Balle.
W: Guarda la mia ID card, Wu Muol. E’ il mio nome. Il mio corpo è quello di una ragazza, ma sono un uomo.
V: Mmm. Come hai fatto?
W: Diventare una ragazza mi è costato ventimila dollari.
V: E’ un sacco di soldi.
W: Li guadagno in un mese o poco più, ora.
V: No, pensavo, è un sacco di soldi, solo per piacere agli altri.
W: …
V: Io credo di non fare nulla per piacere agli altri.
W: Lo so.
V: Lo sai? E come?
W: Non hai soldi.
V: Non è che non ho soldi, è che…lasciamo perdere. Quindi tu ti vendi al mercato. Per ventimila dollari al mese, o poco più?
W: Si. E tu invece? Che fai di solito?
V: Quasi niente.
W: Quasi niente.
V: Si, insomma, suono la mia chitarra, leggo, scrivo, passo le giornate a fare due chiacchiere in giro. Cose così.
W: Ah. Suoni, leggi, chiacchieri e vieni a prendere due birre a Bangkok.
V: Si, grossomodo si.
W: Come fai?
V: Come faccio cosa?
W: A vivere così.
V: E’ ironico, avrei voluto farti la stessa domanda, ma mi suonava offensiva.
W: Scusa.
V: Lascia stare, ci sono abituato, in un certo senso.
W: Altra birra?
V: Volentieri.
W: Offro io, che tu non hai soldi.
V: Non è che non ho soldi…
W: Scherzavo, non ti arrabbiare.
V: Quindi hai cambiato sesso per stare in strada.
W: Non ti va di parlare di te?
V: No.
W: Si. Gli uomini comprano di più e pagano di più.
V: Secondo te perché?
W: Perché sono più ricchi. E le mogli li scusano più facilmente, perché sono più ricchi, o almeno abbastanza ricchi per loro.
V: Glielo dici ai tuoi clienti che sei un uomo?
W: Lo vedono da sé, ad un certo punto.
V: (Dio mio, devo essere il sovrano del paese dei coglioni o qualcosa del genere!)
W: Quasi nessuno si lamenta. A chi si lamenta restituisco i soldi, ma sono pochi. Chi cerca la bellezza raramente è interessato al sesso.
V: Mmm.
W: Il sesso è un incidente, una scusa. I miei clienti non cercano il sesso, anche se facciamo sesso. Cercano la bellezza e quasi sempre il sesso è indifferente.
V: Ma tu hai dovuto cambiare sesso.
W: Non c’entra tanto il sesso, sono dovuto diventare bella.
V: Mi spiace. (Imbecille che non sei altro, seppellisciti in una fossa, cosa cazzo dici ritardato incurabile.)
W: Non preoccuparti, ci sono abituato, in un certo senso.
V: Ok. E’ stato un piacere, ora mi tocca ritornare in albergo. Ci si vede. (Ci si vede?)
W: Aspetta! Per favore. Non vuoi un’altra birra? Possiamo fare altre due chiacchiere.
V: Sono stanco, magari un’altra volta. (Un’altra volta? A Bangkok? Imbecille!)
W: Non mi va di tornare in strada.
...
V: Una birra. Poi vado.
...
W: Ti piace la città?
V: Non saprei. Cioè, si. E’ fantastica, ma è anche un inferno. Non credo potrei viverci.
W: Ci si abitua.
V: Immagino di si.
W: Sei fortunato.
V: Io? Perché?
W: Beh, puoi venire qui e poi puoi ripartire quando vuoi. Se non ti piace, pazienza, puoi salire su un aereo e addio Bangkok.
V: Beh, si. Anche tu puoi. Sei ricca (Ricca? Ricco?), un aereo ti costerà due serate (Ecco, lo vedi? Sei un coglione).
W: …
V: Mi spiace, non volevo…
W: Non ti preoccupare. Non è quello. E’ che io vorrei prendere un aereo, ma non posso.
V: Non puoi.
W: Non posso.
V: Perché?
W: Non mi va di parlarne.
V: Ok. Hai mai letto “Lo straniero”? E’ un romanzo di Camus.
W: Si.
V: (Si?) Beh, allora capirai che voglio dire con “non ci sarà mai nessun luogo che potrai chiamare casa”.
W: E’ solo un libro.
V: Alla fine non abbiamo molto altro. E’ un libro, ma è un libro bello. Non si può chiedere molto di più.
W: Si, è bello.
V: Grazie di tutto. Ora devo proprio andare, buona notte.
W: Aspetta!
V: Aspetta?
W: Si. Aspetta. Vengo con te.
W: Sono in vendita.
V: Mmm. E quanto costi?
W: Diecimila.
V: Diecimila. Non ho così tanti soldi in tasca (peccato). Ci si vede (Ci si vede? Bah).
W: Dove vai?
V: Lì, mi prendo due birre e poi vado a letto, è stata una giornata lunga.
W: Aspetta!
V: Aspetta?
W: Si. Vengo anch’io.
…
…
…
V: Due birre, per favore.
W: Preferisco il tè.
V: Una birra e un tè caldo, per favore.
…
V: …
W: Non dici nulla?
V: Non saprei che dire. Se ti chiedo come mai una ragazza così bella è in vendita ai lati del mercato mi sa che divento banale.
W: Sono in vendita perché sono bella. Ma non sono una ragazza.
V: A no? Avrei detto di si.
W: Sono un uomo.
V: Balle.
W: Guarda la mia ID card, Wu Muol. E’ il mio nome. Il mio corpo è quello di una ragazza, ma sono un uomo.
V: Mmm. Come hai fatto?
W: Diventare una ragazza mi è costato ventimila dollari.
V: E’ un sacco di soldi.
W: Li guadagno in un mese o poco più, ora.
V: No, pensavo, è un sacco di soldi, solo per piacere agli altri.
W: …
V: Io credo di non fare nulla per piacere agli altri.
W: Lo so.
V: Lo sai? E come?
W: Non hai soldi.
V: Non è che non ho soldi, è che…lasciamo perdere. Quindi tu ti vendi al mercato. Per ventimila dollari al mese, o poco più?
W: Si. E tu invece? Che fai di solito?
V: Quasi niente.
W: Quasi niente.
V: Si, insomma, suono la mia chitarra, leggo, scrivo, passo le giornate a fare due chiacchiere in giro. Cose così.
W: Ah. Suoni, leggi, chiacchieri e vieni a prendere due birre a Bangkok.
V: Si, grossomodo si.
W: Come fai?
V: Come faccio cosa?
W: A vivere così.
V: E’ ironico, avrei voluto farti la stessa domanda, ma mi suonava offensiva.
W: Scusa.
V: Lascia stare, ci sono abituato, in un certo senso.
W: Altra birra?
V: Volentieri.
W: Offro io, che tu non hai soldi.
V: Non è che non ho soldi…
W: Scherzavo, non ti arrabbiare.
V: Quindi hai cambiato sesso per stare in strada.
W: Non ti va di parlare di te?
V: No.
W: Si. Gli uomini comprano di più e pagano di più.
V: Secondo te perché?
W: Perché sono più ricchi. E le mogli li scusano più facilmente, perché sono più ricchi, o almeno abbastanza ricchi per loro.
V: Glielo dici ai tuoi clienti che sei un uomo?
W: Lo vedono da sé, ad un certo punto.
V: (Dio mio, devo essere il sovrano del paese dei coglioni o qualcosa del genere!)
W: Quasi nessuno si lamenta. A chi si lamenta restituisco i soldi, ma sono pochi. Chi cerca la bellezza raramente è interessato al sesso.
V: Mmm.
W: Il sesso è un incidente, una scusa. I miei clienti non cercano il sesso, anche se facciamo sesso. Cercano la bellezza e quasi sempre il sesso è indifferente.
V: Ma tu hai dovuto cambiare sesso.
W: Non c’entra tanto il sesso, sono dovuto diventare bella.
V: Mi spiace. (Imbecille che non sei altro, seppellisciti in una fossa, cosa cazzo dici ritardato incurabile.)
W: Non preoccuparti, ci sono abituato, in un certo senso.
V: Ok. E’ stato un piacere, ora mi tocca ritornare in albergo. Ci si vede. (Ci si vede?)
W: Aspetta! Per favore. Non vuoi un’altra birra? Possiamo fare altre due chiacchiere.
V: Sono stanco, magari un’altra volta. (Un’altra volta? A Bangkok? Imbecille!)
W: Non mi va di tornare in strada.
...
V: Una birra. Poi vado.
...
W: Ti piace la città?
V: Non saprei. Cioè, si. E’ fantastica, ma è anche un inferno. Non credo potrei viverci.
W: Ci si abitua.
V: Immagino di si.
W: Sei fortunato.
V: Io? Perché?
W: Beh, puoi venire qui e poi puoi ripartire quando vuoi. Se non ti piace, pazienza, puoi salire su un aereo e addio Bangkok.
V: Beh, si. Anche tu puoi. Sei ricca (Ricca? Ricco?), un aereo ti costerà due serate (Ecco, lo vedi? Sei un coglione).
W: …
V: Mi spiace, non volevo…
W: Non ti preoccupare. Non è quello. E’ che io vorrei prendere un aereo, ma non posso.
V: Non puoi.
W: Non posso.
V: Perché?
W: Non mi va di parlarne.
V: Ok. Hai mai letto “Lo straniero”? E’ un romanzo di Camus.
W: Si.
V: (Si?) Beh, allora capirai che voglio dire con “non ci sarà mai nessun luogo che potrai chiamare casa”.
W: E’ solo un libro.
V: Alla fine non abbiamo molto altro. E’ un libro, ma è un libro bello. Non si può chiedere molto di più.
W: Si, è bello.
V: Grazie di tutto. Ora devo proprio andare, buona notte.
W: Aspetta!
V: Aspetta?
W: Si. Aspetta. Vengo con te.
15 gennaio 2012
Slide 1 - 37k.
Quando sai che sarai inchiodato su una sedia per la prossime dodici ora e su venti canali disponibili, diciannove trasmettono grandi successi di Bollywood e l'ultimo il film dei puffi, un'esplosione in volo, più che una remota possibilità è una vana speranza. Se poi stai per mangiare lasagne al pesto con gamberi cucinate da qualche indiano, beh, fuori è veramente buio.
Fa buio molto più velocemente quando si vola a mille kilometri all'ora verso il sole, con buona pace di Aristotele.
Ci si incontra frettolosamente col sole: salve, buon pomeriggio. Come va? Ed è subito buio. Ed è subito lasagne al pesto con gamberi, indiane.
Poi guardi l'uomo che ti siede accanto. Un indiano di mezza età, camicia beige e marrone, pantaloni gialli e peli sparsi sulla faccia che si salvi chi può. Non deve essere molto abituato a volare perché tiene gli occhi chiusi, la testa rincagnata nelle spalle e sta piegato in avanti che la testa quasi entra nello schermo, a Bollywood.
Tiene le mani giunte e parlotta tra sé. Probabilmente starà pregando qualche dio i cui arti superiori si numerano a paia.
E' lo stesso che un'ora prima aveva caricato centoquarantotto kili di bagagli al check in, una moglie orrenda e quattro figli urlanti.
A volte va così, che è a trentasettemila piedi di altezza che ti accorgi che sarà pure buio, ma tutto sommato poteva anche andare peggio.
Fa buio molto più velocemente quando si vola a mille kilometri all'ora verso il sole, con buona pace di Aristotele.
Ci si incontra frettolosamente col sole: salve, buon pomeriggio. Come va? Ed è subito buio. Ed è subito lasagne al pesto con gamberi, indiane.
Poi guardi l'uomo che ti siede accanto. Un indiano di mezza età, camicia beige e marrone, pantaloni gialli e peli sparsi sulla faccia che si salvi chi può. Non deve essere molto abituato a volare perché tiene gli occhi chiusi, la testa rincagnata nelle spalle e sta piegato in avanti che la testa quasi entra nello schermo, a Bollywood.
Tiene le mani giunte e parlotta tra sé. Probabilmente starà pregando qualche dio i cui arti superiori si numerano a paia.
E' lo stesso che un'ora prima aveva caricato centoquarantotto kili di bagagli al check in, una moglie orrenda e quattro figli urlanti.
A volte va così, che è a trentasettemila piedi di altezza che ti accorgi che sarà pure buio, ma tutto sommato poteva anche andare peggio.
11 gennaio 2012
Slideshow.
Raccontare di me non è quello che faccio di solito in questo blog.
Ci sono le mie opinioni, i miei commenti, i miei gusti artistici, ma raramente la mia vita.
Questa serie di articoli però, sarà un po' diversa.
Raccontare un lungo viaggio è un'impresa che tocca più ad uno scrittore e io non lo sono. Così, mentre riguardavo le fotografie scattate nell'ultimo mese, mi è venuto in mente che, tutto sommato, uno dei modi migliori che abbiamo per raccontare sono le immagini.
Le immagini hanno il vantaggio non dover essere organiche, né sistematiche. Possono essere più vere, perché non hanno il dovere di essere coerenti. E' lo stesso vantaggio che hanno gli aforismi sui romanzi.
Così sarà il mio romanzo, il mio viaggio: spezzato in aforismi, in immagini, in uno slideshow figlio della mia macchina fotograica e dei miei appunti.
Ci sono le mie opinioni, i miei commenti, i miei gusti artistici, ma raramente la mia vita.
Questa serie di articoli però, sarà un po' diversa.
Raccontare un lungo viaggio è un'impresa che tocca più ad uno scrittore e io non lo sono. Così, mentre riguardavo le fotografie scattate nell'ultimo mese, mi è venuto in mente che, tutto sommato, uno dei modi migliori che abbiamo per raccontare sono le immagini.
Le immagini hanno il vantaggio non dover essere organiche, né sistematiche. Possono essere più vere, perché non hanno il dovere di essere coerenti. E' lo stesso vantaggio che hanno gli aforismi sui romanzi.
Così sarà il mio romanzo, il mio viaggio: spezzato in aforismi, in immagini, in uno slideshow figlio della mia macchina fotograica e dei miei appunti.
15 dicembre 2011
Viaggiare.
"Viaggiare è molto utile, fa lavorare l'immaginazione, il resto è solo delusioni e pene. Il nostro viaggio è interamente immaginario, è là la sua forza.
Va dalla vita alla morte. Uomini, animali, città e cose, tutto è immaginario. È un romanzo, nient'altro che una storia fittizia. Lo ha detto Littré che non sbaglia mai.
E poi, innanzi tutto a tutti è possibile, basta chiudere gli occhi.
È dall'altra parte della vita."
Louis-Ferdinand Céline
Viaggio al termine della notte.
Va dalla vita alla morte. Uomini, animali, città e cose, tutto è immaginario. È un romanzo, nient'altro che una storia fittizia. Lo ha detto Littré che non sbaglia mai.
E poi, innanzi tutto a tutti è possibile, basta chiudere gli occhi.
È dall'altra parte della vita."
Louis-Ferdinand Céline
Viaggio al termine della notte.
16 ottobre 2011
La banalità della responsabilità ontologica. Black bloc e borghesucci feat. Herr Adolf Eichmann.
A volte capita, che anche in posti improbabili, come un paesino dell’entroterra marchigiano o una cittadina ligure, nascano delle persone interessanti. Nella fattispecie un’archeologa e antropologa con la passione del cosplay hentai e un filosofo hipster dedito più che altro all’alcolismo. A loro va il merito della metà di questo articolo. L’altra metà invece è dedicata ad uno dei servizi del telegiornale di Minzolini che ho, aimè, appena visto. La ringrazio di cuore direttore, lei non fa mai mancare la sua presenza ogni volta che facciamo un passo ulteriore verso la catastrofe.

Il 19 marzo 1906, in una cittadina della Renania settentrionale, Solingen, nasce il signor Adolf Eichmann. Cinquantasei anni dopo, il 31 maggio 1962, il suo corpo penzola da una forca in una cella della prigione di Ramla, Israele. Vediamo cosa è successo in questi cinquantasei anni.
Nella sua vita il signor Eichmann è stato un nazista. Per la precisione, un burocrate. Non ha contribuito in nessun modo alla giustificazione dialettica dell’ideologia nazionalsocialista tedesca, non ha scritto libri, non ha tenuto discorsi, non ha preso alcuna decisione politica.
Si è limitato ad occuparsi della tecnica e della tecnologia della cosiddetta “soluzione finale”. La sua carriera è iniziata con l’organizzazione della deportazione degli ebrei viennesi, in seguito all’Anschluss dell’Austria nel 1937, per poi continuare fino agli ultimi giorni della seconda guerra mondiale.
Eichmann passava le sue giornate di fronte ad una scrivania. Si occupava di particolari. Quanti litri di Zyklon B si dovevano ordinare alla Bayern, a quali campi dovevano essere inviati e in quali quantità, quanti ebrei potesse ospitare ogni campo, in quanto tempo fosse possibile smaltire i corpi dei morti, quanto profonde dovevano essere le fosse comuni, quanto carbone per i forni fosse necessario, quanti treni occorrevano per deportare gli ebrei di quella o questa città, quante fermate avrebbero fatto quei treni per impedire la morte prematura dei deportati, in quali stazioni sarebbero dovuti fermare per non intralciare i rifornimenti per il fronte, quanto cibo sarebbe servito alle guardie che controllavano i prigionieri dei campi, come trasportare i beni sottratti e confiscati agli ebrei, cose di questo genere. Trascorse così le sue giornate, per sette lunghi anni, fino al 1944.
Dopo la guerra scappò in America latina, grazie ad un falso passaporto italiano. Nel 1960 fu rapito dai servizi segreti israeliani. A tradirlo fu suo figlio, che si vantò delle gesta del padre per provarci con una tizia a Buenos Aires. La vita sarebbe davvero insopportabile se non fosse così ironica.
Iniziò così il suo processo.
Nel corso del dibattimento Eichmann non si mostrò mai pentito del suo operato. Nessuna pietà o rimorso sembravano trasparire dalle sue dichiarazioni. Allo stesso modo affermò con compostezza che non aveva mai odiato gli ebrei e che non aveva mai sostenuto l’idea della superiorità della razza, portando come evidenza il suo matrimonio con una donna non ariana. Tutta la sue linea difensiva si basò sulla presunta mancanza di responsabilità nel suo operato. Era un burocrate, di basso rango per giunta, al quale venivano impartiti degli ordini ai quali non aveva nessuna possibilità di opporsi. Teneva famiglia, lui. Guardate la sua foto qui a fianco. Tutto sembra meno che un sistematico massacratore. Sembra un padre di famiglia, un impiegato del catasto, un ometto un po’ mediocre e un po’ noioso. Aveva dei vicini di casa ai quali sorrideva, un figlio un po’ scemo che per rimorchiare ha appeso di fatto il padre a una corda, una moglie bruttina che tradiva con delle prostitute ecc…
Fu dichiarato colpevole da una corte militare e la sua sorte fu la stessa della maggior parte degli imputati del processo che si era tenuto a Norimberga, quindici anni prima. Dopo l’impiccagione fu cremato e le sue ceneri sparse in mare aperto, oltre i confini delle acque territoriali Israeliane.
Torniamo all’hipster e all’antropologa. Ho avuto l’occasione di parlare con loro della questione della libertà di azione umana e della responsabilità che ne consegue. Entrambe le discussioni sono state abbastanza interessanti ma ve le risparmio perché fin troppo lunghe e articolate per un articolo di un blog. Passerò direttamente alla mia posizione che è emersa da quei discorsi.
Io credo che chiedersi quanto un uomo sia libero nelle sue scelte e quindi quanto debba rimanere in capo suo la responsabilità delle loro conseguenze sia fondamentalmente inutile.
Quando ci si pone una domanda ci si deve chiedere, in concomitanza, quali siano le conseguenze delle varie risposte possibili a quella domanda. Così ho fatto in relazione a questa questione.
Dopo che Hemingway si è sparato in testa con un fucile, possiamo chiederci se egli sia responsabile della sua sorte. Potrebbe aver coscientemente rinunciato alla vita a seguito di un ragionamento ben argomentato e solido o magari le atrocità delle guerre che aveva combattuto gli avevano rubato la fiducia nella vita, magari le circostanze gli avevano negato ogni speranza fino a costringerlo a premere il grilletto. Ma dopotutto, cosa cambia?
Quando il tuo cervello è sparso per il muro alle tue spalle sei comunque morto. Che differenza credete che passi tra un morto libero e uno costretto dalla contingenza stocastica? Che cambia tra un cadavere responsabile e uno innocente?
Nulla. Sempre cadavere resta.
Lo stesso vale per il signor Adolf Heichmann. Nel momento esatto in cui la corda gli spezza l’osso del collo, sulle sue spalle e sul suo corpo che verrà poi disperso in mare ricade la responsabilità ontologica di uno dei massacri più terribili della storia umana. Ogni ebreo morto conduce alla conseguenza inevitabile della corda. Che tu sia libero o obbligato ad una certa azione, politicamente, socialmente, neurologicamente poco importa. Se non puoi evitare la conseguenza, essa porta con sé la tua responsabilità.
Hannah Arendt, una filosofa statunitense che segui e studiò il processo Heichmann dedicò a quell’uomo una definizione che finì per entrare nel gergo comune: la banalità del male. Meglio avrebbe fatto ad usarne invece un’altra: la banalità della responsabilità ontologica.
Torniamo a Minzolini, alla dimostrazione di Roma, ai black block e ai borghesucci.
Cosa c’entreranno con un criminale nazista, vi starete chiedendo, immagino.
Non ho intenzione di palare dei complotti, degli infiltrati, delle ragioni della protesta, delle ragioni della polizia, dello stato e via discorrendo. Quello che mi interessa è individuare la responsabilità dello stato delle cose.
Il servizio del TG1 riguardava i poveri lavoratori che hanno avuto le auto incendiate, i poveri negozianti con le vetrine sfasciate, i poveri bancari che domani torneranno a lavoro con le sedi rovinate e il povero parroco che si è ritrovato la porta della chiesa sfondata e un crocifisso spaccato.
Che colpa avevano tutti questi poveracci?
Uno dei maggiori successi della nostra società, nel tentativo di restare in vita e replicarsi nonostante la sua mediocrità, sta proprio nella spersonalizzazione del potere. Sembra che nessuno sia responsabile dello stato delle cose. L’1% della popolazione mondiale detiene il 50% delle risorse del pianeta. Ventitremila persone al giorno muoiono per mancanza di cibo (fanno ottomiloniquattrocentomila ogni anno, Eichmann ce ne ha messi sette di anni per seimilioni di ebrei, dilettante). Costantemente la vita degli uomini viene rubata in un tritacarne produttivo senza alcuno scopo… ma… non è colpa di nessuno.
Quell’uno percento alla fine fa i suoi interessi, le banche il loro lavoro, i soldati obbediscono agli ordini, i generali ai governi, i governi alla volontà popolare, la volontà popolare alla volontà della divina provvidenza e così via.
E invece no! A me non sta bene. Non sta bene che siano usati due pesi e due misure per Eichmann e per gli Eichmann del nostro tempo. Ogni uomo che partecipa e ha partecipato alla costruzione di questa società porta su di sé la responsabilità ontologica delle sue conseguenze.
Non solo i capi di stato, non solo le potenti famiglie di banchieri, non solo i generali che guidano le guerre d’occupazione ma ogni singolo uomo che partecipa alla società è responsabile delle sue conseguenze.
Le auto in fumo, le vetrine sfondate, i danni casuali sono come la corda che spezza il collo di Eichmann, servono a legare gli uomini alle proprie responsabilità ontologiche. Ma erano padri di famiglia. Sono onesti lavoratori. Il mondo va così. Tengono famiglia. Sono bravi ragazzi. Chissenefrega, io prego per la pioggia.
Imparate a nuotare.
Il 19 marzo 1906, in una cittadina della Renania settentrionale, Solingen, nasce il signor Adolf Eichmann. Cinquantasei anni dopo, il 31 maggio 1962, il suo corpo penzola da una forca in una cella della prigione di Ramla, Israele. Vediamo cosa è successo in questi cinquantasei anni.
Nella sua vita il signor Eichmann è stato un nazista. Per la precisione, un burocrate. Non ha contribuito in nessun modo alla giustificazione dialettica dell’ideologia nazionalsocialista tedesca, non ha scritto libri, non ha tenuto discorsi, non ha preso alcuna decisione politica.
Si è limitato ad occuparsi della tecnica e della tecnologia della cosiddetta “soluzione finale”. La sua carriera è iniziata con l’organizzazione della deportazione degli ebrei viennesi, in seguito all’Anschluss dell’Austria nel 1937, per poi continuare fino agli ultimi giorni della seconda guerra mondiale.
Eichmann passava le sue giornate di fronte ad una scrivania. Si occupava di particolari. Quanti litri di Zyklon B si dovevano ordinare alla Bayern, a quali campi dovevano essere inviati e in quali quantità, quanti ebrei potesse ospitare ogni campo, in quanto tempo fosse possibile smaltire i corpi dei morti, quanto profonde dovevano essere le fosse comuni, quanto carbone per i forni fosse necessario, quanti treni occorrevano per deportare gli ebrei di quella o questa città, quante fermate avrebbero fatto quei treni per impedire la morte prematura dei deportati, in quali stazioni sarebbero dovuti fermare per non intralciare i rifornimenti per il fronte, quanto cibo sarebbe servito alle guardie che controllavano i prigionieri dei campi, come trasportare i beni sottratti e confiscati agli ebrei, cose di questo genere. Trascorse così le sue giornate, per sette lunghi anni, fino al 1944.
Dopo la guerra scappò in America latina, grazie ad un falso passaporto italiano. Nel 1960 fu rapito dai servizi segreti israeliani. A tradirlo fu suo figlio, che si vantò delle gesta del padre per provarci con una tizia a Buenos Aires. La vita sarebbe davvero insopportabile se non fosse così ironica.
Iniziò così il suo processo.
Nel corso del dibattimento Eichmann non si mostrò mai pentito del suo operato. Nessuna pietà o rimorso sembravano trasparire dalle sue dichiarazioni. Allo stesso modo affermò con compostezza che non aveva mai odiato gli ebrei e che non aveva mai sostenuto l’idea della superiorità della razza, portando come evidenza il suo matrimonio con una donna non ariana. Tutta la sue linea difensiva si basò sulla presunta mancanza di responsabilità nel suo operato. Era un burocrate, di basso rango per giunta, al quale venivano impartiti degli ordini ai quali non aveva nessuna possibilità di opporsi. Teneva famiglia, lui. Guardate la sua foto qui a fianco. Tutto sembra meno che un sistematico massacratore. Sembra un padre di famiglia, un impiegato del catasto, un ometto un po’ mediocre e un po’ noioso. Aveva dei vicini di casa ai quali sorrideva, un figlio un po’ scemo che per rimorchiare ha appeso di fatto il padre a una corda, una moglie bruttina che tradiva con delle prostitute ecc…
Fu dichiarato colpevole da una corte militare e la sua sorte fu la stessa della maggior parte degli imputati del processo che si era tenuto a Norimberga, quindici anni prima. Dopo l’impiccagione fu cremato e le sue ceneri sparse in mare aperto, oltre i confini delle acque territoriali Israeliane.
Torniamo all’hipster e all’antropologa. Ho avuto l’occasione di parlare con loro della questione della libertà di azione umana e della responsabilità che ne consegue. Entrambe le discussioni sono state abbastanza interessanti ma ve le risparmio perché fin troppo lunghe e articolate per un articolo di un blog. Passerò direttamente alla mia posizione che è emersa da quei discorsi.
Io credo che chiedersi quanto un uomo sia libero nelle sue scelte e quindi quanto debba rimanere in capo suo la responsabilità delle loro conseguenze sia fondamentalmente inutile.
Quando ci si pone una domanda ci si deve chiedere, in concomitanza, quali siano le conseguenze delle varie risposte possibili a quella domanda. Così ho fatto in relazione a questa questione.
Dopo che Hemingway si è sparato in testa con un fucile, possiamo chiederci se egli sia responsabile della sua sorte. Potrebbe aver coscientemente rinunciato alla vita a seguito di un ragionamento ben argomentato e solido o magari le atrocità delle guerre che aveva combattuto gli avevano rubato la fiducia nella vita, magari le circostanze gli avevano negato ogni speranza fino a costringerlo a premere il grilletto. Ma dopotutto, cosa cambia?
Quando il tuo cervello è sparso per il muro alle tue spalle sei comunque morto. Che differenza credete che passi tra un morto libero e uno costretto dalla contingenza stocastica? Che cambia tra un cadavere responsabile e uno innocente?
Nulla. Sempre cadavere resta.
Lo stesso vale per il signor Adolf Heichmann. Nel momento esatto in cui la corda gli spezza l’osso del collo, sulle sue spalle e sul suo corpo che verrà poi disperso in mare ricade la responsabilità ontologica di uno dei massacri più terribili della storia umana. Ogni ebreo morto conduce alla conseguenza inevitabile della corda. Che tu sia libero o obbligato ad una certa azione, politicamente, socialmente, neurologicamente poco importa. Se non puoi evitare la conseguenza, essa porta con sé la tua responsabilità.
Hannah Arendt, una filosofa statunitense che segui e studiò il processo Heichmann dedicò a quell’uomo una definizione che finì per entrare nel gergo comune: la banalità del male. Meglio avrebbe fatto ad usarne invece un’altra: la banalità della responsabilità ontologica.
Torniamo a Minzolini, alla dimostrazione di Roma, ai black block e ai borghesucci.
Cosa c’entreranno con un criminale nazista, vi starete chiedendo, immagino.
Non ho intenzione di palare dei complotti, degli infiltrati, delle ragioni della protesta, delle ragioni della polizia, dello stato e via discorrendo. Quello che mi interessa è individuare la responsabilità dello stato delle cose.
Il servizio del TG1 riguardava i poveri lavoratori che hanno avuto le auto incendiate, i poveri negozianti con le vetrine sfasciate, i poveri bancari che domani torneranno a lavoro con le sedi rovinate e il povero parroco che si è ritrovato la porta della chiesa sfondata e un crocifisso spaccato.
Che colpa avevano tutti questi poveracci?
Uno dei maggiori successi della nostra società, nel tentativo di restare in vita e replicarsi nonostante la sua mediocrità, sta proprio nella spersonalizzazione del potere. Sembra che nessuno sia responsabile dello stato delle cose. L’1% della popolazione mondiale detiene il 50% delle risorse del pianeta. Ventitremila persone al giorno muoiono per mancanza di cibo (fanno ottomiloniquattrocentomila ogni anno, Eichmann ce ne ha messi sette di anni per seimilioni di ebrei, dilettante). Costantemente la vita degli uomini viene rubata in un tritacarne produttivo senza alcuno scopo… ma… non è colpa di nessuno.
Quell’uno percento alla fine fa i suoi interessi, le banche il loro lavoro, i soldati obbediscono agli ordini, i generali ai governi, i governi alla volontà popolare, la volontà popolare alla volontà della divina provvidenza e così via.
E invece no! A me non sta bene. Non sta bene che siano usati due pesi e due misure per Eichmann e per gli Eichmann del nostro tempo. Ogni uomo che partecipa e ha partecipato alla costruzione di questa società porta su di sé la responsabilità ontologica delle sue conseguenze.
Non solo i capi di stato, non solo le potenti famiglie di banchieri, non solo i generali che guidano le guerre d’occupazione ma ogni singolo uomo che partecipa alla società è responsabile delle sue conseguenze.
Le auto in fumo, le vetrine sfondate, i danni casuali sono come la corda che spezza il collo di Eichmann, servono a legare gli uomini alle proprie responsabilità ontologiche. Ma erano padri di famiglia. Sono onesti lavoratori. Il mondo va così. Tengono famiglia. Sono bravi ragazzi. Chissenefrega, io prego per la pioggia.
Imparate a nuotare.
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23 settembre 2011
About:Blank
Dopo aver appoggiato il ginocchio sul letto, premette con più forza sul mento, mentre teneva ferma, con l’altra mano, la testa, all’altezza della fronte. La bocca si spalancò finché le labbra non si strapparono agli angoli. Ad un tratto udì uno schiocco secco. L’osso cedette. Le guance di sua madre si andavano tingendo di un rosso cupo mentre sentiva il sangue bagnargli le dita.
Guardò i suoi occhi e li trovò vuoti e acquosi, per via del Roipnol che le aveva sciolto nel vino a cena. Era come guardare uno specchio opaco.
Quando si accorse che lei respirava ancora, prese lentamente la lampada d’ottone dal comodino lì a fianco e pensò a come avrebbe potuto finire il lavoro.
La colpì con tutta la forza che aveva mirando alla fronte. La testa affondò nel cuscino assorbendo il colpo e sul cranio si aprì soltanto un piccolo taglio. Posò di nuovo la lampada e tirò il corpo della madre verso di sé in modo che la testa potesse poggiare sul comodino di noce. Colpì di nuovo con la lampada e questa volta l’osso occipitale andò in frantumi. Il rumore rimase per un attimo sospeso nell’aria e poi fu cancellato dall’eco dei colpi che seguirono.
Si accorse del sangue caldo che gli stava colando sul petto depilato quando ormai il cranio della madre era poco più che una poltiglia di ossa e carne sfilacciata. Andò allo specchio e non riuscì a vederci dentro proprio nulla. Decise di fare la doccia e mentre entrava in bagno si girò per dare un’occhiata al salotto.
The Sleeper era lì, seduto sul divano, con lo sguardo perso nel vuoto. Dalla tv, che Nico non poteva vedere, proveniva la telecronaca di una qualche partita di calcio.
L’acqua lavò via in fretta il sangue dalla sua pelle. Nico lo vedeva scorrere nello scarico della doccia e respirava lentamente. Lavò accuratamente i capelli, poi prese l’asciugamano appeso al solito posto e uscì dalla vasca. Mentre si asciugava si guardò allo specchio ma l’acqua calda lo aveva appannato a tal punto che riusciva appena a distinguere i contorni del suo corpo.
Tagliò le unghie dei piedi e si strappò qualche pelo dalla sopracciglia per definire meglio i contorni. Si lavò i denti scrupolosamente e poi preparò due strisce di coca sullo specchietto che aveva usato poco prima per aggiustarsi le sopracciglia. Tirò prima con una narice, poi con l’altra.
Uscendo dal bagno si diresse verso il salotto tenendo lo sguardo fisso su The Sleeper. Aveva i capelli arruffati e se ne stava in silenzio. Si sentiva soltanto il digrignare ritmato dei suoi denti, mentre in tv, la partita era finita. Ne aveva preso il posto il video di una vecchia canzona degli Eeels. I membri del gruppo galleggiavano nell’aria immersi in uno sfondo metropolitano in bianco e nero…
…Guess whose living here
With the great undead
This paint by numbers life
Is fucking with my head once again…
The sleeper estrasse una sigaretta dalla tasca e la accese senza guardare Nico. In effetti non stava guardando proprio nulla. Lo sguardo spento era perso in qualcosa di opalescente, qualcosa che doveva esistere al di là dello schermo della televisione, dove intanto gli Eels continuavano il loro show…
… Life is good
And I feel great
'cause mother says I was
A great mistake…
Nico tornò in camera sua per vestirsi. Prese i levis freschi di lavanderia e si infilò una camicia chiara di Armani. Scelse con calma le scarpe e finì di prepararsi che il video non era ancora finito…
Novocaine for the soul
You'd better give me something
To fill the hole
Before I sputter out.
Passò di fronte alla porta del salotto. Io esco, buonanotte. The Sleeper non si mosse. La cenere della sua sigaretta cadde a terra e la televisione iniziò a trasmettere una qualche televendita.
In strada c’era Luca ad aspettarlo.
Mio dio, ma che diavolo ti è successo? Ho ucciso mia madre. Dicevo ai capelli, li hai tutti schiacciati, lì, di lato. Stiamo andando al Toqueville se non te ne ricordassi, non al bar dello sport. Dai, fai una cosa, sali in casa e datti una sistemata, io ti aspetto in macchina e intanto mi faccio mezzo grammo. Sbrigati.
Salì le scale e fece girare la chiave nella serratura. Andò dritto in bagno e si lavò di nuovo, con cura, i capelli. Si pettinò con calma. Controllò che la sua pettinatura fosse bella e notò che in effetti lo era. Uscendo dal bagno si accorse che dalla camera della madre già proveniva uno strano odore. Rientrò in bagno e prese una bomboletta di lacca. Tornò in camera della madre e senza accendere la luce spruzzò tutto il contenuto nell’ambiente. L’odore di lacca saturò l’ambiente.
Poteva vedere le minuscole goccioline di lacca danzare tra le strisce di luce che, dai lampioni, si insinuavano tra le fessure delle serrande abbassate della camera. Rimase per qualche istante a fissare queste ballerine improbabili, sospese a mezz’aria, immerse nello sfondo della camera di sua madre.
Lei giaceva sul letto. I pezzi di cranio schizzati sul muro colavano dalla carta da parati. Il comodino era coperto di una poltiglia densa e il letto era macchiato in più punti. Nico guardava, ma non vedeva altro che quelle ballerine sospese. Pensò che erano belle e gli venne voglia di tirare altra coca.
Andò al bagno, prese lo specchio e preparò altre due strisce. Prima una narice, poi l’altra. Passò di fronte alla porta del salotto. The Sleeper non si era mosso. La televisione trasmetteva la pubblicità di uno shampoo al kiwi. Uscì, tirandosi dietro la porta di casa.
L’Audi A3 di Luca era parcheggiata in doppia fila di fronte a casa sua. Luca era dentro e quando Nico si avvicinò al finestrino, non avrebbe saputo dire se Luca stesse piangendo o ridendo. Non avrebbe saputo nemmeno dire se fosse proprio Luca quello che vedeva o semplicemente il suo riflesso sul finestrino. Salì in auto. Luca accese il motore e la sua Audi sfrecciò nella notte milanese.
Nico accese la radio. Billy Corgan cantava…
… My reflection, dirty mirror
There's no connection to myself
I'm your lover, I'm your zero
I'm in the face of your dreams of glass
So save your prayers
For when we're really gonna need'em
Throw out your cares and fly…
Nico vide lo specchietto che aveva usato Luca sul cruscotto. Lo prese e preparò altra coca…
… Wanna go for a ride?
Cos’è sta merda? Boh, roba vecchia. Stasera al Q13 suona Dimitry XTC. Cosa? Stasera al Toque suona Dimitry XTC.
… Emptiness is loneliness, and loneliness is cleanliness
And cleanliness is godliness, and god is empty just like me.
Luca sintonizzò la radio su una stazione che trasmetteva musica house e tirò due strisce. Prima una narice, poi l’altra.
Arrivati in corso Como Luca parcheggiò la sua Audi in doppia fila, proprio di fianco a una Bmw Z3. Il guidatore della BMW era nell’auto, il suo viso era illuminato dallo schermo dello smartphone che stava maneggiando.
Nico e Luca scesero dall’Audi e fecero il giro della BMW. Diedero un’occhiata al proprietario. Sembrava un uomo di mezza età, ma forse era solo il riflesso azzurrognolo dello schermo del cellulare. Luca si avvicinò al finestrino chiuso. Stronzo! Vecchio di merda, che ne dici di portare via questa macchina da magnaccia e lascarci il parcheggio? Dentro l’abitacolo l’uomo non si muoveva e continuava a guardare fisso lo schermo del cellulare. Di tanto in tanto le dita scorrevano e sfioravano lo schermo.
Mi senti vecchio di merda? Sei stronzo o cosa? Luca fece un paio di passi indietro per prendere la rincorsa e colpì con la suola della scarpa di Armani la portiera della BMW. La portiera si piegò. Luca e Nico si guardarono per un istante, poi tornarono a sbirciare l’interno dell’abitacolo della BMW.
Sul volto dell’uomo per un attimo apparse un ombra di terrore, nel momento stesso in cui il telefono gli sfuggì di mano. La luce dello schermo sparì. Luca e Nico iniziarono a colpire la portiera con manate e calci.
Ad un tratto la luce riapparve all’interno dell’abitacolo. Il vetro del finestrino era incrinato e non era più possibile per loro vedere bene il volto dell’uomo. Se avessero dovuto sbilanciarsi sulla sua espressione, avrebbero detto che sembrava rinfrancato e che si stesse calmando. Teneva di nuovo con le mani il suo smartphone e i suoi occhi sembravano persi al di là dello schermo.
Luca appoggiò entrambe le mani sul vetro ormai ridotto a una ragnatela di crepe. Vaffanculo. Sciroccato del cazzo!
Lasciarono lì l’Audi, in doppia fila, e proseguirono a piedi per via Alessio di Toqueville fino al numero 13.
La musica si sentiva dalla strada ma all’entrata non c’era calca e solo un robusto buttafuori li guardava distrattamente, o forse semplicemente stava fissando qualcosa alle loro spalle.
Infilarono la porta d’ingresso e si ritrovarono in pista. Il DJ stava suonando alcuni pezzi di elettronica. Questo posto sta diventando un covo di sfigati. Cosa Luca? Questo posto non vale più un cazzo. Nico si avvicinò alla console del DJ, facendosi largo tra la gente. Cercò di vedere se conoscesse qualcuno tra le persone che stava spintonando e spostando ma tutti i loro volti si somigliavano e non gli dicevano nulla. Gli occhi vaghi e persi di quelle persone gli ricordavano vagamente quelli di sua madre nell’attimo in cui le fracassava la testa. La temperatura era al limite del soffocante, ma la musica era di suo gusto, forse, così iniziò a ballare.
Sentì un corpo di donna che lentamente si stava appoggiando al suo. Si girò. Vide una ragazza giovane e bionda che gli sorrideva. Aveva i denti scuri e lunghi, gli occhi chiari e persi a guardare qualcosa che in linea d’aria doveva trovarsi dietro la sua testa. Ciao, mi chiamo Irene. Come dici? Sono Irene. Mi stavo chiedendo se non avessi magari della coca. Ci facciamo una botta e poi torniamo qui in pista. Sei una troia vomitevole, i tuoi denti sono una visione raccapricciante. Come dici? Dai su, un paio di tiri. Lei sorrise ancora e gli mise le mani sui fianchi tirandolo a sé.
Nico si avvicinò al suo orecchio. Sei una puttana inguardabile. Mi senti? Troia del cazzo. Lei sorrise ancora senza cogliere nulla di quello che le era stato detto. Intanto guardava in uno specchio alla base della console.
A Nico venne voglia di farsi ancora un po’ di coca e la spintonò via. Cercò con lo sguardo Luca ma intorno a lui vide solo una moltitudine di alieni che si dimenavano convulsamente. I loro riflessi nello specchio si confondevano e sembravano tutti sorridere o ridere convulsamente.
Andò dritto al bagno. Aprì la porta. Entrò. La luce forte dei neon lo costrinse a socchiudere gli occhi. Il bagno era deserto e Nico trovò la cosa abbastanza strana. Si preparò due strisce sul pianale del lavandino e arrotolò una banconota. Alzò la testa e vide dallo specchio che la porta del bagno si stava aprendo. Entrò la bionda della pista da ballo, o forse era una che le somigliava. Ciao bello, lo sapevo che eri tu quello che faceva al caso mio. Lei teneva gli occhi fissi sul lavandino, dove c’era la coca preparata. Perché te ne sei andato così? Sparisci. Dai, solo un tiro, poi ce ne torniamo in pista a ballare. Senti, le cose sono due: o ti paghi la tua cazzo di coca o se vuoi la mia mi devi succhiare l’uccello. Merda. Disse lei, cercando di far sembrare un sorriso quello che era un ghigno. Si inginocchiò e fece per sbottonargli i pantaloni. Il suo corpo era ok. Ma quei denti erano veramente orribili. Nico la colpì con un pugno secco in faccia. L’osso del naso andò in pezzi. Lei cadde svenuta all’istante con il volto trasformato in una maschera di sangue. Mentre il sangue le scorreva lentamente lungo il collo fino a sporcare l’abito leggero Nico staccò l’asciugatore dal muro. Posò la banconota arrotolata che teneva in mano sul pianale, accanto alla coca, e colpì di nuovo la ragazza al volto con l’asciugatore. Il suo zigomo rientrò nel cranio e il sangue schizzò sulla camicia e sulle scarpe di Nico.
Lui sollevò di nuovo l’asciugatore. Sentì la porta del bagno aprirsi e vide dallo specchio un omuncolo basso e gracile, con un taglio di capelli orribile, entrare. Che cazzo stai facendo?
L’uomo in un attimo aveva già estratto un distintivo della polizia o qualcosa del genere. Nell’altra mano teneva una beretta calibro nove. Figlio di puttana, metti giù quel coso e allontanati.
Nico gli si scagliò addosso. Un lampo. Un boato. Cadde a terra. Sentiva il sangue scorrergli nell’orecchio e bagnargli i capelli. Sentì i suoi pensieri svanire e non faceva, dopo tutto, molta differenza. Un attimo dopo era già il nulla.
Il poliziotto bestemmiò e infilò la pistola nella fondina guardandosi intorno. Il bagno era deserto. Prese la banconota sul pianale e tiro in fretta la coca già preparata. Prima una narice, poi l’altra. Si guardò allo specchio e vide un volto qualsiasi. La porta del bagno si aprì di nuovo. Luca entrò e scavalco il corpo di Nico. Si lavò le mani e specchiandosi non avrebbe saputo dire se fosse lui quello che stava ridendo o un’altra persona.
Guardò i suoi occhi e li trovò vuoti e acquosi, per via del Roipnol che le aveva sciolto nel vino a cena. Era come guardare uno specchio opaco.
Quando si accorse che lei respirava ancora, prese lentamente la lampada d’ottone dal comodino lì a fianco e pensò a come avrebbe potuto finire il lavoro.
La colpì con tutta la forza che aveva mirando alla fronte. La testa affondò nel cuscino assorbendo il colpo e sul cranio si aprì soltanto un piccolo taglio. Posò di nuovo la lampada e tirò il corpo della madre verso di sé in modo che la testa potesse poggiare sul comodino di noce. Colpì di nuovo con la lampada e questa volta l’osso occipitale andò in frantumi. Il rumore rimase per un attimo sospeso nell’aria e poi fu cancellato dall’eco dei colpi che seguirono.
Si accorse del sangue caldo che gli stava colando sul petto depilato quando ormai il cranio della madre era poco più che una poltiglia di ossa e carne sfilacciata. Andò allo specchio e non riuscì a vederci dentro proprio nulla. Decise di fare la doccia e mentre entrava in bagno si girò per dare un’occhiata al salotto.
The Sleeper era lì, seduto sul divano, con lo sguardo perso nel vuoto. Dalla tv, che Nico non poteva vedere, proveniva la telecronaca di una qualche partita di calcio.
L’acqua lavò via in fretta il sangue dalla sua pelle. Nico lo vedeva scorrere nello scarico della doccia e respirava lentamente. Lavò accuratamente i capelli, poi prese l’asciugamano appeso al solito posto e uscì dalla vasca. Mentre si asciugava si guardò allo specchio ma l’acqua calda lo aveva appannato a tal punto che riusciva appena a distinguere i contorni del suo corpo.
Tagliò le unghie dei piedi e si strappò qualche pelo dalla sopracciglia per definire meglio i contorni. Si lavò i denti scrupolosamente e poi preparò due strisce di coca sullo specchietto che aveva usato poco prima per aggiustarsi le sopracciglia. Tirò prima con una narice, poi con l’altra.
Uscendo dal bagno si diresse verso il salotto tenendo lo sguardo fisso su The Sleeper. Aveva i capelli arruffati e se ne stava in silenzio. Si sentiva soltanto il digrignare ritmato dei suoi denti, mentre in tv, la partita era finita. Ne aveva preso il posto il video di una vecchia canzona degli Eeels. I membri del gruppo galleggiavano nell’aria immersi in uno sfondo metropolitano in bianco e nero…
…Guess whose living here
With the great undead
This paint by numbers life
Is fucking with my head once again…
The sleeper estrasse una sigaretta dalla tasca e la accese senza guardare Nico. In effetti non stava guardando proprio nulla. Lo sguardo spento era perso in qualcosa di opalescente, qualcosa che doveva esistere al di là dello schermo della televisione, dove intanto gli Eels continuavano il loro show…
… Life is good
And I feel great
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A great mistake…
Nico tornò in camera sua per vestirsi. Prese i levis freschi di lavanderia e si infilò una camicia chiara di Armani. Scelse con calma le scarpe e finì di prepararsi che il video non era ancora finito…
Novocaine for the soul
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Before I sputter out.
Passò di fronte alla porta del salotto. Io esco, buonanotte. The Sleeper non si mosse. La cenere della sua sigaretta cadde a terra e la televisione iniziò a trasmettere una qualche televendita.
In strada c’era Luca ad aspettarlo.
Mio dio, ma che diavolo ti è successo? Ho ucciso mia madre. Dicevo ai capelli, li hai tutti schiacciati, lì, di lato. Stiamo andando al Toqueville se non te ne ricordassi, non al bar dello sport. Dai, fai una cosa, sali in casa e datti una sistemata, io ti aspetto in macchina e intanto mi faccio mezzo grammo. Sbrigati.
Salì le scale e fece girare la chiave nella serratura. Andò dritto in bagno e si lavò di nuovo, con cura, i capelli. Si pettinò con calma. Controllò che la sua pettinatura fosse bella e notò che in effetti lo era. Uscendo dal bagno si accorse che dalla camera della madre già proveniva uno strano odore. Rientrò in bagno e prese una bomboletta di lacca. Tornò in camera della madre e senza accendere la luce spruzzò tutto il contenuto nell’ambiente. L’odore di lacca saturò l’ambiente.
Poteva vedere le minuscole goccioline di lacca danzare tra le strisce di luce che, dai lampioni, si insinuavano tra le fessure delle serrande abbassate della camera. Rimase per qualche istante a fissare queste ballerine improbabili, sospese a mezz’aria, immerse nello sfondo della camera di sua madre.
Lei giaceva sul letto. I pezzi di cranio schizzati sul muro colavano dalla carta da parati. Il comodino era coperto di una poltiglia densa e il letto era macchiato in più punti. Nico guardava, ma non vedeva altro che quelle ballerine sospese. Pensò che erano belle e gli venne voglia di tirare altra coca.
Andò al bagno, prese lo specchio e preparò altre due strisce. Prima una narice, poi l’altra. Passò di fronte alla porta del salotto. The Sleeper non si era mosso. La televisione trasmetteva la pubblicità di uno shampoo al kiwi. Uscì, tirandosi dietro la porta di casa.
L’Audi A3 di Luca era parcheggiata in doppia fila di fronte a casa sua. Luca era dentro e quando Nico si avvicinò al finestrino, non avrebbe saputo dire se Luca stesse piangendo o ridendo. Non avrebbe saputo nemmeno dire se fosse proprio Luca quello che vedeva o semplicemente il suo riflesso sul finestrino. Salì in auto. Luca accese il motore e la sua Audi sfrecciò nella notte milanese.
Nico accese la radio. Billy Corgan cantava…
… My reflection, dirty mirror
There's no connection to myself
I'm your lover, I'm your zero
I'm in the face of your dreams of glass
So save your prayers
For when we're really gonna need'em
Throw out your cares and fly…
Nico vide lo specchietto che aveva usato Luca sul cruscotto. Lo prese e preparò altra coca…
… Wanna go for a ride?
Cos’è sta merda? Boh, roba vecchia. Stasera al Q13 suona Dimitry XTC. Cosa? Stasera al Toque suona Dimitry XTC.
… Emptiness is loneliness, and loneliness is cleanliness
And cleanliness is godliness, and god is empty just like me.
Luca sintonizzò la radio su una stazione che trasmetteva musica house e tirò due strisce. Prima una narice, poi l’altra.
Arrivati in corso Como Luca parcheggiò la sua Audi in doppia fila, proprio di fianco a una Bmw Z3. Il guidatore della BMW era nell’auto, il suo viso era illuminato dallo schermo dello smartphone che stava maneggiando.
Nico e Luca scesero dall’Audi e fecero il giro della BMW. Diedero un’occhiata al proprietario. Sembrava un uomo di mezza età, ma forse era solo il riflesso azzurrognolo dello schermo del cellulare. Luca si avvicinò al finestrino chiuso. Stronzo! Vecchio di merda, che ne dici di portare via questa macchina da magnaccia e lascarci il parcheggio? Dentro l’abitacolo l’uomo non si muoveva e continuava a guardare fisso lo schermo del cellulare. Di tanto in tanto le dita scorrevano e sfioravano lo schermo.
Mi senti vecchio di merda? Sei stronzo o cosa? Luca fece un paio di passi indietro per prendere la rincorsa e colpì con la suola della scarpa di Armani la portiera della BMW. La portiera si piegò. Luca e Nico si guardarono per un istante, poi tornarono a sbirciare l’interno dell’abitacolo della BMW.
Sul volto dell’uomo per un attimo apparse un ombra di terrore, nel momento stesso in cui il telefono gli sfuggì di mano. La luce dello schermo sparì. Luca e Nico iniziarono a colpire la portiera con manate e calci.
Ad un tratto la luce riapparve all’interno dell’abitacolo. Il vetro del finestrino era incrinato e non era più possibile per loro vedere bene il volto dell’uomo. Se avessero dovuto sbilanciarsi sulla sua espressione, avrebbero detto che sembrava rinfrancato e che si stesse calmando. Teneva di nuovo con le mani il suo smartphone e i suoi occhi sembravano persi al di là dello schermo.
Luca appoggiò entrambe le mani sul vetro ormai ridotto a una ragnatela di crepe. Vaffanculo. Sciroccato del cazzo!
Lasciarono lì l’Audi, in doppia fila, e proseguirono a piedi per via Alessio di Toqueville fino al numero 13.
La musica si sentiva dalla strada ma all’entrata non c’era calca e solo un robusto buttafuori li guardava distrattamente, o forse semplicemente stava fissando qualcosa alle loro spalle.
Infilarono la porta d’ingresso e si ritrovarono in pista. Il DJ stava suonando alcuni pezzi di elettronica. Questo posto sta diventando un covo di sfigati. Cosa Luca? Questo posto non vale più un cazzo. Nico si avvicinò alla console del DJ, facendosi largo tra la gente. Cercò di vedere se conoscesse qualcuno tra le persone che stava spintonando e spostando ma tutti i loro volti si somigliavano e non gli dicevano nulla. Gli occhi vaghi e persi di quelle persone gli ricordavano vagamente quelli di sua madre nell’attimo in cui le fracassava la testa. La temperatura era al limite del soffocante, ma la musica era di suo gusto, forse, così iniziò a ballare.
Sentì un corpo di donna che lentamente si stava appoggiando al suo. Si girò. Vide una ragazza giovane e bionda che gli sorrideva. Aveva i denti scuri e lunghi, gli occhi chiari e persi a guardare qualcosa che in linea d’aria doveva trovarsi dietro la sua testa. Ciao, mi chiamo Irene. Come dici? Sono Irene. Mi stavo chiedendo se non avessi magari della coca. Ci facciamo una botta e poi torniamo qui in pista. Sei una troia vomitevole, i tuoi denti sono una visione raccapricciante. Come dici? Dai su, un paio di tiri. Lei sorrise ancora e gli mise le mani sui fianchi tirandolo a sé.
Nico si avvicinò al suo orecchio. Sei una puttana inguardabile. Mi senti? Troia del cazzo. Lei sorrise ancora senza cogliere nulla di quello che le era stato detto. Intanto guardava in uno specchio alla base della console.
A Nico venne voglia di farsi ancora un po’ di coca e la spintonò via. Cercò con lo sguardo Luca ma intorno a lui vide solo una moltitudine di alieni che si dimenavano convulsamente. I loro riflessi nello specchio si confondevano e sembravano tutti sorridere o ridere convulsamente.
Andò dritto al bagno. Aprì la porta. Entrò. La luce forte dei neon lo costrinse a socchiudere gli occhi. Il bagno era deserto e Nico trovò la cosa abbastanza strana. Si preparò due strisce sul pianale del lavandino e arrotolò una banconota. Alzò la testa e vide dallo specchio che la porta del bagno si stava aprendo. Entrò la bionda della pista da ballo, o forse era una che le somigliava. Ciao bello, lo sapevo che eri tu quello che faceva al caso mio. Lei teneva gli occhi fissi sul lavandino, dove c’era la coca preparata. Perché te ne sei andato così? Sparisci. Dai, solo un tiro, poi ce ne torniamo in pista a ballare. Senti, le cose sono due: o ti paghi la tua cazzo di coca o se vuoi la mia mi devi succhiare l’uccello. Merda. Disse lei, cercando di far sembrare un sorriso quello che era un ghigno. Si inginocchiò e fece per sbottonargli i pantaloni. Il suo corpo era ok. Ma quei denti erano veramente orribili. Nico la colpì con un pugno secco in faccia. L’osso del naso andò in pezzi. Lei cadde svenuta all’istante con il volto trasformato in una maschera di sangue. Mentre il sangue le scorreva lentamente lungo il collo fino a sporcare l’abito leggero Nico staccò l’asciugatore dal muro. Posò la banconota arrotolata che teneva in mano sul pianale, accanto alla coca, e colpì di nuovo la ragazza al volto con l’asciugatore. Il suo zigomo rientrò nel cranio e il sangue schizzò sulla camicia e sulle scarpe di Nico.
Lui sollevò di nuovo l’asciugatore. Sentì la porta del bagno aprirsi e vide dallo specchio un omuncolo basso e gracile, con un taglio di capelli orribile, entrare. Che cazzo stai facendo?
L’uomo in un attimo aveva già estratto un distintivo della polizia o qualcosa del genere. Nell’altra mano teneva una beretta calibro nove. Figlio di puttana, metti giù quel coso e allontanati.
Nico gli si scagliò addosso. Un lampo. Un boato. Cadde a terra. Sentiva il sangue scorrergli nell’orecchio e bagnargli i capelli. Sentì i suoi pensieri svanire e non faceva, dopo tutto, molta differenza. Un attimo dopo era già il nulla.
Il poliziotto bestemmiò e infilò la pistola nella fondina guardandosi intorno. Il bagno era deserto. Prese la banconota sul pianale e tiro in fretta la coca già preparata. Prima una narice, poi l’altra. Si guardò allo specchio e vide un volto qualsiasi. La porta del bagno si aprì di nuovo. Luca entrò e scavalco il corpo di Nico. Si lavò le mani e specchiandosi non avrebbe saputo dire se fosse lui quello che stava ridendo o un’altra persona.
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