Ce ne fossero...
In effetti ce ne sono fin troppi, uno ogni due calendari del nuovo anno, che sarà sicuramente meglio di quello vecchio. Antichi, moderni, letterari. Oroscopi occidentali, oroscopi cinesi, cartomanti abbondanti, abbonamenti a rabdomanti, 144 anzi no, ora è un altro numero: 144 era una truffa, quello nuovo, che è uguale, no.
Dove voglio andare a parare sotto questo cappello?
Bella domanda, potremmo interrogare le stelle, o le budella dei polli. Mi hanno detto che ormai i polli sono tutto petto quindi addio auruspex. Il mercato non è più in grado di assorbire questa figura professionale.
La faccio breve. Ieri ho visto che avevano regalato a mia madre il libro dei Ching. Regalo gradito, tra l'altro. L'aveva riposto in libreria tra i libri universitari di chimica di mio padre e la "ricchissima e nuova (nel '79) enciclopedia degli animali". Quella zona della libreria rappresenta per la mia famiglia, quello che il triangolo delle Bermuda è per i marinai.
Il libro dei ching è il più antico oracolo esistente al mondo. Funziona grossomodo così: si lanciano 3 monete per sei volte, ogni faccia delle monete ha un valore associato, 2 per lo yin e 3 per lo yang. Si sommano i valori che corrispondono a linee fisse, spezzate, intere, mobili. A secondo del risultato, il libro ci riserva una risposta a una nostra domanda, intima e profonda o stupida e faceta. Se tra ventidue secoli i nostri discendenti troveranno una scatola di baci perugina putrefatti e raccoglieranno i fogliettini di Moccia avranno la versione 2.0 dei ching.
Alla fine dell'800 un chirurgo tossicodipendente spiegò al mondo che le parole potevano curare le malattie. Fu preso per matto, ironia della sorte. Oggi, a molti, basta leggere uno dei suoi libri per considerarsi profondi conoscitori dell'animo umano.
Per i tossicodipendenti degli oracoli vale la stessa cosa. Le parole sul libro, le parole dell'oroscopo sui giornali e le riviste, le parole che escono dalle cornette a tre euro al minuto sono una cura.
La cura per la mancanza di autodeterminazione della loro volontà.
Il sé determina l'universo, e determina anche gli oracoli, la nostra cura, la nostra flebo di volontà, lo specchio sul quale il nostro transfert si riflette. Non so quanto costi il libro che hanno regalato a mia madre, il prezzo è stato grattato via, ma sono sicuro che sia molto più economico di una lunga terapia. Il libro inoltre non è un tossicodipendente, non tagliuzzava le persone, al massimo qualche graffio sulle dita e puoi sempre rimetterlo lì, tra "chimica organica I" e "Volume XIV: i grandi felini, dominatori della savana!"
E così sia, ballino le monete...Re di cuori: niente male.
14 gennaio 2010
9 gennaio 2010
Rosarno's blues. Dodici battute in Do di matto.
L'intro strumentale è quella che nessuno ascolta, di solito. Perché ancora mancano due tiri a finire la sigaretta, un sorso di whiskey, prima che inizi il cantato, quelle dodici battute sempre uguali. Che palle il blues, è troppo bello.
Questa volta l'intro però l'hanno sentita, perché suonava di vetri rotti. Perché le bacchette non carezzavano la batteria. Erano bastoni, spranghe, cartelli stradali divelti.
E via con la prima strofa, dodici ottavi. Che è come quattro quarti, solo un po' sghembo. Terzinato, lo chiamano i musicisti. Per gli altri è...così, che non capisco proprio, ma qualcosa mi dice dentro che va bene, che è stato sempre così. Che palle il blues...è troppo bello.
Prima strofa.
E' in Mi incazzo, che non è né il quarto né il quinto grado del Do di matto. Né la dominante, né la sottodominante, per questo suona strana, per questo la gente ascolta. Il Mi incazzo è la libera. La libera non c'è nella teoria musicale, ma c'è a Rosarno, nella prima strofa.
Quando è finita la prima strofa la gente ascolta. A qualcuno è piaciuta, qualcuno non l'ha capita; perchè ci sarebbe dovuta essere una dominante statale, o una sottodominante della 'ndrangheta. Che è questa novità della libera dei negri? Che se ne tornino a casa loro. A suonare la loro musica. Che il blues lo sappiamo suonare meglio noi bianchi, un po' di civiltà, che diamine. Almeno la dignità di morire soffrendo in silenzio. Perchè cantano?
Qualcuno è addirittura spaventato, si chiude in casa. Doppia mandata, che con una sola magari entra il Mi libero o il Do, che si sa, in questi casi è il Do di matto e non sai mai quali accordi ci vanno prima e dopo. Quelli soliti, il Fa comodo o il Si campa meglio con la catena al piede e gli occhi chiusi proprio stonano.
Turnaround... Do-po tornerà tutto a posto, Sol-tanto degli incivili, Fa comodo così...
Seconda strofa.
Oramai le dodici battute le abbiamo capite. Tornano la dominante e la sottodominante. La dominante suona strumentale, sono i colpi di fucile, le ossa rotte. La sottodominante canta invece il solito ritornello, interprete conosciuto, il ministro Maroni. Esemplare compositore della ballata "Forte con i deboli e debole con i forti". Duettando con la 'ndrangheta, chiosa in Mi sono cagato sotto: è colpa dell'immigrazione clandestina (non del caporalato e dello schiavismo).
Baciamo le mani ministro. E votiamo in Fa comodo anche questa volta.
Turnaround... Do-mani saranno messi a tacere, poi ci penserà la ndrangheta, Mi fanno schifo, Fa-te silenzio che c'è Vespa in tv...
Terza strofa.
La suona un musicista fuori dal coro. Roberto Saviano. Suona il mandolino e sempre la stessa canzone. Che palle il blues...è troppo bello: non lasciamoli soli. Chi si rivolta ha coraggio!
Strano accordo. A me sembra un Mi impegno. Ma il coro non coglie la variazione. TG, ore 20: si suona il "Si fa presto a pontificare vivendo all'estero e guadagnando soldi con i libri". Figurarsi, i libri.
Outro strumentale, e qui veramente nessuno ascolta. Perché non ci sono più vetri rotti, non ci sono più grida, non ci sono più ossa spezzate. Si suonano gli approfondimenti, in Mi annoio. I TG in Si stava meglio quando si stava peggio. Fraseggiano i politici in Re nudi.
E' tempo degli ultimi due tiri di sigaretta.
Questa volta l'intro però l'hanno sentita, perché suonava di vetri rotti. Perché le bacchette non carezzavano la batteria. Erano bastoni, spranghe, cartelli stradali divelti.
E via con la prima strofa, dodici ottavi. Che è come quattro quarti, solo un po' sghembo. Terzinato, lo chiamano i musicisti. Per gli altri è...così, che non capisco proprio, ma qualcosa mi dice dentro che va bene, che è stato sempre così. Che palle il blues...è troppo bello.
Prima strofa.
E' in Mi incazzo, che non è né il quarto né il quinto grado del Do di matto. Né la dominante, né la sottodominante, per questo suona strana, per questo la gente ascolta. Il Mi incazzo è la libera. La libera non c'è nella teoria musicale, ma c'è a Rosarno, nella prima strofa.
Quando è finita la prima strofa la gente ascolta. A qualcuno è piaciuta, qualcuno non l'ha capita; perchè ci sarebbe dovuta essere una dominante statale, o una sottodominante della 'ndrangheta. Che è questa novità della libera dei negri? Che se ne tornino a casa loro. A suonare la loro musica. Che il blues lo sappiamo suonare meglio noi bianchi, un po' di civiltà, che diamine. Almeno la dignità di morire soffrendo in silenzio. Perchè cantano?
Qualcuno è addirittura spaventato, si chiude in casa. Doppia mandata, che con una sola magari entra il Mi libero o il Do, che si sa, in questi casi è il Do di matto e non sai mai quali accordi ci vanno prima e dopo. Quelli soliti, il Fa comodo o il Si campa meglio con la catena al piede e gli occhi chiusi proprio stonano.
Turnaround... Do-po tornerà tutto a posto, Sol-tanto degli incivili, Fa comodo così...
Seconda strofa.
Oramai le dodici battute le abbiamo capite. Tornano la dominante e la sottodominante. La dominante suona strumentale, sono i colpi di fucile, le ossa rotte. La sottodominante canta invece il solito ritornello, interprete conosciuto, il ministro Maroni. Esemplare compositore della ballata "Forte con i deboli e debole con i forti". Duettando con la 'ndrangheta, chiosa in Mi sono cagato sotto: è colpa dell'immigrazione clandestina (non del caporalato e dello schiavismo).
Baciamo le mani ministro. E votiamo in Fa comodo anche questa volta.
Turnaround... Do-mani saranno messi a tacere, poi ci penserà la ndrangheta, Mi fanno schifo, Fa-te silenzio che c'è Vespa in tv...
Terza strofa.
La suona un musicista fuori dal coro. Roberto Saviano. Suona il mandolino e sempre la stessa canzone. Che palle il blues...è troppo bello: non lasciamoli soli. Chi si rivolta ha coraggio!
Strano accordo. A me sembra un Mi impegno. Ma il coro non coglie la variazione. TG, ore 20: si suona il "Si fa presto a pontificare vivendo all'estero e guadagnando soldi con i libri". Figurarsi, i libri.
Outro strumentale, e qui veramente nessuno ascolta. Perché non ci sono più vetri rotti, non ci sono più grida, non ci sono più ossa spezzate. Si suonano gli approfondimenti, in Mi annoio. I TG in Si stava meglio quando si stava peggio. Fraseggiano i politici in Re nudi.
E' tempo degli ultimi due tiri di sigaretta.
7 gennaio 2010
Il vento di Valencia.
Il vento di Valencia arriva così. Che non te ne accorgi, come uno schiaffo, quando prima non c'era nessuno. Sbandi e ti riprendi col cuore in gola.
Ti guardi intorno e vedi che anche gli altri hanno sbandato. Gli altri sulla via, sulla tua stessa strada. Se poi dormivi quando arriva è anche peggio. E' come cadere. Come nei sogni, che salti nel letto e cadi. Nel sogno e nel letto.
Arriva dal sud il vento di Valencia. Parte dall'Atlante, tocca appena il mare e corre su per l'Andalucia. Saluta i briganti che non ci sono più, su quei monti, e corre verso nord.
E' un vento d'africa che ti porta il calore, mentre sei sulla strada. Che l'importante è il viaggio, non la meta. Se ti fermi, lui passa lì accanto e quasi si sente l'Atlante, quasi arriva il mare. Se aspetti solo un attimo puoi perfino vedere i briganti che non ci sono più.
I briganti se li è portati via il vento di Valencia. E chissà cos'altro. Quando sale ancora più a nord, ti accorgi piano piano che ti manca qualche pezzo. Ti giri, col sole alle spalle, che è quasi sera. Immagini che qualcuno, su un'altra strada, durante un altro viaggio, senta anche te insieme all'Atlante, al mare e ai briganti, quelli che non ci sono più.
Ti viene anche voglia di inseguirlo il vento di Valencia, se la tua strada non andasse a sud, se quei pezzi ormai non fossero perduti.
Poi ti riaddormenti e il prossimo schiaffo è una carezza.
"La libertà è l'ultima delle passioni individuali. Per questo oggi è immorale. E' immorale nella società e, per esser precisi, anche in se stessa"
Ti guardi intorno e vedi che anche gli altri hanno sbandato. Gli altri sulla via, sulla tua stessa strada. Se poi dormivi quando arriva è anche peggio. E' come cadere. Come nei sogni, che salti nel letto e cadi. Nel sogno e nel letto.
Arriva dal sud il vento di Valencia. Parte dall'Atlante, tocca appena il mare e corre su per l'Andalucia. Saluta i briganti che non ci sono più, su quei monti, e corre verso nord.
E' un vento d'africa che ti porta il calore, mentre sei sulla strada. Che l'importante è il viaggio, non la meta. Se ti fermi, lui passa lì accanto e quasi si sente l'Atlante, quasi arriva il mare. Se aspetti solo un attimo puoi perfino vedere i briganti che non ci sono più.
I briganti se li è portati via il vento di Valencia. E chissà cos'altro. Quando sale ancora più a nord, ti accorgi piano piano che ti manca qualche pezzo. Ti giri, col sole alle spalle, che è quasi sera. Immagini che qualcuno, su un'altra strada, durante un altro viaggio, senta anche te insieme all'Atlante, al mare e ai briganti, quelli che non ci sono più.
Ti viene anche voglia di inseguirlo il vento di Valencia, se la tua strada non andasse a sud, se quei pezzi ormai non fossero perduti.
Poi ti riaddormenti e il prossimo schiaffo è una carezza.
"La libertà è l'ultima delle passioni individuali. Per questo oggi è immorale. E' immorale nella società e, per esser precisi, anche in se stessa"
Albert Camus
30 dicembre 2009
L'importante è il viaggio, non la meta.
Ultimo articolo dell'anno.
Domani sarò in viaggio verso la catalogna quindi colgo l'occasione per salutare voi e quest'anno.
Nel farlo oltre a ringraziarvi delle ventimila e più visite ricevute su questo piccolissimo blog, vi auguro di vivere non un anno, ma ogni singolo momento, felicemente. In modo che possiate essere consapevoli e soddisfatti di ogni attimo.
Che il giorno più bello possa sempre essere quello che state vivendo, mai quello passato e mai quello ancora da venire.
Domani sarò in viaggio verso la catalogna quindi colgo l'occasione per salutare voi e quest'anno.
Nel farlo oltre a ringraziarvi delle ventimila e più visite ricevute su questo piccolissimo blog, vi auguro di vivere non un anno, ma ogni singolo momento, felicemente. In modo che possiate essere consapevoli e soddisfatti di ogni attimo.
Che il giorno più bello possa sempre essere quello che state vivendo, mai quello passato e mai quello ancora da venire.
23 dicembre 2009
Sotto un unico cielo.
C'era una volta la Antonio Merloni S.p.a. C'è ancora, a dire il vero. Non per molto tempo, mi viene da aggiungere. Non divaghiamo.
C'era una volta un capannone della Merloni S.p.a., un martello alzato, un dito sull'incudine e una scommessa.
-Non sarà matto a colpire davvero?
-Non sarà matto a lasciare il dito fermo?
C'era una volta, qualche anno dopo, sotto lo stesso cielo, un regista cinese di nome Zhāng Yìmóu. Il regista tirò fuori un blockbuster asiatico dal dubbio gusto, risparmiatevelo. Un imperatore sognava di riunire tutte le genti in un solo stato, garantendo pace e prosperità. La sua poesia recitava così: sotto un unico cielo.
Nel frattempo il sogno dell'imperatore era realizzato. Sogno, oddio...incubo.
Sotto lo stesso cielo José Bové "piangeva disperato la sua libertà perduta". Per dirla con parole d'altri.
Sotto lo stesso cielo, per due settimane, a Copenhagen, si sono riuniti i cosiddetti potenti della terra. Gli unici che fino a oggi non sembrano aver capito il sogno dell'imperatore, pur essendo i generali che l'hanno realizzato. Sarà forse che tra loro e quel cielo, l'unico che abbiamo, c'era un capannone da gozziliardi di dollari e una fitta coltre di smog.
Sotto lo smog, sotto al capannone, qualcuno però non c'era. Mancava l'imperatore in persona, Wen Jinbao.
C'era al suo posto un sottosegretario al salcazzo dell'inutile.
E' presente il primo ministro cinese?
No! Disse il salcazzo del sottosegretariato all'inutile.
Allora prese la parola la Merkel, dicendo che anche unilateralmente la Germania si sarebbe impegnata a ridurre le emissioni dell'80% entro il 2050 come negli accordi precedenti era stato stabilito.
No! Ha risposto l'imperatore, via preposta inutile persona del salcazzo.
Manteniamo almeno il tetto massimo del riscaldamento globale a 2° fino al 2020. Già c'era l'accordo.
No! Ha risposto il salcazzo dell'imperatore, ormai sottosegretario all'inutile.
Si è alzato poi il negro. Quello che realizza la fantascienza. -Offro cento milardi di dollari ai paesi in via di sviluppo, e mi impegno a diminuire le emissioni U.S.A. del 17% rispetto al livello del 2005 entro il 2020.
E...indovinate un po' il sottosalcazzo dell'imperatore? Non è difficile vero? No!
Avete capito bene, è stato impedito anche ai singoli paesi, unilateralmente, di inquinare di meno, di sfoltire la coltre tra noi e il cielo. Vi chiederete perché.
La risposta è semplice: siamo ormai tutti sotto un unico cielo, l'incubo dell'imperatore è oggi. E' qui. Adesso.
E di nuovo a correre, e di nuovo a produrre, e di nuovo a testa bassa.
In alto i martelli.
Le dita sull'incudine.
Non saranno matti a non accordarsi?
Non saranno matti a coprire l'unico cielo?
Nel capannone della Antonio Merloni S.p.a. si è sentito improvvisamente un urlo terribile.
Portate l'orecchio alla finestra e guardate quello che resta del cielo. Questa volta non basterà un'ambulanza e una corsa al pronto soccorso.
C'era una volta un capannone della Merloni S.p.a., un martello alzato, un dito sull'incudine e una scommessa.
-Non sarà matto a colpire davvero?
-Non sarà matto a lasciare il dito fermo?
C'era una volta, qualche anno dopo, sotto lo stesso cielo, un regista cinese di nome Zhāng Yìmóu. Il regista tirò fuori un blockbuster asiatico dal dubbio gusto, risparmiatevelo. Un imperatore sognava di riunire tutte le genti in un solo stato, garantendo pace e prosperità. La sua poesia recitava così: sotto un unico cielo.
Nel frattempo il sogno dell'imperatore era realizzato. Sogno, oddio...incubo.
Sotto lo stesso cielo José Bové "piangeva disperato la sua libertà perduta". Per dirla con parole d'altri.
Sotto lo stesso cielo, per due settimane, a Copenhagen, si sono riuniti i cosiddetti potenti della terra. Gli unici che fino a oggi non sembrano aver capito il sogno dell'imperatore, pur essendo i generali che l'hanno realizzato. Sarà forse che tra loro e quel cielo, l'unico che abbiamo, c'era un capannone da gozziliardi di dollari e una fitta coltre di smog.
Sotto lo smog, sotto al capannone, qualcuno però non c'era. Mancava l'imperatore in persona, Wen Jinbao.
C'era al suo posto un sottosegretario al salcazzo dell'inutile.
E' presente il primo ministro cinese?
No! Disse il salcazzo del sottosegretariato all'inutile.
Allora prese la parola la Merkel, dicendo che anche unilateralmente la Germania si sarebbe impegnata a ridurre le emissioni dell'80% entro il 2050 come negli accordi precedenti era stato stabilito.
No! Ha risposto l'imperatore, via preposta inutile persona del salcazzo.
Manteniamo almeno il tetto massimo del riscaldamento globale a 2° fino al 2020. Già c'era l'accordo.
No! Ha risposto il salcazzo dell'imperatore, ormai sottosegretario all'inutile.
Si è alzato poi il negro. Quello che realizza la fantascienza. -Offro cento milardi di dollari ai paesi in via di sviluppo, e mi impegno a diminuire le emissioni U.S.A. del 17% rispetto al livello del 2005 entro il 2020.
E...indovinate un po' il sottosalcazzo dell'imperatore? Non è difficile vero? No!
Avete capito bene, è stato impedito anche ai singoli paesi, unilateralmente, di inquinare di meno, di sfoltire la coltre tra noi e il cielo. Vi chiederete perché.
La risposta è semplice: siamo ormai tutti sotto un unico cielo, l'incubo dell'imperatore è oggi. E' qui. Adesso.
E di nuovo a correre, e di nuovo a produrre, e di nuovo a testa bassa.
In alto i martelli.
Le dita sull'incudine.
Non saranno matti a non accordarsi?
Non saranno matti a coprire l'unico cielo?
Nel capannone della Antonio Merloni S.p.a. si è sentito improvvisamente un urlo terribile.
Portate l'orecchio alla finestra e guardate quello che resta del cielo. Questa volta non basterà un'ambulanza e una corsa al pronto soccorso.
18 dicembre 2009
Guillermo del Toro, Günter Grass. Pick your point of view.
C'era una volta una nazione, due lampadine, una falena, un bambino, un'offerta rifiutata e una promessa.
C'era una volta una bambina, un mostro dietro una porta e un mostro di fronte a una porta, una prova e tanta paura.
C'era una volta un tamburo, due mazze. La Polonia non era ancora perduta. Che poi ci fosse o no una caduta o meno dalle scale, cosa conta? La Polonia non era ancora perduta.
Cosa fa di una storia una grande storia?
Difficile da dire, probabilmente non sono il più indicato per rispondere.
Di sicuro i due signori di cui sopra hanno risposto come meglio non si poteva.
Il patto narrativo è un contratto. Un accordo tra autore e pubblico liberamente accettato da entrambi. Difficile da ammettere logicamente la necessità di accettare qualcosa di palesemente falso, eppur si muove! Scusate, intendevo: eppure funziona.
Cosa ci spinge a firmare quei contratti? Perché alcuni sono terribili e altri dolcissimi da onorare?
Io. And the song remains the same. Le grandi storie surreali, grottesche, fantastiche, immaginarie sono tali perché ci lasciano scegliere come guardarle. Non c'è vergogna, si prestano, le puoi girare e rigirare. Continuano a sorridere nello stesso modo. O a urlare. O a disperarsi.
Che una gobba spunti guardando le formiche dopo la morte del tuo padre putativo o che sia la febbre causata da un sasso poco cambia. Cosa cambia?
Cambia il nostro punto di vista. Possiamo riscrivere quel foglio prima di metterci sopra il nostro nome. E questo se permettete, fa tutta la differenza del mondo.
Che siano satiri o capitani a popolare i nostri incubi spetta a noi dirlo. La nostra storia è lì, come noi abbiamo deciso di vederla.
Ecco, forse è questo. Le grandi storie si lasciano raccontare come noi le vogliamo.
C'era una volta una bambina, un mostro dietro una porta e un mostro di fronte a una porta, una prova e tanta paura.
C'era una volta un tamburo, due mazze. La Polonia non era ancora perduta. Che poi ci fosse o no una caduta o meno dalle scale, cosa conta? La Polonia non era ancora perduta.
Cosa fa di una storia una grande storia?
Difficile da dire, probabilmente non sono il più indicato per rispondere.
Di sicuro i due signori di cui sopra hanno risposto come meglio non si poteva.
Il patto narrativo è un contratto. Un accordo tra autore e pubblico liberamente accettato da entrambi. Difficile da ammettere logicamente la necessità di accettare qualcosa di palesemente falso, eppur si muove! Scusate, intendevo: eppure funziona.
Cosa ci spinge a firmare quei contratti? Perché alcuni sono terribili e altri dolcissimi da onorare?
Io. And the song remains the same. Le grandi storie surreali, grottesche, fantastiche, immaginarie sono tali perché ci lasciano scegliere come guardarle. Non c'è vergogna, si prestano, le puoi girare e rigirare. Continuano a sorridere nello stesso modo. O a urlare. O a disperarsi.
Che una gobba spunti guardando le formiche dopo la morte del tuo padre putativo o che sia la febbre causata da un sasso poco cambia. Cosa cambia?
Cambia il nostro punto di vista. Possiamo riscrivere quel foglio prima di metterci sopra il nostro nome. E questo se permettete, fa tutta la differenza del mondo.
Che siano satiri o capitani a popolare i nostri incubi spetta a noi dirlo. La nostra storia è lì, come noi abbiamo deciso di vederla.
Ecco, forse è questo. Le grandi storie si lasciano raccontare come noi le vogliamo.
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4 dicembre 2009
Thich Nhat Hanh. Trowin' away.
Nei prossimi giorni sarò fuori città, non avrò possibilità di scrivere. Avevo pensato di lasciarvi un piccolo presente, nel caso vi annoiaste nel frattempo.
E' una lezione di Thich Nhat Hanh tenuta nel 2006 durante un ritiro spirituale.
Non mi dilungo su chi sia quest'uomo, lo avevo già nominato in questo articolo, le informazioni su di lui sono facilmente googlabili, come pure le sue pubblicazioni per chi fosse interessato ad approfondire.
Il filmato è in effetti insolitamente lungo, per i tempi della rete. Un'ora e quaranta minuti.
Sembra un'infinità di tempo. Non così tanto se pensiamo che un metalmeccanico avvita bulloni per seicentomila ore nella sua vita.
Quest'ora e quaranta probabilmente vale più di quelle seicentomila.
Il video è in inglese, ma il terribile inglese del venerabile maestro è davvero comprensibile a tutti.
Ora vi starete chiedendo perché mai dovrei linkare semplicemente un video pubblicato su google video. La risposta è che purtroppo il rumore di fondo della rete spesso copre le perle a favore dei video sul puzzo di cazzo. Una segnalazione può valere la candela se serve a diffondere qualcosa di veramente profondo. Consideratelo un regalo di natale e buona visione.
Per chi fosse ulteriormente interessato faccio presente che il maestro sarà in Italia per guidare un ritiro spirituale a marzo. Potete trovare maggiori informazioni qui.
E' una lezione di Thich Nhat Hanh tenuta nel 2006 durante un ritiro spirituale.
Non mi dilungo su chi sia quest'uomo, lo avevo già nominato in questo articolo, le informazioni su di lui sono facilmente googlabili, come pure le sue pubblicazioni per chi fosse interessato ad approfondire.
Il filmato è in effetti insolitamente lungo, per i tempi della rete. Un'ora e quaranta minuti.
Sembra un'infinità di tempo. Non così tanto se pensiamo che un metalmeccanico avvita bulloni per seicentomila ore nella sua vita.
Quest'ora e quaranta probabilmente vale più di quelle seicentomila.
Il video è in inglese, ma il terribile inglese del venerabile maestro è davvero comprensibile a tutti.
Ora vi starete chiedendo perché mai dovrei linkare semplicemente un video pubblicato su google video. La risposta è che purtroppo il rumore di fondo della rete spesso copre le perle a favore dei video sul puzzo di cazzo. Una segnalazione può valere la candela se serve a diffondere qualcosa di veramente profondo. Consideratelo un regalo di natale e buona visione.
Per chi fosse ulteriormente interessato faccio presente che il maestro sarà in Italia per guidare un ritiro spirituale a marzo. Potete trovare maggiori informazioni qui.
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